Sandy Denny: “The North Star Grassman and the Ravens” (1971) – di Gianluca Chiovelli

Cantante sublime dei Fairport Convention, poi con Fotheringay e Strawbs, e artefice non secondaria del revival della tradizione popolare inglese a cavallo fra Sessanta e Settanta, Sandy Denny, scomparsa nel 1978, è oggi, a torto, un’autrice abbastanza trascurata. A rivalutare la sua figura contribuisce un doppio ordine di motivazioni: il primo apparentemente gratuito, il secondo assolutamente decisivo. Vediamo il primo. Come per Michelle Shocked, la vita tragica della cantautrice Sandy Denny si riflette sulla considerazione estetica della sua opera (Gianfranco Contini avrebbe detto: “stinge sulla considerazione estetica…”: altri tempi, altri critici). Più travagliata è la vita, maggiore è la nostra empatia e simpatia per l’artista ed è impossibile separare autore e prodotto artistico, a meno di far astrazione completa dell’autore stesso (per l’ignorare, perché sono passati millenni et cetera). 
Facciamo un esempio ardito: se, in un’antologia latina, leggo, per l’ennesima volta, l’appassionato corpo centrale delle quattordici righe d’amore più belle di tutti i tempi storpiate – Dammi mille baci, poi cento / poi altri mille, poi ancora cento / poi altri mille, poi cento ancora… rischio, per l’ennesima volta, le lacrime. Se leggessi, state attenti: Dammi mille baci, poi cento / poi altri mille, poi ancora cento / poi altri mille, poi cento ancora TVUKDB” in un libro adolescenziale di Federico Moccia – strapperei sghignazzando le pagine. Inutile obiettare, è così. Fatevene una ragione. Sono le stesse parole, ma quello è Catullo (col suo retroterra coprolalico e ribelle, il fratello morto, il disprezzo per la politica…) e quell’altro è un tizio romano di nome Federico Moccia (che poi, a ben guardare… sono diventato molto suscettibile su queste cose…). 
Moccia non è un tizio romano, bensì il figlio di Giuseppe Moccia ovvero Pipolo… non un tizio qualunque, quindi. Un eventuale marziano che, fra diecimila anni, atterrasse sulla Terra e compulsasse i due libri, ignorando le vicissitudini biografiche degli autori, potrebbe arrivare (logicamente) a diverse conclusioni; in una eventuale antologia marziana, insomma, Catullo, in quanto plagiario, potrebbe addirittura figurare in una nota a pie’ di pagina del celebrato Moccia, letterato autentico e turgido di sensualità. Ho ragionato per assurdo, per motivi didattici. Ovviamente Catullo è Catullo e Moccia, altrettanto ovviamente, è Moccia… e Moccia resterà, temo. Amiamo, perciò, Sandy Denny in considerazione della sua vita tragica, d’un esistenza sincera e sofferta, durata poco più di trent’anni, e vissuta nell’insicurezza, nella volontà costante di annullarsi, in una sorta di candida coazione che la spinse a consegnarsi a compagni interessati e fedifraghi; e la amiamo, in secondo luogo, quello decisivo, per la voce: meravigliosa; e per quell’impasto tenue e autunnale che è “The North Star Grassman and the Ravens” (1971), suo primo album solista. Il brano che dà il titolo al disco, Late November e John the Gun sono capolavori indubbi, in grado di scuotere il piedistallo di Grace Slick e, il resto dell’album, umile e trasognato, scorre con la certezza di un piccolo classico.

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