“S o g n i” – di Elisa Ruotolo

E’ un po’ di tempo che faccio certi sogni strani e quando l’ho detta a mia madre, questa cosa, lei ci ha pensato su, ha guardato la Smorfia sulla credenza e mi ha risposto di segnare tutto su un quaderno, che poi lo sapeva lei come fare a tirarci fuori qualcosa di buono. A me, la faccenda del quaderno fisso sul comodino mi puzzava tanto di fesseria. Mi pareva che i sogni una volta che li dici si fanno tanto ridicoli che non servono a niente più. E se li scrivi è peggio ancora. Il fatto era che a casa sognavano tutti e che fossi tanto diverso e scarso nella nottata era una vergogna che mi riconoscevano senza mai abbonarmela.  Una volta zia Anna provò addirittura a insegnarmeli, i sogni. Si fece dare il permesso da mio padre e mi portò a dormire nel suo enorme letto di vedova che sapeva di borotalco, biopresto e naftalina. Non posso dire d’avere imparato granché da lei, forse ho cominciato a guastarmi il desiderio, questo sì. A guardare da un’altra parte. E pur di non tornarci in quel suo letto mutilato mi sono messo a inventarmi tutto, solo che si capisce tale e quale quando fai così, e alla fine nessuno ci casca a starti a sentire. C’è stato un tempo che ci soffrivo parecchio e avrei dato pure l’anima per procurarmi quelle nottate di famiglia, ma poi l’ho capito che venivo da un altro stampo io e non potevo dormire alla loro maniera. Perciò il giorno che mi è capitata, questa cosa dei sogni, io ci sono rimasto, e prima di dirla in giro ho provato a mangiare leggero, a non mangiare proprio, a cambiare fianco, a spostare il letto. Sapevo di certi che lasciavano accesa la radio o almeno la tv sul canale notturno delle televendite: pure questo avevo provato. Alla fine ho anche smesso di fumare, perché di solito si parte sempre da lì: dalle sigarette, se fumi. Io però sogno lo stesso. Sogno sempre. Sogno tanto. Basta che chiudo gli occhi e ci ricasco, liscio e inutile come un sasso. Si tratta di faccende che forse gli altri già sanno: viaggi senza biglietto, camminate senza vestiti addosso. Ritardi senza perdono. Vergogna. Ma il guaio per me è che ci sono arrivato tardi: appena passata la trentina, con le forze ancora lì e la fronte che s’è mangiata buona parte della testa. E adesso non so che farmene, di questi sogni. Penso sempre a zia Anna e alle sue scamiciate a lutto; a mia madre che non perde una giocata e risparmia sulla spesa per sborsare i soldi al tabacchino; a mio padre che da anni dorme in un letto separato, non per carenza di sentimento, ma per il vizio che ha di parlare nella nottata; a mio fratello che sta in Etiopia e se ci scrive parla solo di miserie, di misericordia e di sogni… e mi pare che chi li fa deve avercela per forza una paura infilata da qualche parte. Io, per esempio, ho cominciato dopo aver capito chi sono veramente, una volta per tutteE non ho smesso più. Ma questa è una faccenda mia, che non mi va di dire a casa. Prima che me ne andavo ho girato solo voce dei sogni, del lavoro che ho trovato in tipografia. Per telefono non ce la faccio nemmeno a dire che Giovanni sono sei mesi che vive con me, e non è niente vero che sto con la commessa del supermarket dietro l’angolo. A mia madre piace la storia della commessa e ogni settimana dice che la prossima viene a incontrarla e a guardarmi nel quaderno. Lo sappiamo che poi non succede: ci sono troppe fermate e cambi di corriera per trovarmi e io coi sogni ho cominciato davvero tardi per darle la fiducia di comprarsi un biglietto e di partire. Però le dico che va bene. Che l’aspetto, ma che non importa, se poi non ce la fa a venire. Le dico che devo andare ed è la verità, quasi sempre. Lei mi telefona di sera, poco prima che esco. Alla tipografia ho scelto il turno di notte perché mi piacciono le strade sgombre, perché così non mi vede nessuno. Prendo la bicicletta di Giovanni e in dieci minuti arrivo. Questo lavoro mi piace. Mi piace anche se mia madre dice che è contro natura e che la notte bisogna dormirsela. C’è che sono bravo, a fare quella cosa lì. Pure Giovanni me lo riconosce, che manifesti dritti come i miei non li ha visti ancora. Io rispetto gli spazi, scollo da sotto le carte vecchie, bagno la scopa nella colla per quel poco che serve, senza sciupo, senza esagerazione, e ci passo sopra finché mi tremano le braccia. Come quando a dieci anni facevo le gare con mio fratello, a vedere chi di noi era più uomo tenendo le mani contro la stufa al kerosene. Vinceva sempre lui e a me la pelle bruciava di vergogna per tre giorni. Adesso vorrei sapere se tutto questo Giuseppe se lo ricorda ancora quando laggiù, in Etiopia, s’infila nella sottana nera del missionario. Vorrei sapere a che gli è servito avvamparsi le dita per niente. E se poi  l’ha imparato cos’è la misericordiaCi penso stanotte mentre pedalo e cerco sui muri un posto per piazzarci i manifesti. Ho in tasca il biglietto di Giovanni: dice che se ne va, che non resiste, che mi lascia la bicicletta; ha copiato una frase da un libro per dirmelo meglio e io non gliela perdono: di non avermi nemmeno salutato a parole sue. Stasera non ho molto da dire alla gente, solo che hanno piazzato qua e là certe esche mortali per i topi, che domani non avremo di che bere e lavarci, che qualcuno non ce l’ha fatta a uscire vivo dai sogni di questa nottata. Solo che stavolta non lo so se me la sento di parlarci con la gente, e allora faccio una cosa, incollo tutto all’incontrario, le parole murate vive dove capita, tra la carta e le pietre. Perché voglio che non si sappia niente dei topi, dell’acqua…dei sacrifici di questa notte. Perché lo so io cos’è la misericordiaCredo che farò così finché ce la faccio, finché non mi fermano, finché non mi levano pure quello che m’è rimasto e intanto filo via premendo i piedi sui pedali sgangherati dalla ruggine. A volte penso che sarei stato anche un buon ciclista, perché ho resistenza e la resistenza e tutto: senza quella non ci fai niente nella vita.

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