Samsa Dilemma: “Everyday Struggle” (2020) – di Alessandro Gasparini

Mi è spesso capitato di imbattermi piacevolmente in band italiane che si misurano con stili musicali internazionali, o meglio d’ispirazione tipicamente anglosassone. Magari il tutto viene arricchito da quel tocco cantautoriale, poetico e volendo anche politico, più prettamente nostrano. Ed ecco come nel tempo ho potuto apprezzare gruppi indigeni dello stivale compresi in un arco temporale che va dagli anni 60 ai giorni nostri. Dai Formula 3 ai CCCP, dagli Skiantos ai Massimo Volume, dagli Afterhours ai The Winstons, fino ai bolognesi Stratten, il rock italiano stimola da tempo la mia curiosità. Recentemente le mie orecchie hanno conosciuto un album dal nome “Everyday Struggle” (Kutmusic 2020), opera della band Samsa Dilemma, di base nella nordica Trento. Formati nell’aprile del 2016 dal polistrumentista e cantante frusinate Riccardo Pro al basso (già batterista in band quali Disagio e Mahatma Transistor, e bassista in Pugaciov sulla Luna e Furoris causa), Daniel Sartori (ex Raindogs, Radiodays e Otterloop) e l’esperto ingegnere del suono Marco Ober, propongono un alternative rock con venature punk.
La scelta del nome deriva dal dilemma che si pone il protagonista del racconto di
Franz KafkaLa metamorfosi” (1915), tale Gregor Samsa, ovvero: “sono ancora un uomo in qualche modo o sono davvero un mostro?”. Il 2017 è l’anno del loro primo album “Wake up Gregor!!”, al quale segue una prospera attività concertistica culminata con la partecipazione da finalista ala manifestazione Arezzo Wave. Nel maggio 2020 arriva dunque, preceduto dalla pubblicazione del singolo 21 Novembre 2018 (2019), il lavoro sopra menzionato. Per l’occasione i Samsa Dilemma si avvalgono dei contributi di Fabrizio Keller (batteria), Fausto Postinghel (batteria), Vanessa Cremaschi (violino, già presente nell’album precedente e con all’attivo collaborazioni con Franco Battiato e Blixa Bargeld), Enrico Merlin (chitarra, co-autore e art director), Chiara Morstabilini (viola) e Paolo Trettel (flicorno). Si tratta di una prova decisamente variegata, tanto per l’eterogeneità dell’approccio musicale quanto per la compresenza di brani cantati in italiano e in inglese. L’emozione portata dall’ascolto è paragonabile al camminare lungo un ponte tibetano sospeso tra il respiro internazionale da un lato, nonché la vasta cultura musicale, e il piglio tipicamente italiano dall’altro.
Potion Mood apre le danze ed è subito un vigoroso stoner impreziosito dalla sempre verde armonica, presente anche nel successivo power pop di Brand New Day. Prosegue lo standard esterofilo con la struggente 2 AM prima, indie rock soave con finale arricchito dalle note di violino e subito dopo con il punk rock d’ispirazione british di I Need A Map. È dunque la volta della parentesi italiana che inizia con Destino, brano art rock lungo e più complesso da gustare come un bicchiere colmo di un superalcolico. In grande evidenza il lavoro della batteria, che scandisce il tutto alternando momenti dolci e ritmi decisi, perfettamente inserita in tutti gli incastri con la voce e gli altri strumenti. Sempre in italiano l’impegnata Non Funziona, nella quale si citano l’odierna alienazione tecnologica, la globalizzazione con i suoi effetti sociali e il sorriso di John Lydon. Canzone interessante nel suo groove, che stilisticamente può ricordare ciò che il nostro paese ha prodotto nel corso degli anni 90 sia dal lato funk (Pino Daniele) che hip hop (Frankie hi-nrg mc, Neffa). Atmosfera nostalgica invece quella che si respira in 1000 Nightmares (For Dad), nella quale fa capolino il tema della perdita di una persona cara.
Con
Barrel March i Nostri si avventurano in territorio puramente strumentale, dove gli ossessivi tribalismi delle percussioni sono infarciti con i dialoghi musicali che i componenti intrattengono durante questo invitante banchetto sonoro. Il risultato è un magma che porta alla memoria le session tipicamente freak d’epoca settantiana. Reminiscenze e sentimenti punk sono ancora vivi sia in Destroy The Future che in Rotten Undermeath (Reprise), la quale strizza l’occhio alle coordinate che traghettarono il punk britannico in direzione post punk (Wire, Buzzcocks). In mezzo alle due appena citate trova posto la riflessiva e affascinante Turn The Big Light On, mentre a porre il sigillo sulla tracklist c’è l’acustica 21 Novembre 2018 (In Memory Of Luciano). Quest’ultima è dedicata alla memoria di un musicista amico di Riccardo Pro scomparso poco prima della registrazione. Cinquantaquattro minuti attraversati dalla sensazione del tempo che scorre inesorabile, con la vita quotidiana fatta di lotte, ostacoli comunicativi e progetti che non si realizzano. L’attitudine percepita è a ogni modo quella tipicamente punk, focalizzata sull’esprimere concetti drammatici, terribili, se non proprio nichilistici in modo scanzonato e spensierato. Anche questa volta un complesso italiano è riuscito ad attirare la mia attenzione, e sarà un piacere osservarne gli sviluppi futuri.

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