Sam Gopal: “Escalator” (1969) – di Maurizio Garatti

Sam Gopal è un nome che probabilmente non dice molto alle nuove generazioni di rockers, eppure è stata una figura di tutto rispetto, autore di una delle pagine più significative della musica rock, e che oggi, a distanza di 50 anni dall’incisione del suo unico ed imprescindibile album, merita di essere celebrato. Gopal è nato in Malesia ma è di estrazione inglese e, come tutti i musicisti di quel periodo, ha una condotta musicale fuori da ogni canone: la sua idea di rock si sviluppa attraverso il suono delle tabla, sul quale costruisce un solido quartetto che riesce tranquillamente a fare a meno della batteria. Una cosa impensabile… allora come ora. La qualità delle composizioni è elevatissima, e Sam si destreggia abilmente tra riminiscenze Barrettiane, echi di Quintessence e riff che possono ricordare i Pink Fairies. Il disco che ne consegue è uno splendido esempio di psichedelia, venato di misticismo indiano e con una trama di puro British Blues. Come spesso accade, la cosa non suscita più di tanto l’interesse del pubblico, che preferisce transitare su rotte più battute, seppur altrettanto fuorvianti rispetto al passato musicale che ancora batte poco distante. La formazione è classica nel suo insieme e può contare su: Sam Gopal (tabla e percussioni), Ian Willis (chitarra e voce), Roger D’Elia (chitarre e voce), Phil Duke (basso). Le composizioni sono decisamente innovative, anche riportate al periodo che è comunque già innovativo in ogni dove. Raccontando una storia nella storia, possiamo sottolineare il fatto che Ian Willis, conclusa l’avventura nella Band, si unì agli Hawkwind (altra Band che scrisse pagine memorabili) per poi cambiare strada e strumento: con il suo nome di battesimo (Ian Kilmister) imbraccia il basso e forma i Motorhead, diventando una leggenda chiamata Lemmy… ma torniamo al 1968. Tra ottobre e novembre la Band entra in studio, e sotto la produzione di Trevor Walters, registra presso i De Lane Lea. and Morgan Studios. il disco di cui vogliamo parlare, che viene poi pubblicato nel 1969 con il titolo di “Escalator”. La scaletta si compone di undici brani, tra i quali cinque risultano scritti da Ian, quattro vengono accreditati alla Band, e due risultano essere cover : Season of the Witch di Donovan, resa in modo memorabile, e Angry Faces di Leo Davidson. A queste incisioni vanno aggiunte Horse, a firma di Ian, e la splendida cover di Backdoor Man di Willie Dixon, già nota per la versione dei Doors di Jim Morrison, ma qui fatta in modo veramente Heavy. Purtroppo questi due ultimi brani non trovano posto sull’album, ed è un peccato, perché sopratutto Backdoor Man risulta essere davvero il manifesto musicale del gruppo. La poca lungimiranza dei discografici dell’epoca verrà in qualche modo bypassata dalla ristampa del disco, al quale viene aggiunto il singolo contenente le due tracce (entrambe ovviamente presenti anche nella bella versione in CD). “Escalator” offre una esperienza unica, che deriva dal delicato mix di psichedelia e musica acustica indiana, collegato in qualche modo al nascente Raga Rock, che vede i Quintessence come capofila ma anche in grado di produrre poi realtà come la Third Ear Band, che infiammerà i sensi di molti con il suo superlativo “Alchemy”. La traccia che apre le danze è Cold Embrace, con la quale si palesa immediatamente il lirismo del gruppo: il tappeto di percussioni crea un mantra sul quale si muovono le chitarre e il basso. Inizio memorabile, di quelli che fanno innamorare al primo ascolto, e note di chitarra che fanno a gara con la splendida performance vocale di Ian ad alimentare la voglia di riascoltare immediatamente il pezzo. La seguente Dark Lord arriva a ribadire i concetti espressi precedentemente: il suono è molto Dark, e le due chitarre duellano in modo inequivocabile, costruendo una gabbia fondata sul gioco offerto da tabla e basso. La terza traccia porta la firma di Ian, ed è di per se molto significativa: sono poco più di due minuti molto soft, con voce e tabla a contendersi il primo piano insieme alla chitarra. Dolce, suadente, quasi onirica, The Sky is Burning è una breve perla, molto diversa dalla seguente You’re Alone Now, drappeggiata su un riff oscuro e pulito che riporta alla luce il misticismo del quale l’album è permeato. Grass, It’s Only Love e la title track Escalator portano la firma di Ian, e delineano lo spirito raga del disco, fornendo nel contempo un palese esempio delle qualità compositive del futuro frontman dei Motorhead: il contesto è assolutamente diverso, ma l’approccio con un diverso tipo di musica appare identico. Angry Faces, di Leo Davidson è particolarmente dark, ed inizia con il lontano rombo di un temporale, che lascia il posto a un bellissimo intreccio di chitarra elettrica e acustica, sempre esaltate dalle ritmiche delle tabla. Anche Season of the Witch di Donovan suona decisamente dark, e rende un gran servizio alla Band, con i cori femminili e la batteria (la sua unica lontana comparsa) a stemperare un suono che pare portare con se, permeato da un accento vagamente soul, l’eco della “stagione oscura”. “Escalator” è un grande disco che va ben oltre i suoi cinquanta anni, vintage e attuale allo stesso tempo, con evidenti tracce di suoni che poi scopriremo in modo più evidente in gruppi più famosi: la Strada del Rock è lastricata di pietre oscure, sta a noi scostare la patina degli anni che le nasconde e riportarle alla luce. Tutti ne trarremo beneficio.

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