Ryan Adams: “Prisoner” (2017) – di Nicola Chinellato

A due anni dall’uscita di “1989”, rilettura in chiave rock dell’omonimo album di Taylor Swift, torna nei negozi Ryan Adams  con un album di canzoni originali. “Prisoner” è senza dubbio il disco più intimo e sofferto del cantautore di Jacksonville, un album scritto durante il divorzio dalla compagna Mandy Moore e concepito come una sorta di rielaborazione del lutto affettivo. Non che Adams sia mai stato un allegrone: troppo sensibile e riflessivo per prendere le distanze dal dolore del mondo, nei suoi dischi non ha mai fatto mistero di un animo empatico e malinconico. “Prisoner”, però, supera abbondantemente il livello di guardia della depressione, è un disco che racconta il calvario della separazione, non risparmiando nulla all’ascoltatore di ciò che Ryan ha passato, delle frustrazioni e delle umiliazioni del divorzio, della gabbia in cui ha rinchiuso le proprie speranze, il proprio amore, la propria personalità. Prigioniero, dunque, di una storia finita e di tutti gli strascichi che ne sono derivati, Ryan scrive il suo “Late For The Sky” (Jackson Browne) per citare un disco emotivamente identico o, se volete, il suo “Tunnel Of Love”, paragone forse più appropriato in considerazione del suono springsteeniano di molte delle canzoni in scaletta. A parte Do You Still Love Me che apre il disco sfoderando un ringhio rock reso però inoffensivo da grumi di malinconia, “Prisoner” è un album di ballate, riflessivo e triste, in cui è la pena, sia nelle melodie che nei testi (“sono un’anima che ha perso il controllo”, canta Ryan in Breakdown) la vera protagonista di ogni singola canzone. Un’aura depressa e sofferente, quindi che fa centro, sia quando Adams sfodera la sua antica passione per gli Smiths, omaggiati nella splendida  title track o nel cantato monocorde e nel jingle jangle di Anything I Say To You Now; e sia quando cita Springsteen in Haunted House (che sembra un out take del citato “Tunnel Of Love”) o in Outbound Train che suona come la sorella minore di Lonesome Day. Tuttavia, pur nei suoi riferimenti espliciti, la scrittura di Adams è efficacissima ed è davvero impossibile non innamorarsi di autentici gioielli di disarmante tristezza, quali Shiver And Shake e Breakdown. Un’opera tormentata dunque, un resoconto “americano” di un dolore universale che conferma Ryan Adams come uno dei più sinceri songwriter della sua generazione. Per cuori infranti e irriducibili malinconici.

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