Rutger Hauer: il Capitano di mille avventure – di Lino Gregari

«Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.»
È innegabile che, nell’immaginario collettivo, Rutger Hauer venga da sempre accostato alla figura di Roy Batti, il replicante voluto da Ridley Scott come protagonista del suo stupefacente “Blade Runner” del 1982. In effetti quella interpretazione così iconica (lo fu a tal punto da mettere in secondo piano il pur splendido Rick Deckard interpretato da Harrison Ford) permise a Rutger di entrare nel cinema dei grandi numeri, dandogli modo di creare altri personaggi storici (uno su tutti il capitano Etienne Navarre del celebre “Ladyhawke” (1985) di Richard Donner). Ma è anche vero che Hauer non ci arriva per caso a quella parte: la sua è una carriera che già allora vantava interpretazioni di alto livello, sopratutto dovute alla lungimiranza di Paul Verhoeven, regista olandese noto al grande pubblico sopratutto per pellicole come “Basic Instinct”, “Robocop”, “Showgirl” e “Atto di forza”… ma è negli inizi della carriera di entrambi, che possiamo trovare le cose più affascinanti. La prima collaborazione risale al 1973, e si intitola “Fiore di Carne”, nel quale il ventinovenne Rutger interpreta il complicato Erik Vonk: l’interpretazione è magistrale, e il film viene candidato all’oscar come miglior film straniero, sbancando i botteghini in Olanda e finendo per venire ricordato come il miglior film olandese del secolo. Come direttore della fotografia c’è Jan De Bont, altro olandese doc che molti anni dopo troverà fama girando “Speed”, “Twister”, e “Tomb Raider: La Culla della Vita”. Il successo è così eclatante che Verhoeven richiama Hauer per “Kitty Tippel”, del 1975: anche qui, la figura di Hugo (interpretato appunto da Hauer) è una delle figure cardine del film, che racconta l’ascesa di una prostituta e la sua trasformazione in una donna di lettere. Nel 1977 è la volta di “Soldato d’Orange”, splendida opera originariamente girata per la televisione, che mostra l’Olanda al tempo dell’occupazione nazista. Erik Lanshof è la figura attraverso la quale Verhoeven racconta lo svolgersi degli eventi, aprendo e chiudendo il film in modo magistrale. Ancora una volta Hauer si dimostra degno della fiducia del regista, e lo ripaga con una interpretazione sontuosa. Da qui in poi per lui la strada è davvero in discesa, e “Blade Runner” viene a suggellare un destino scritto da tempo. Nel 1985, come detto, arriva “Ladyhawke” a fissare per sempre nell’immaginario collettivo la figura di un artista dall’indubbio fascino, ma è ancora una volta l’amico regista olandese a regalare all’attore un’altro personaggio da incorniciare: sempre nel 1985 ecco arrivare “L’Amore e il Sangue” (Flesh + Blood), affascinante e crudo ritratto rinascimentale. Siamo nel 1500, dove assieme a una seducente Jennifer Jason Leigh, Hauer dà vita a un Villain d’annata. Il suo Martin è un furfante in grado di sedurre il pubblico, e di dimostrare appieno il fascino e la bravura di un attore sempre perfetto. Anche in questo caso, come in “Fiore di Carne” e “Kitty Tippel”, alla fotografia troviamo Jan De Bont, a formare una triade tutta olandese di grande spessore. Sono innumerevoli i cast a cui Rutger ha aggiunto qualità: basti citare “Ostermann Weekend” di Sam Peckinpah, del 1983, oppure lo splendido “The Hitcher: La lunga strada della paura” di Robert Harmon, del 1986, per poi finire con il cinema italiano di qualità, rappresentato da “La Leggenda del Santo Bevitore” di Ermanno Olmi, del 1988, che vinse il Leone d’oro a Venezia, e il bellissimo “In una Notte di Chiaro di Luna” di Lina Wertmüller, del 1989, nel quale, assieme a una bellissima Nastassja Kinsky, ci regala una interpretazione sofferta e magistrale. Rutger Hauer è stato un interprete a suo modo unico, capace di iconizzare tre decenni di cinema unendoli mediante un filo rosso: è come se tutte le sue interpretazioni si unissero a creare il ritratto di un uomo partito da Amsterdam per approdare, lui che è stato marinaio, ai grandi successi mondiali. In ogni sua interpretazione possiamo rintracciare l’uomo che sta dietro all’attore: una persona incredibile, rimasta fedele a se stessa e a quella semplicità che solo i grandi hanno e sanno usare. Persino nella sua ultima interpretazione, il notevole “I Fratelli Sisters” di Jacques Audiard, del 2018, la sua figura del Commodoro rivaleggia incredibilmente con quelle di Joaquin Phoenix e Jake Gyllenhaal, donando al film una icona da incorniciare. Certo, Batti il replicante, con i capelli biondo platino e lo sguardo magnetico, marchiano indelebilmente il cuore di tutti coloro che amano il cinema, ma per capire davvero quanto sia stato grande e unico questo “splendido figlio d’Olanda”, è necessario tornare indietro nel tempo, e ripercorrere con lui il lungo tragitto che lo ha accompagnato ai giorni nostri. Il lupo se ne è andato, il suo sentiero si è discostato dal nostro, ma proprio come in “Ladyhawke”, possiamo continuare a scorgerlo in quel breve istante che separa la notte dal giorno.

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