Savoy Brown: “Raw Sienna” (1970) – di Alessandro Gasparini

Chi non ricorda con nostalgia e simpatia i giorni di scuola? Quando tra i vari compiti a casa o in classe ci si poteva anche imbattere in qualche progetto di pittura. Una delle tonalità che da allora sono rimaste impresse nella mia testa è di sicuro quella chiamata “Terra di Siena”, un bruno che con il suo nome richiama l’allegra città toscana e la sua storia. Molti artisti hanno usato questo colore in pittura, tanto che una volta nominato richiama subito atmosfere calde, accoglienti ed eleganti. Viene da pensare che una qualunque opera che rimanda ad esso sia per sua natura evocativa. A creare tale spettacolo ci hanno pensato nel 1970 i Savoy Brown da Londra, con il loro quinto album “Raw Sienna. La loro è senza dubbio una delle storie più longeve della stagione gloriosa del blues britannico. Un’epopea iniziata nel 1965 che ha come unico fulcro il leader chitarrista Kim Simmonds, capace di attraversare indenne sei decadi e innumerevoli incarnazioni della band. Il gruppo firmò durante il suo primo lustro di vita quattro perle, con le quali fece sentire forte la sua voce nel contesto del british blues nella seconda metà degli anni60.
Se l’esordio “
Shake Down” (1967) è il classico album zeppo di coverblues, pur con un approccio musicalmente spregiudicato, la seconda prova “Getting To The Point” (1968) segna già un carattere “hard” più marcato che dice molte cose sull’identità dei Nostri. Il 1969 è l’anno dell’accoppiata fenomenale costituita da “Blue Matter” e “A Step Further, entrambi caratterizzati da un latoA registrato in studio e un latoB dal vivo. Questi due album marcano una significativa maturazione del sound e dello stile, tra rispetto della tradizione e sferzate in direzione hard rock grazie alla chitarra distorta di Simmonds. Brani significativi ai fini di tale evoluzione sono sicuramente Louisiana Blues (di Muddy Waters) in versione live, e il boogie rock sudista di Made Up My Mind, forte della performance pianistica di Bob Hall. “A Step Furthermerita di essere ricordato come il disco che dà il via alle sperimentazioni con la sezione fiati, fondamentali per l’album successivo.
Il 1970 vedela line-up composta da Kim Simmonds (chitarra e piano), Chris Youlden (voce e piano), Lonesome Dave (chitarre ritmica, acustica e slide), Tone Stevens (basso) e Roger Earl (batteria e percussioni). Questi i membri che in aprile danno alle stampe “Raw Sienna“, opera imprescindibile dalla produzione immediatamente precedente ma che, al contempo, rompe con gli schemi già collaudati. La copertina preannuncia le atmosfere torride che permeano la musica che ci si appresta ad ascoltare. Una terra arida attraversata da strada diretta verso un vulcano rigettante fumi gialli, arancio e marroni dai quali emerge il nome della band. Un vero e proprio quadro acido che sembra anticipare per certi versi la cover dall’antologia “The Road Goes On Forever(1975)degli Allman Brothers Band. Il latoA si apre con il giro di basso che da il via a A Hard Way To Go, composizione a firma Youlden che in due minuti e mezzo concentra hard blues, ritmo latineggiante e assolo con contaminazioni jazzistiche. Si tratta di una gemma incendiaria che regala una spaccato su quello stile caro tanto ai primi Santana quanto agli Steely Dan, che due anni dopo irromperanno con il loro cavallo di battaglia Do It Again (1972).
La paternità di
That Same Felling è invece di Simmonds, un irresistibile hard rock introdotto e accentuato dalla presenza dei fiati che ne fanno un eccellente brano da bigband. Ancora la sezione ritmica Stevens-Earl, che guida l’ascoltatore in un trip con echi latini, risulta incisiva e mai scontata nel suo incedere. Master Hare è il primo dei due pezzi strumentali, insieme a Is That So, entrambi di Simmonds. Cinque minuti mozzafiato nei quali si intrecciano alla perfezione tutti gli strumenti, con archi e fiati a farla da protagonisti. Tra virtuosismi vari e una falsa conclusione, potrebbe essere la degna colonna sonora per un tiratissimo inseguimento automobilistico da film poliziesco dell’epoca. Needle And Spoon e A Little More Wine chiudono il latoA all’insegna del blues rock senza compromessi. Da notare la seconda per la sensazionale voce di Youlden, roca e profonda, e per la caratterista chitarra slide di Lonesome Dave.
Il lato
B, a differenza del primo, ha un’atmosfera più rilassata e riflessiva. Se I’m Crying è un blues crepuscolare e nostalgico, Stay While The Night Is Young è una creatura strana per i SavoyBrown.
Una prova tipicamente cantautoriale che si distingue per cantato e ritmo dettati dalla chitarra acustica, che all’ascolto sembra quasi anticipare di circa vent’anni una certa estetica
brit pop. Is That So è il secondo brano interamente strumentale, nonché la traccia più lunga in virtù dei suoi quasi otto minuti. Strettamente imparentata con lo stile dei primi Allman Brothers Band, è una cavalcata psichedelica sporcata da folk e jazz, a dimostrazione del fatto che i Nostri a inizio 70 non erano secondi a nessuno. L’atto conclusivo dell’album spetta alla struggente When I Was A Young Boy, introdotta da voce e chitarra acustica ben presto raggiunte dalla suadente e implacabile presenza degli archi e dei fiati. Un piccolo capolavoro che si congeda dall’ascoltatore sfumando lentamente verso il silenzio, mentre le memorie dimenticate riaffiorano e scorrono davanti agli occhi come realtà tangibili. Di lì a poco Chris Youlden avrebbe lasciato la band per essere sostituito da Dave Peverett. Quest’ultimo avrebbe partecipato alle realizzazione sempre nel 1970 di “Looking In“, altro grande classico memorabile lungo il percorso di Simmonds & Co. Lo stesso Peverett, insieme a Roger Earle e Tony Stevens, cambierà casacca per fondare la band hard-rock dei Foghat, mentre i Savoy Brown vedranno gli arrivi di Paul Raymond (piano), Andy Silvester (basso) e Dave Bidwell (batteria). Con i nuovi innesti provenienti da un’altra istituzione del b
lues britannico, ovvero i Chicken Shack, continuerà il discorso hard-blues nei due interessanti album successivi “Street Corner Talking” (1971) e “Hellbound Train” (1972). Come detto in precedenza, la formazione dei Savoy Brown subirà nel corso degli anni svariati avvicendamenti. La presenza costante e l’anima indomabile del progetto resterà il solo Kim Simmonds,grazie al quale il sacro fuoco del blues non sarà mai spento e tanti altri grandi album verranno pubblicati sino a giorni nostri.

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