Rupert Sanders: “Ghost in the Shell” (2017) – di Eleonora Rossi

Kokaku kidotai, che tradotto per le nostre orecchie suona come Squadra Mobile con Corazza Offensiva. Questo in origine il nome dell’insieme di prodotti mediatici, che i più addentro a questo particolare meccanismo conoscono come Media Franchise, alla base di “Ghost in The Shell”, il manga scaturito dalla geniale mente di Masanori Ota, fumettista giapponese il cui pseudonimo, Shirow Masamune, la dice lunga sulla sua personalità. Masamune è un leggendario armaiolo noto per le sue spade attivo tra il tredicesimo e il quattordicesimo secolo, mentre Shiro è traducibile in giovane guerriero. Partendo da questo preliminare possiamo capire quali possano essere state le difficoltà incontrate da Rupert Sanders per portare sullo schermo questa opera immaginifica e altamente visionaria. Rupert è un geniale regista pubblicitario con alle spalle numerosi successi in questo ambito che, viste le indubbie capacità, non ha esitato un attimo a cimentarsi nell’impresa. Possiamo tranquillamente dire che la sfida è stata affrontata con vigore, e i risultati sono quanto mai lusinghieri. “Ghost in The Shell” paga il giusto contributo al totem “Blade Runner”, soprattutto in chiave visiva, e ci presenta un mondo dominato dalla cibernetica, entro il quale si muovono umani potenziati di ogni genere, difficilmente identificabili. Il flebile confine tra il bene e il male è confuso, sfocato, e i protagonisti sono anch’essi sfuggenti; figure facenti parte di una realtà controversa e a tratti virtuale che risulta difficile definire. Ambientato in una megalopoli volutamente grigia e notturna, il film tenta in qualche modo di entrare nella sfida più complessa della cibernetica, quella inerente alla parte più profonda dell’essere umano. Il Ghost è inteso come lo spirito, la coscienza dell’individuo (siamo ciò che il nostro cervello è) mentre lo Shell, il guscio, è quello che lo contiene. Il maggiore Mira Killian è la prima del suo genere, una mente umana all’interno di un organismo cibernetico, rinata a nuova vita grazie alla Hanka Robotics, alla quale è affidato il comando della sezione di Sicurezza Pubblica numero 9. In realtà anche lei dipende da altri e scoprirà nel dipanarsi della storia che la realtà non è propriamente quella che lei crede. “Ghost in the Shell” riunisce in un tutt’uno concetti già espressi in altre pellicole: oltre al già citato capolavoro di Ridley Scott, ci troviamo sicuramente echi di “Totall Recall” e “Robocop”, ma ha il pregio di non soffermarsi su questi nobili antenati, modernizzando il tutto attraverso un giusto mix tra azione e scavo psicologico. Merito sicuramente di interpreti all’altezza della situazione che, partendo dalla notevole Scarlett Johansson, si dimostrano perfettamente a proprio agio in un contesto di non semplice realizzazione. Scarlett sembra sempre più a suo agio in questi personaggi e, dopo il fantasmagorico “Lucy” di Luc Besson e la performance offerta nel sottovalutato “Under the Skin” di Michel Faber, aggiunge un altro tassello virtuale alla sua brillante carriera. Takeshi Kitano è sempre notevole, e la sua maschera ben si adatta alla complessità del suo Daisuke Aramaki, mentre Peter Ferdinando è perfetto nel ruolo di Villain. Un film visivamente attraente, onirico e potente che riesce a coniugare mainstream e un certo cinema di qualità che ha tra l’altro il pregio chiudere tutte le porte che apre, e termina con il classico finale catartico forse un po’ troppo fumettistico (ma in fondo quello è il punto di partenza), che appaga il pubblico in grado di apprezzare un’opera assolutamente moderna.

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