Samantha Fish: “Kill or be kind” (2019) – di Francesco Picca

A Kansas City, nel Missouri, qualora si avesse bisogno di un servizio religioso fuori dalle righe, c’è la saletta “Gospel Lounge” all’interno del Knuckleheads Saloon, su Rochester Street.
Curl Butler, della New Song Christian Fellowship, renderà più fluida e digeribile la predica del mercoledì accompagnandosi con la sua chitarra. Nella stessa struttura ci sono altri tre spazi con altrettanti palchi dedicati alla musica dal vivo. È qui, nel Midwest, in questa ex pensione della ferrovia costruita alla fine dell’ottocento, che l’adolescente Samantha Fish ha cominciato a nutrirsi dei suoni più tradizionali del blues, di tutte le sue declinazioni e delle sue nuove contaminazioni. Imbracciata la chitarra, dopo un primo breve approccio con la batteria, Samantha ha cominciato a calcare quei palchi, ad animare torride jam session e a liberarsi dei suoi “diavoli blu”, della comprensibile inquietudine giovanile, conservando tuttavia una sana esuberanza e riuscendo peraltro nel difficilissimo tentativo di regalarsi un tocco di originalità, arrivando a definire un proprio stile, chiaro e riconoscibile. A delineare l’impronta di Samantha c’è anche un look apparentemente distonico rispetto ai canoni del blues, incentrato attorno ad una piena e scanzonata esaltazione della propria femminilità. È davvero divertente guardare questa carismatica ragazzaccia bionda, fasciata di pelle nera o innestata in sofisticati tubini colorati, torturare la pedaliera degli effetti con le punte acuminate delle proprie scarpe, mentre i tacchi vertiginosi la slanciano e la lanciano durante gli assoli più esasperati. È di questi giorni l’uscita del suo ultimo album da solista, “Kill or be kind” (Rounder Records 2019), registrato nei Royal Studios di Memphis.
Questo quarto album in studio è un lavoro che scorre omogeneo attraverso undici tracce affidate alle cure sapienti del produttore Scott Billington. “Kill or be kind” sancisce la definitiva maturazione artistica di Samantha ed elimina ogni dubbio residuale rispetto alla sua caratura e alle sue potenzialità ancora inespresse. L’impronta ruvida e rock and roll di “Wild Heart” (2015) e quella più soffice, tipicamente rhythm and blues, di “Belle of The West” (2017) trovano un punto di conciliazione in questo ultimo lavoro. Undici brani profondamente diversi tra loro, sia per i testi che per le musiche, sono stati sapientemente incanalati in un alveo soul, fluido e omogeneo, con qualche sottilissimo richiamo country, attraverso una elegante ed efficace operazione di post produzione che esalta le doti dell’artista Samantha, massimizzando l’insospettabile capacità di apertura del suo spettro vocale e lasciando ampio spazio alle doti strumentali. Poco più che trentenne, Samantha Fish è una sbalorditiva live performer pluri-premiata che trascina in giro per il mondo un bagaglio colmo di versatilità e di talento. In studio è stata affiancata da Rick Steff alle chitarre e all’organo Hammond, da Austin Clements al basso, da Andriu Yanoski al sint, da Doug Belote alla batteria, da Jim Spake e Tom Clary ai fiati e da Anjelika Joseph e Kayla Jasmine ai cori.
Nella migliore tradizione del delta blues, proprio in apertura dell’album, Samantha arma la sua cigar box guitar, una quattro corde rudimentale derivata da un lavoro di liuteria altrettanto elementare applicato ad una scatola di sigari, retaggio della voglia di fare musica dei braccianti agricoli afroamericani nel profondo sud degli States dell’ottocento. Il brano è Bulletproof. L’attacco è netto, essenziale, poderoso, con un gran lavoro di compressione dei suoni che coinvolge anche la voce; una corsa sonora di oltre cinque minuti sul tema spigoloso della vulnerabilità tra le maglie di una società cinica e impietosa che impone di indossare maschere e corazze. La title track, incisa nella seconda traccia dell’album, evoca atmosfere anni 60, eleganti e contenute.
Fish sembra abbottonata, cauta, quasi reticente rispetto alle proprie capacità, salvo poi rinfrescare la memoria, a se stessa e a chi la segue da tempo, attraverso alcuni riff scatenati come, ad esempio, quelli del brano Love your lies.Tra le novità introdotte dal produttore Billington ci sono i sint e i cori, come nel finale di Watch it die, con due voci femminili che si affiancano a quella di Samantha e si intrecciano al suo assolo di chitarra sfumando verso la chiusura. Dream Girl è una classica ballata sulla disillusione in amore. Love your lies è un brano arioso e divertente, con marcate reminiscenze rockabilly. Malinconica, invece, è Fair weather, con il suono della chitarra in piena saturazione che si sovrappone ad una voce altrettanto sofferta. Spicca la passionale Love letters, con l’abbandono totale all’amore, al netto di ogni pericolo e di ogni implicazione. La promozione del disco prevede un tour mondiale con un corposo programma europeo.

Foto Rounder Records©tutti i diritti riservati 
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