Sam Peckinpah: “Il Mucchio Selvaggio” (1969) – di Maurizio Fierro

Il 9 febbraio 1913, durante quella che viene ricordata come la Decena Trágica di Città del Messico, un improvviso colpo di stato fomentato dal generale indio Victoriano Huerta porta all’assassinio del presidente Francisco Madero. Con in testa Francisco “Pancho” Villa, i capi guerriglieri che avevano portato al potere Madero, e che poi erano stati velocemente accantonati, riappaiono per le ramblas messicane alla testa dei loro uomini con l’intenzione di deporre l’usurpatore Huerta. Sono i giorni confusi e travagliati della guerra civile messicana, con migliaia di campesinos che, deprivati delle loro terre, si sono sollevati in armi per combattere gli interessi dei grandi latifondisti messicani sostenuti dagli Stati Uniti. È questo il contesto storico scelto da Sam Peckinpah per ambientare quella che sarà considerata una pellicola spartiacque per uno dei generi cinematografici più amati dal pubblico. Niente sarà più come prima dopo “Il Mucchio Selvaggio” (The Wild Bunch 1969), e non solo il western ma tutto il moderno cinema d’azione sconterà un debito stilistico-narrativo nei confronti del capolavoro del regista californiano. Girato tra il marzo e il giugno del 1968 sulla catena montuosa della Sierra Madre (la pellicola originale ha una durata di 3 ore e 45 minuti che la Warner impone di ridurre a 2 ore e 24 minuti per la versione europea, e a 2 ore e 12 minuti per quella americana), il film narra le vicende della banda di Pike Bishop (William Holden), un gruppo di fuorilegge decimato dai cacciatori di taglie dell’ex sodale Deke (Robert Ryan) durante una tentata rapina alla banca della compagnia ferroviaria. Con Pike, sono rimasti in vita il fido Dutch (Ernest Borgnine), il messicano Angel (Jaime Sanchez) e i fratelli Lyle (Warren Oates) e Tector (Ben Johnson). Inseguiti dai bounty killer, i cinque riparano in Messico, si ricongiungono al loro vecchio socio Sykes (Edmund O’Brien) e si mettono al servizio del generale Mapache, uno dei fedelissimi del sanguinario Huerta. Per suo conto assaltano un treno pieno di munizioni ma Angel, fedele agli ideali di “Pancho” Villa, decide di nasconderne una cassa per i campesinos del suo villaggio. La vendetta del generale non si fa attendere: Angel viene catturato e torturato ma, a quel punto, i suoi quattro amici decidono di rinunciare alla ricompensa promessa loro da Mapache per andare a liberarlo, sfidando da soli un piccolo esercito di soldati messicani. È un dirty western, “The Wild Bunch” (titolo mutuato dal nome della banda del famoso ladro gentiluomo Butch Cassidy: 1866 – 1908), una pellicola che, pur avendo nel suo Dna l’ambizione di una rappresentazione epica, prende le distanze da quella mitologia del Far West di tante produzioni precedenti, calandosi in una realtà fatta di sangue e di carne che fonda un nuovo modello estetico. Una rappresentazione artistica della violenza, certo, un po’ barocca, a tratti morbosa e gratuita, ma che è come una fascinazione sinistra che attrae e repelle al tempo stesso. Peckinpah è un maestro nel manovrare con sapienza gli elementi del suo linguaggio filmico e, i ralenti, i fermo immagine, i movimenti improvvisi della cinecamera e gli zoom, sono altrettante cifre stilistiche che impreziosiscono tematiche non prive di implicazioni sociali e politiche e che riflettono la cattiva coscienza dell’America, smontando al contempo quelle convenzioni narrative che avevano spesso ridotto il western a semplice genere di intrattenimento. Se la scelta degli attori è fondamentale per risolvere il novanta per cento del lavoro del regista sulla recitazione, William Holden, Robert Ryan, Ernest Borgnine, Warren Oates e Ben Johnson assolvono come meglio non potrebbero il loro compito, regalandoci caratterizzazioni che non si dimenticano. Perché è anche un grande film di attori, “Il Mucchio Selvaggio”, in cui la grandezza dei personaggisoci nel malaffare che nel percorso narrativo recuperano la dignità e muoiono da veri amici – è direttamente proporzionale alla specificità artistica dei loro interpreti. Già: l’amicizia. Quella che Peckinpah eternizza con un’intensità dello sguardo che guarisce lo strabismo di chi non coglie il valore assoluto di un sentimento condotto fino alle estreme conseguenze. Morire per un ideale e, il primo piano degli occhi sfavillanti e del ghigno compiaciuto che Dutch rivolge a Pike prima dello shootdown finale, rappresenta plasticamente quell’anelito romantico. E proprio Dutch, amico devoto di Angel e fedele luogotenente di Pike, è il protagonista che Peckinpah sceglie come simbolo di una fine ormai segnata che è già un anticipo di nostalgia. Perché ci sono momenti in cui ciascuno è chiamato a definire se stesso: sono gli appuntamenti col destino e, qualsiasi cosa sia fatta prima o possa essere fatta dopo, non conterà mai come quell’attimo. Il momento in cui prorompe la libertà personale del Mucchio, per un’idea di giustizia simboleggiata dal sacrificio di Angel che oltrepassa ragione e calcolo, portando con sé un motto di rivolta che da individuale diventa collettivo… e poi, si può tradire un’amicizia? Allora, sulle note malinconiche del brano de Las Golondrinas, accompagnato da un marziale rullo di tamburi, la celebre “camminata” con la quale seguiamo Pike, Dutch, Lyle e Tector andare incontro a una sorte che già intuiamo essere leggendaria per salvare il loro amico, segna un indimenticabile momento di catarsi e di riscatto morale per mercenari decisi a onorare se stessi con una morte onorevole. La macchina da presa del Regista alterna campi lunghi a inquadrature dei quattro di spalle e frontali, in campo americano, alle quali si aggiungono riprese in soggettiva fra donne e bambini messicani… e allo spettatore sembra quasi di essere lì, da qualche parte confuso tra la gente, come se una vertigine avesse fatto precipitare il suo tempo in quello della vicenda narrata sullo schermo. L’interminabile shootdown finale, una delle scene più sanguinose mai realizzate in un western, con i ralenti icastici di Peckinpah a esasperare la narrazione in un tempo dilatato che sembra espandersi ben oltre i cinque minuti effettivi della sparatoria, immortala i quattro amici impegnati in un eroico scontro impari contro forze infinitamente superiori, e la mitragliatrice, a cui a turno si attaccano, rappresenta forse il simbolo della modernità che avanza. “Quant’è profondo il tempo?” sembra chiedersi Peckinpah… e lo chiede anche agli spettatori che assistono alle scene del suo film nella penombra delle sale cinematografiche. L’inesorabilità del tempo che trascorre, e che ha il potere di spingerti ai confini di un mondo che sta scomparendo… e sono fuori tempo massimo anche Pike e soci, superati dalla legge inesorabile del progresso, che non contempla rallenti o fermi immagine contemplativi. È una sorta di rimpianto, quel dolore che l’approssimarsi della fine riflette sui volti dei quattro: un dolore non per qualche motivo ma per il tempo in sé, la consapevolezza di un tramonto che è personale ma anche di un’epoca, perché ora il “secolo del progresso” può continuare la sua marcia senza di loro. “The Wild Bunch”. Sono ormai trascorsi decenni, ma la camminata della banda di Pike Bishop continua a procedere nell’immaginario cinematografico condiviso. Pike, Dutch, Lyle e Tector. Antieroi disillusi, decadenti, amici uniti da un’etica antica che è quella della solidarietà, con un’avversione e un’insofferenza verso l’ordine costituito che profuma di libertà e anarchia: un vero, autentico, Mucchio Selvaggio.

Mapache: “Ah, los gringos otra vez! Che cosa volete?”
Pike: “Vogliamo Angel.”

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