Ruggero Maggi: libri d’artista a Gallarate – di Cinzia Farina

Distopica, quasi un day after oltre l’umano, la personale di libri d’artista di Ruggero Maggi a GallarateGalleria dell’Università del Melo, dal 19 ottobre all’11 novembre 2017 – crea per la sua grande coerenza interna, come rileva la curatrice Emma Zanella, la suggestione di un’unica grande istallazione “con modalità da wunderkammer, da camera delle meraviglie”. Un’unica, lucida ma toccante, riflessione sulla storia, sul tempo, sull’entropico dissolversi universale, che si snoda di sala in sala esaltata dal bianco nitore e dalla pulizia minimale delle scelte espositive. Torinese di nascita, milanese di adozione, Maggi è scrittore, artista e poeta, attivo fin dagli anni 70 sul versante della poesia visiva, della mail art e del libro d’artista. Oltre che su quello più tecnologico della copy e laser art, della X-ray art e delle realizzazioni olografiche. In mostra opere di periodi diversi accomunate dalla continuità di una ricerca che è allo stesso tempo filosofica, artistica e umana. Libri antichi dentro teche trasparenti, manipolati come reperti di un lontano passato, fogli coperti di labirinti di segni sottili – grafismi, alberi, esseri umani, parole sottratte a un nero dilagare di inchiostro, poesie come residui in bilico tra ordine e caos, tra caso e volontà, materia e pensiero. Nel cuore della mostra, un video in cui, sullo sfondo fisso di un occhio condannato al movimento, i martelli di una macchina da scrivere (presente sul pavimento come pezzo significante di un’archeologia concreta della parola) battono senza fine versi dell’Odissea. Intorno, nel ticchettio ininterrotto che fa di questo viaggio ai confini un’esperienza esistenziale, pagine coperte di terra bruna, pagine colonizzate da formiche muffe microrganismi demolitori, alle soglie della trasmutazione definitiva in marna. Il disegno di un teschio dalle grandi orbite vuote, che rimanda per contrasto a un ritaglio di occhi femminili da rivista, chiude il cerchio di questa sala dell’occhio: l’autocoscienza dell’universo riflessa dall’umano. Insieme a un altro sguardo, incastonato in una piccola cornice e circondato di lunghi aculei disseccati, montaliani, su un vecchio esemplare di “Venti poesie d’amore e una canzone disperata”. Forse l’unico pudico accenno alla sofferenza in termini umani di questo cosmico cupio dissolvi, allo stesso modo dei nidi d’uccello abitati da piccoli oggetti con lettere e parole, allusivi a un passato fatto anche di cura. Un day after dicevamo, talora anche ironico, che non può fare a meno di interrogarsi sulle responsabilità umane di questo precipitare verso il caos. Il “dio denaro”, 12 grandi pagine con un pezzo di marmo in copertina fitte di graffi e banconote; la guerra, con opere che poeticamente rimandano all’innocenza infantile (un carro armato giocattolo, di traverso su un libro che parla di proiettili e traiettorie, che spara una piuma); il potere e l’oppressione, libri col ritratto del Dalai Lama tagliato a laser. Maggi tra l’altro, animatore culturale impegnato su temi forti, cura da anni il suo progetto del Padiglione Tibet, parallelo alla Biennale di Venezia (in cui è stato presente nel 2001 e 2005). Nella “camera oscura” finale, chiusa da teli neri, campeggia una grande teca con uno scheletro a grandezza naturale, sdraiato e ironicamente intento alla lettura di “Da qui all’eternità”. Intorno, debolmente illuminato da punti e filamenti di luce aliena, in un catalogo di resti e tracce, il sopravvivere delle cose senza l’uomo. Una fusione di materiali corrotti, trasmutati da questa alchimia organica l’uno nell’altro. Metallo, fibre, carta, ruggini, escrescenze, brandelli irriconoscibili di cose che un tempo furono vive.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *