Ryaki: “Il cambiamento è in ogni momento” – di Francesco Picca

I luoghi operano scelte precise nei nostri confronti. I luoghi scelgono noi, ne sono convinto. Una domenica pomeriggio, ingabbiato tra il divano e la noia, ho immaginato un laboratorio di scrittura per i figli di Riace. Ho pensato al titolo, “Il cambiamento è in ogni momento”, una frase che ho letto sul muro di una periferia qualunque, perché le periferie son tutte uguali. Ho pensato alla vita di Magnòlio de Oliveira, un avvocato di San Paolo del Brasile che ha dedicato gran parte della propria esistenza agli abitanti delle periferie del mondo. Un anziano uomo, truccato da clown che, al tavolo di un bar di Lecce, sotto il tiepido sole di una domenica delle Palme dedicata alla difesa degli ulivi, alla mia domanda “..di chi è questo bicchiere, mio o tuo?” rispose sorridendo “è nostro!”. Dopo una settimana di preparativi ho impostato il navigatore: 389 chilometri. A Rosarno, dopo sette anni di glorioso girovagare dalla Puglia alla Normandia, a settanta chilometri dalla meta, mister Tom Tom ha perso il segnale GPS. Lo ha perso per sempre. Mi piace come finale; è davvero un bel finale. Forse è un nuovo inizio. Ho parcheggiato l’auto nella piazza del municipio di Riace e ho scaricato una pila di libri, qualche chilogrammo di cancelleria e un baule di curiosità. Il laboratorio è stato ospitato ne “La Casa della Poetessa”, un vero e proprio mantice culturale, una culla per gli artisti di passaggio, una residenza privata strappata all’abbandono attraverso uno splendido restauro conservativo per volontà di Daniela, una insegnante pugliese che mastica utopia e sputa concretezza. Dalla parola “cambiamento” è partito il primo esercizio di scrittura. Dodici ragazzi, alcuni ancora bambini, in poche ore hanno bruciato le tappe del mio ipotetico percorso di lavoro che, per quanto avesse tenuto conto delle differenze linguistiche e scolastiche, aveva colpevolmente ignorato la vivida intelligenza di una banda di formidabili cospiratori del sorriso. Abbiamo giocato con le parole, con le desinenze, con le assonanze; abbiamo smontato e rimontato i testi di alcune canzoni di Vinicio Capossela, transitato da quei luoghi solo pochi giorni prima per le riprese di un video musicale. Abbiamo inventato storie, animato personaggi, intrecciato sogni e intime aspirazioni. Il laboratorio di scrittura è scivolato fluido, in discesa, regalandomi lo stupore e la meraviglia che solo la vita “giovane” può regalare. Ho avuto al mio fianco Cinzia e il suo materno e impareggiabile saper mediare le individualità più vivaci; e poi Cristina e il suo modulo didattico di scienze, con il girasole rotante alimentato da una cella solare, e il suo “vibrofono mandibolare”, una diavoleria ingegnosa per ascoltare la musica utilizzando l’orecchio interno, e poi ancora i suoi esperimenti su energia e attrito, poderosa metafora del vivere a Riace. Auditrici attive sono state Adele, Francesca e la norvegese Frida, tre laureande in antropologia che nelle loro tesi potranno testimoniare l’incanto balenante negli occhi dei più piccoli e la curiosità vibrante nelle domande acute dei più grandi. Davvero preziose e infaticabili Roberta e Francesca, due riacesi che sostengono lo studio di questi ragazzi durante l’intero anno scolastico, ogni santo pomeriggio, impastando il futuro di queste anime con l’humus della dedizione. A noi tutti si è accodata Elisabetta, pugliese, vissuta a Marsiglia per venticinque anni, armata di una misteriosa valigia e di un’arte teatrale visionaria e coinvolgente. E poi ancora Anna e Ivana, cosentine, che con i loro occhi curiosi hanno cercato una porzione di muro su cui liberare il proprio estro figurativo. Tra i vicoli abbiamo incrociato François, un parigino appassionato di fotografia che per qualche minuto ha trasformato il nostro laboratorio in un piccolo set. Pochi metri più in là ci ha incuriosito l’accento francofono di Lina, da una vita residente in Corsica, ritornata per l’estate nella sua casa d’infanzia. Poi, nel cuore del “Villaggio globale”, siamo inciampati nel ritmo dei toscani I Matti delle Giuncaie e abbiamo applaudito la loro veloce performance sotto il murale di Emiliano Zapata, musicando e cantando quelle parole ora più che mai attuali “Se non c’è giustizia per il popolo, lascia che non ci sia pace per il governo”. Riace è questo: una galassia di nomi, di etnie, di sogni bisbigliati, di vite narrate a fatica con il pudore di chi ancora non ce l’ha fatta, ma in cuor suo è convinto di essere ad un passo dal poterci riuscire. E’ un meraviglioso “non luogo” dove i sorrisi e le battute fulminanti di Lucia incrociano il linguaggio silenzioso delle pietre, dei ruderi, dei muri rinnovati nella struttura e nella funzione, testimoni di una seconda storia, di una seconda possibilità. Nel brusio ancestrale del vento incanalato tra i vicoli ho imparato a riconoscere il passo incerto della nostra vicina di casa, la Signora Maria, una piccola donna nodosa come un tralcio e forte come un cannizzo che per tre giorni ha accudito il nostro lavoro, annuendo e sorridendo, allungando le sue dita ritorte per indicare la rotazione del sole e delle ombre. Maria ci ha coccolato con il suo sapone fatto in casa, ci ha sostenuto con i suoi legumi cotti a fuoco lento, con la pancetta “conzata” a mano, con la ricotta e il pecorino lavorati dall’unico suo figlio rimasto nel borgo; ci ha accarezzato con le parole affettuose di una madre mai stata bambina, troppo presto rimasta sola ad occuparsi di sette piccole bocche. La maggior parte delle mie domande hanno trovato risposta sotto la veranda del bar di Alessio, cuore sociale del paese, zenit antropico, ufficio informazioni, trattoria dell’amicizia, all’occorrenza comitato elettorale trasversale, dove tutto ha origine e dove tutto si trasforma, dove si programma e si pianifica il futuro, da dove, se un improbabile disegno politico intessuto di trame pirandelliane rischia di scontrarsi con la mano ruvida del sapere e del sentire, basta attraversare la strada e rifugiarsi alla ringhiera del belvedere, a pochi metri dall’anfiteatro dipinto con i colori dell’arcobaleno, sperando che le rondini non ascoltino e non ripetano le indicibili aspirazioni di qualche interlocutore occhialuto in odor di riciclaggio politico. Nella piazza, al tramonto, ho visto scorrere le ultime ore utili per presentare le liste elettorali: i tessitori in modalità “Penelope” sono tanti e la tela fatica a delinearsi. C’è da scegliere tra il “nuovo” che saprebbe di vecchio e il “prima” che ancora ride e scorazza, nonostante tutto, e profuma d’oriente, e salta e schiamazza, e canta l’Africa. Intanto, al netto delle suggestioni, siano esse positivo-modaiole piuttosto che riduttivo-legaiole, mentre le schermaglie populiste ammorbano e banalizzano il sentire comune, le botteghe e i laboratori artigianali restano chiusi. Resta serrato a doppia mandata ciò che la mano solidale ha creato in un borgo destinato a svuotarsi e a morire, ciò che la mano armata ha provato a spazzare, cosi come pure la mano della legge (la giustizia è altra cosa). Tutto resta sospeso, nell’attesa che qualcosa cambi. Il cambiamento, appunto. L’ombra della veranda del bar accoglie Roberto, novantadue anni, ultimo di undici figli, insegnante per una vita, padre per due. Le sue partite a carte sgranano le ore: il suo pranzo segna la mediana del giorno, il suo saluto serale l’approssimarsi del tramonto. E poi, sotto la veranda, c’è Claudio: ha le mani robuste e il sorriso dilaniante, recita a memoria i testi degli Squallor con sorprendente perizia declamatoria e li offre alla platea come fossero i vaneggiamenti di Kerouac. Questa è Riace. Una insospettabile compenetrazione di generazioni e di culture, un esperimento del tutto casuale sul pensiero medio e la dimostrazione impietosa della sua inconsistenza e precarietà. Questo meraviglioso esempio di umanità inclusiva, solidale e condivisa, questa utopia portata dal vento non ce la fa proprio a morire. La quadratura del cerchio, la camera di compensazione di tutte le nostre giravolte cervellotiche e di tutta la nauseante ed abusata propaganda “usa e getta”, è racchiusa nelle parole del piccolo Esa Alì, uno dei figli di questa comunità resistente che, alla domanda “da dove vieni?”, mi ha risposto immediatamente “da Riace”. Sulla via del ritorno, prima di scollinare la Sila con un percorso stradale barocco che, per congiungere due sponde dello Jonio costringe al salto sul Tirreno, mi son fermato qualche minuto in spiaggia, su quella sabbia che nel lontano 1998 ha visto approdare i primi curdi. “E’ stato il vento” affermò il sindaco di allora, immaginando forse che un giorno, seppur lontano, l’accoglienza umanitaria sarebbe stata oggetto di appiccicose dispute giuridiche e l’inclusione sarebbe diventata una colpa. A me resta l’abbraccio del piccolo Johnny, i suoi occhi grandi e vispi, quel suo “quando torni?” appena sussurrato che ha il profumo rassicurante di casa. E poi mi resta il blu invincibile del mare, un blu che è la sintesi primaria di ogni amore e di ogni morte per amore, di ogni aspirazione malcelata così come di ogni sogno tenuto in vita. È il blu dello zefiro che spettina i sorrisi. Della coperta di cielo che scalda ogni occasione di abbraccio. E’ lo stesso blu del mare che a volte trattiene ed altre volte rilascia. Del mare che custodisce, sempre.

Foto Daniela Maggiulli Cinzia Santoro © tutti i diritti riservati 
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