Russ Meyer & Sex Pistols: “Who Killed Bambi?” – di Maurizio Fierro

Immaginate una rockstar inglese sul viale del tramonto che si introduce nella riserva della Regina, spara a un cervo con la balestra, lo lega al cofano della sua Rolls-Royce, gira per la campagna londinese fino a trovare una fattoria diroccata, prende il cervo e lo getta sotto il porticato, convinto di aver fatto una buona azione, perché sì, “finalmente qualcuno potrà fare un pasto degno di questo nome”. E che da quella fattoria esca una ragazzina di dodici anni che appena vede l’animale morto si dispera e, rivolta alla mamma, in lacrime esclami: “Qualcuno ha ucciso Bambi!”. Poi immaginate la rockstar darsi alla pazza gioia insieme al suo autista fra sesso e droga e, alla fine, dopo essere riuscita a mettere insieme un gruppo, provate a visualizzarla sul palco, mentre si esibisce nel suo concerto d’addio; e che poi, in piena estasi da performance, echeggi un colpo di pistola, con la rockstar che si accascia agonizzante, la gente che urla, quelli intorno che si disperano, e infine l’ultima inquadratura tutta per lui, l’assassino, anzi lei, perché il killer altri non è che la ragazzina di campagna, che sentenzia: “Questo è per Bambi!”.
Questa è la trama del film che deve lanciare i Sex Pistols nel firmamento di celluloide. Il titolo? “Anarchy in the U.K.“, come il loro omonimo singolo. Siamo nel 1977, Johnny Rotten e soci hanno da poco pubblicato quello che da molti verrà considerato il manifesto del movimento punk, “Never Mind The Bollocks“, un album che appena uscito è già un classico, miliare, e Malcom McLaren è in cerca di un’occasione per anabolizzare l’ascesa del gruppo. Poi l’idea: e se facessimo un film? – pensa il manager – perché no, anzi, sì. Il grande schermo… perché sul piccolo, di schermo, i Pistols hanno già fatto la loro parte, sfanculando in diretta TV il malcapitato Bill Grundy nella trasmissione “Today”, con conseguente indignata alzata di scudi di tutti i moralisti e i sopracciò del Regno Unito, turbati e preoccupati dal quel rigurgito di controcultura giovanile. E se è vero che André Gide disse che l’opera d’arte è l’esagerazione di un’idea, e Mark Twain che la vera insolenza è la mancanza di rispetto per il Dio del prossimo, beh allora esageriamo, cazzo, pensa il vulcanico Malcom, che a insolentire il Dio del conformismo ci aveva già provato quando era studente d’arte e provocatore anarchico negli anni Sessanta e che ora, autoproclamatosi teorico della rivoluzione politica ed estetica del punk, ha individuato nei Sex Pistols il gruppo con le potenzialità per diventare memoria del movimento.
Loro in realtà lo odiano, McLaren. Mal sopportano la sua prosopopea accoppiata all’aria da venditore ambulante disilluso che si porta appresso. Però stanno al gioco. C’è o no una rivoluzione da combattere? Già, una rivoluzione. Incentrata su uno schema semplice semplice, ma capace di sparigliare le carte del mainstream musicale: demistificare il rock e, per proprietà transitiva, l’ordine costituito. Allora, “come on, baby“, perché qui si deve esagerare: ma se occorre esagerare, esagerare per davvero ecco, allora serve l’aiuto di un regista adatto, uno col “physique du rôle, un po’ folle e un po’ dissacratore insomma, uno disposto a farsi carico di qualsiasi progetto che odori anche solo da lontano di politically incorrect. C’è da fare scandalo? No problem, perché dall’altra parte dell’oceano c’è la persona giusta. Il cineasta giusto di nome fa Russ e di cognome Meyer. Sì, lui, l’outsider del B-movie, il regista dei deliranti “Faster Pussycat“, “Kill Kill“, “Motorpsycho“, “Beyond The Valley Of The Dolls” e del più recente “Up”. Un piccolo alchimista capace di miscelare violenza ed erotismo, sottocultura pop e spontaneismo artistico, spingendosi in quelle zone d’ombra dove comicità e crudeltà convivono tenendosi per mano.
Appunto, l’idea. Il film. La 20th Century Fox, la Warner Bros. e tutto il resto. Il sangue delle major e i loro soldi, ovvio. Ma il titolo non funziona, quell’UK è limitativo, pensa Meyer, intrigato fin da subito dall’idea di dirigere quei quattro tossici. Coniugare musica e cinema? “Not chance but choice“. Vedere le sue pellicole per credere. Echi e rimandi jazz, rock duro mixato a brani religiosi, canti nazisti e disco dance della peggior risma ma, la sceneggiatura? “Cazzo Roger, questa roba fa cagare!”. Roger è Roger Ebert, fraterno amico del regista e critico cinematografico. Sembra di sentirlo, Meyer, di fronte alla proposta di McLaren e, allora, partono le telefonate intercontinentali. Johnny Rotten scalpita, biascica che vuole ritagliarsi il ruolo della rockstar, ma che vuole interpretarlo a modo suo. Sid Vicious sbraita, inveendo e sostenendo che il nome del personaggio dell’autista che gli è stato ritagliato su misura deve essere Darth Vader, chissà perché poi, e non vuole sentire ragioni.
Cominciano le revisioni. Marianne Faithful è disposta a interpretare la madre della rockstar, Steve Jones e Paul Cook abbozzano, Meyer ed Ebert ci danno dentro e, alla fine, salta fuori qualcosa che assomiglia a una trama. Quella che avete letto all’inizio… e allora? No, il film non si farà. Ci sono dei provini ma il budget messo a disposizione si rivela inadeguato. I Sex Pistols pretendono cachet stratosferici, la Warner all’inizio abbozza, lo porta a circa un milione di dollari poi, quando scopre che ne serve quasi il doppio, si tira indietro. Fa niente, anzi no, peccato. Ma il mondo gira. Russ Meyer continuerà a produrre film, vagando come un rabdomante alla ricerca del filone perfetto che possa far esplodere la bomba della dissacrazione tra le gambe dell’American Dream.
I Sex Pistols proseguiranno nel loro brama di distruzione assecondando la follia nichilista di Johnny Rotten, perché quella di Sid Vicious e soci non è una semplice autovettura impazzita lanciata a duecento all’ora contro il sistema, alla faccia di qualsiasi crash test: a Rotten non basta urlare nell’ultimo concerto dei Sex Pistols, al Winterland di San Francisco:Non avete mai avuto la sensazione di essere stati fregati?“. No, la loro è innanzitutto una protesta contro la vita tout court. Dopo quel concerto Rotten scomparirà per sempre dal circuito e Vicious metterà in scena la morte perfetta dell’artista maledetto, portandosi appresso le ceneri del punk. E Bambi? Si è salvato, il cerbiatto. Allora immaginiamo il sospiro di sollievo di tutti quelli che, come insegna l’omonima sindrome, credono di poter salvare il mondo. Ma non c’è mai un mondo da salvare, è tutta una fregatura. Lo diceva anche Johnny Rotten.

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