Salvatore Samperi: “Liquirizia” (1979)… una profezia – di Gianluca Chiovelli

Come ebbe a irridere una volta Giulio Andreotti: L’Italia è piena di profeti postumi. Ma chi sono tali profeti? Semplicemente coloro che aspettano al varco la Storia e gli eventi per poi aggredirli alle spalle e gridare, per farsi belli: “Ve l’avevo detto che andava a finire così!”… ma, a ben guardare, non hanno previsto un bel niente. Parlano per darsi un contegno da intellettuali, sperando nella scarsissima memoria degli Italiani. Se qualcuno volesse far le pulci a tali Nostradamus scoprirebbe che hanno, invece, previsto, in tempi non sospetti, l’esatto contrario di ciò di cui oggi si vantano. Uno di tali profeti è quell’ex Presidente del Consiglio, uomo importantissimo della politica italiana, che, nel 2001, alle soglie dell’entrata nell’Euro, esclamò gradasso: “Guadagneremo di più e lavoreremo un giorno in meno!”. Ragazzi, sappiamo come è andata a finire. Per me ve lo voglio spiattellare il mio piattino di pane e cicoria: guadagno di meno e lavoro un giorno in più. Proprio il contrario, insomma. Credete che questo gaglioffo sia preso a pomodori appena si affaccia al davanzale dell’informazione? Macché, non sia mai, anzi è ritenuto un padre nobile dell’Italia, questo Mago Otelma dei miei stivali, e non si vergogna mica di aver distrutto una nazione (beninteso: la colpa è in solido, e va divisa moralmente con altri complici, di ogni risma e orientamento). Vergogna? E quando mai! Eccola incedere, questa bonaria palla di lardo, sulla scena di un avanspettacolo fatiscente, fra sipari strappati e quinte devastate e, davanti agli Italiani, ebeti e tontoloni come sempre, affermare: “Ve l’avevo detto che andava a finire così!”. Oh, vergogna, dov’è il tuo rossore? Inutile dire che da qualche anfratto del teatro della coglioneria si applaude pure… ma torniamo a noi. Ci sono i profeti postumi e poi i profeti veri: quelli sono pochissimi, quasi tutti nascosti. Poi ci sono i profeti involontari, coloro che neanche si son resi conto di elaborare un disegno del futuro preciso e inconfutabile. “In nome del popolo italiano” di Dino Risi è una profezia perfetta dell’Italia a venire (1971); “Liquirizia” di Salvatore Samperi (1979) ne costituisce un’altra, più sguaiata e sbrindellata, ma altrettanto esatta. Tutti ricordano Salvatore Samperi per “Malizia”, con Laura Antonelli. “Liquirizia”, però, è superiore, proprio per la sua involontaria forza profetica. Il film è del 1979, ma è ambientato nel Veneto (a Padova) del 1959. Parecchi hanno scambiato la pellicola per una precognizione del Sessantotto… ma il Sessantotto non c’entra un tubo. Samperi, qui, presagisce l’Italia felice e sgangherata degli anni Ottanta, con tutto quel che seguirà: disimpegno politico, edonismo, amoralità. Certo, Samperi non poteva prevedere il politicamente corretto e la sua inumanità: nel suo film il mondo è (ancora per poco) italiano e la sua immoralità (ancora per poco) tutta italiana: le corna sull’autostrada, il furtarello, la raccomandazione, la manomorta. Ciò che ne fa un anticipatore rispetto a Risi è la consapevolezza che un’epoca era finita: quella del dopoguerra. Si cambiava, si diveniva, pian piano, americani. Il 1979 vien dopo il 1978, dopo il sequestro Moro. Il cadavere di Aldo Moro dentro la Renault rossa fu il nostro Muro di Berlino… il 1989 fu solo il completamento dell’opera. Il cadavere crivellato di Moro significava: basta con l’Italia della provincia, sprovincializziamoci, divertiamoci… ecco le TV private, la tette in televisione, basta con il sette in condotta e le pagelle, la scuola si liberi di questi fardelli nozionistici, lo sport diventi sport a pagamento, basta con la politica attiva, si votino i partiti preconfezionati e così via. Nel film c’è tutto, magari in embrione o solo adombrato. In “Liquirizia” si ritrovano i guitti di poi (Teo Teocoli, Christian De Sica, Giancarlo Magalli); la distruzione della scuola (eccezionale la scena con Schirinzi); il superamento della religione (c’è un crocefisso nel cestino della spazzatura); la fine della politica, di destra e di sinistrail fascista (Eros Pagni) è un reduce nostalgico, con una mano-protesi (si allude a Caradonna?)… una mano che perde sempre, manco fosse un ombrello, e che diviene sollazzo dei liceali. Un povero coglione, in fondo, che nel suo zelo anticomunista (vuole mettere una bomba nella sede dei “rossi”), non si accorge di distruggere il proprio stesso bar. Il comunista (Enzo Liberti) non è da meno: se ne va in giro con L’Unità, rimpiange Palmiro Togliatti, ma in fondo è solo un povero fregnone (ripara biciclette) che il figlio disprezza… per tacere delle istituzioni clericali; nel film si ritrova il soldo esasperato (uno dei protagonisti scopa con la racchia di turno solo per mettere le mani su degli stivaletti di pelle). Il sesso esasperato… l’americanismo montante (la canzone Ai Fil Romentick)… la devastazione della cultura (gli sbeffeggiamenti del teatro classico ed esistenzialista)… insomma l’Italia ideologica, bacchettona, pievana, comunista fascista e democristiana è in pieno dissolvimento, seppur ancora vitale, sbracata, gaglioffa, stupida. Sono gli anni Ottanta alle porte, previsti con precisione antropologica, e coagulati icasticamente nei finali versi anarchici di Ricky Gianco dove il rock ‘n’ roll diviene bolgia e rito dionisiaco da celebrare per la liquidazione di un passato da buttare nel cesso della Storia. Sul palco di “Liquirizia” si manda al diavolo il Novecento e si celebra un’orgia con i nuovi tempi alle porte: MTV, il capitalismo, Berlusconi e D’Alema, la televisione della scorreggia, URSS addio, abbasso la squola, abbasso il cattolicesimo e l’oratorio, abbasso la falce e martello, Fanfani facci una sega, i fasci hanno rotto le palle, non le teste, vogliamo solo divertirci, ci avete annoiato, viva i paninari, non studio non lavoro e chi se ne fregaGianco urla, attorniato da liceali zoccole, travestiti e menefreghisti, mentre sul palco si inseguono pazzoidi in preda a un’ansia di dissoluzione bacchica: ecco Cavallina Rock: “Siamo tutti nella merda, mmm nella merda / Siamo tutti nella merda / mmm nella merda”… incitando il coro alla John Belushi in “The Blues Brothers” (che uscirà l’anno dopo); e poi: Distruzione: “Sto perdendo la ragione / violenza e confusione / Distruzione distruzione / e poi verranno i professori / ci diranno che siamo fuori” (non è Gianco anticipava pure “The wall”?); e quindi Musica da cani e tarantellati: “La musica da cani ti fa battere le mani / ma la musica da cani ti fa battere la gola / mentre lecchi la tua broda / con la musica da cani il cagnone si ribella e rovescia la scodella”… per finire colla tarantella “evviva voglio fa’ casino co’ tutto er popolo italiano”. “Liquirizia” è il nostro film punk, un punk all’italiana, che, al pari del punk, riassume in sé la contraddizione massima: ama distruggere il vecchio eppure è l’ultimo argine comunitario e umano prima del supercapitalismo trionfante. Se solo Samperi e Gianco avessero compreso ciò che stavano filmando e cantando… ma erano, appunto, profeti inconsapevoli, testimoni della distruzione di un’Italia antica e retrograda e antesignani di quel paese che oggi è degenerato nell’anarchismo più folle di stampo angloamericano“Liquirizia”, se mi passate le metafore, anticipa Berlusconi che poi verrà ampiamente superato dai Jeff Bezos e Zuckerberg, con le loro comunità fittizie e nichiliste. Certo a rivangare quei tempi mi rode un po’ il culo, per dirla alla Ricky Gianco: a quell’epoca compravo “L’Unità” e “L’Unità” che mi diceva? Diceva sempre e solo, soprattutto per bocca di quella cicia moscia di Michele Serra: “Gli anni Ottanta fanno schifo… e invece erano l’ultimo periodo davvero felice dell’Italia… avrei dovuto spassarmela un po’ di più e comprare Le Ore”… ma ormai… che dire? “Siamo tutti nella merda, mmm nella merda / Siamo tutti nella merda / mmm nella merda …

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