Rush: “Clockwork Angels” (2012) – di Nicholas Patrono

Mi piace pensare ai Rush come una bottiglia di vino buono. Vino che, più invecchia, più acquista qualità. La dimostrazione è questo “Clockwork Angels”(2012), diciannovesimo album in studio, nonché primo concept-album per la band canadese. Un regalo d’addio, un ultimo commiato prima che, dopo più di quattro decenni di onorata carriera, Geddy Lee, Alex Lifeson e Neil Peart si godano il meritato riposo. Fondati nel 1968, i Rush si sono distinti tra i Grandi del Progressive Rock a suon di capolavori, specie nel periodo tra gli ultimi anni 70 e i primi anni 80. La formazione dei Rush non ha subito alcun cambiamento dal 1974, quando Neil Peart sostituì John Rutsey alle pelli. Di qui al 2012, sono passati ben 38 anni, 18 dischi, infiniti tour e concerti: un’alchimia intesa che sa prima di amicizia, e poi di lavoro. Tutto questo confluisce in “Clockwork Angels”, opera ultima, datata 8 giugno 2012, uscita per l’etichetta indipendente Anthem in Canada e per la Roadrunner Records nel resto del mondo. Lecito chiedersi che cosa vi sia ancora da raccontare, dopo una narrazione iniziata nel lontano 1974 con il disco omonimo, “Rush”, proseguita attraverso opere del calibro di “2112” (1976), “A Farewell to Kings” (1977), “Hemispheres” (1978), “Permanent Waves” (1980), “Moving Pictures” (1981) e tanti altri. Sarebbe lecito aspettarsi un calo, se non qualitativo, almeno sul versante dell’ispirazione, ma questo “Clockwork Angels” dissipa ogni timore, e riporta alla mente la metafora del vino di cui sopra. Omaggio alla propria memoria con una buona dose di autoreferenzialità, a partire dalla copertina: un orologio che indica le 9:12, che possono anche essere lette come le 21:12. Lampante riferimento al passato in copertina, contrapposto ad un approccio più moderno, anche nella produzione, in musica. Movimentato e sinistro il primo brano, Caravan, scelto anche come primo singolo. Geddy Lee ripete più e più volte “I can’t stop thinking big” (“non riesco a smettere di pensare in grande”). Interessante come questa possa essere una chiave di lettura della vita musicale dei Rush: nessuno si aspettava altro, specie dopo una carriera del genere, ma loro hanno continuato a pensare in grande e hanno sfoderato un disco dal valore notevole. Si continua con BU2B, pubblicata in coppia con Caravan come anteprima dell’opera. Cadenzata nella sua introduzione, impreziosita da finezze strumentali, linee di basso intrecciate al ritmo coinvolgente di Peart, la canzone raggiunge il suo climax: un ritornello magistralmente eseguito, dalla melodia energica e caratteristica. Più lunga e contorta la successiva Clockwork Angels, traccia che porta il titolo del disco. Una strofa ariosa e atmosferica, in cui gli strumenti, intersecandosi, creano luci ed ombre, disegnando la città di cui parla Geddy Lee nelle prime linee di testo, fino a culminare nella splendida sezione solistica centrale. Forse un gradino inferiore rispetto ai primi due brani per una questione di ripetitività, ma si parla di minuzie, di piccole imperfezioni in un mosaico perfetto fin nei dettagli. Si continua su questi livelli con The Anarchist in cui, nonostante la voce di Geddy Lee sembri affaticata in alcuni momenti, i disegni melodici sono di alto valore. Brano ingannevolmente, lineare in apparenza, promette qualcosa che arriva solo nei minuti finali, un’apertura melodica dal respiro più ampio. Riparte alla grande Carnies, tra i brani più ritmati del disco, con un energico lavoro chitarristico d’apertura che ricorda i primi lavori dei Black Sabbath. Impossibile annoiarsi durante l’ascolto, merito anche di un ritornello vario e dalle melodie non immediate. Prima inquietante, poi suadente, l’apertura della successiva Halo Effect, lento intermezzo disseminato di episodi acustici, momenti meritati di relax sonoro. Un brano così si presterebbe a melodie “facilone”, ma qui non viene mai scelta la strada più semplice. Riparte in quarta Seven Cities of Gold, episodio dalle ritmiche e le cadenze che ricordano quasi l’Hard Rock e l’Heavy Metal più classico. Brano con meno pretese, più anonimo dei precedenti; non una brutta canzone, solo un buon pezzo che viene oscurato da eccellenze. Poi ancora immagini che si creano d’incanto, come se le note fossero pennelli e la mente dell’ascoltatore una tela, con The Wreckers, brano evocativo e di grande sensibilità, con un ritornello tra i più catchy del disco. Anche qui, l’ascoltatore può riposare, lasciandosi cullare dalle melodie soffuse e le atmosfere trasognate, fino al finale sfumato. Atmosfere opposte in Headlong Flight, dove il basso ancora una volta brilla di luce propria. Tra le migliori prove vocali di Geddy Lee, brano meno sfaccettato ma molto carico, caratterizzato da qualche soluzione metrica irregolare in più rispetto ai pezzi precedenti, coronato da un assolo di Alex Lifeson e soluzioni più aggressive anche da parte di Neil Peart, Headlong Flight si dimostra uno degli episodi più gradevoli per coloro che apprezzano il lato più spinto del Progressive Rock. Segue il breve intermezzo BU2B2, di appena un minuto e mezzo, piccola introduzione prima di Wish Them Well. Con la sua allegria, quest’ultima canzone sancisce un necessario cambio di atmosfera, funzionale a mantenere alta la soglia dell’attenzione. Tocca poi alla monumentale The Garden chiudere il cerchio, e lo fa con un’eleganza invidiabile. Ultimo brano, ultimo disco, e tutto finisce: il paragrafo finale dell’ultimo capitolo di una carriera magistrale. Un progredire di linee vocali espressive ed emotive, accompagnato da un arrangiamento in buona parte acustico, coronato da archi e tastiere, e un bellissimo assolo di Alex Lifeson. “The future disappears into memory”, canta Geddy Lee. Il futuro svanisce in un ricordo. Alla fine di una storia come questa, così lunga, così variegata, non può che restare un sapore agrodolce perché, se da un lato è un peccato che sia finita, dall’altro è bello vederla concludersi così, verso un picco ascendente. E The Garden è proprio questo, è l’anima più profonda di “Clockwork Angels”, nonché il picco ascendente del disco. Un ultimo saluto, il migliore possibile, a ciò che i Rush sono stati, e a ciò che saranno sempre: uno dei motivi per cui tanti di noi si sono appassionati al Progressive Rock.

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