Roy Buchanan: La chitarra del lupo – di Gabriele Peritore

Un giorno Robbie Robertson, che riteneva Roy Buchanan il più grande di tutti, gli chiese dove avesse imparato a suonare così bene la chitarra, e Roy in tutta serietà gli rispose di essere mezzo uomo e mezzo lupo. In verità lo ripeteva spesso e, chiaramente, nessuno gli dava il minimo credito. Per quello che si sa, del suo passato in Arkansas, potrebbe essere pure vero, non si hanno notizie certe sulla sua famiglia o se suo padre fosse un predicatore o meno. Quello che si sa è che è andato via da casa molto presto e che passava le ore sulla chitarra; è molto più probabile che quella risposta nascondesse seri problemi di personalità. A ben guardare oltre quello sguardo torvo, la barba folta (da lupo appunto) il fatto di non amare le grandi platee, di preferire i piccoli locali, il suo sussurrare facendo finta di cantare, di non amare le prove, di essere ossessionato dal fatto che qualcuno lo potesse copiare; qualcosa che non andava ci doveva essere, anche se suonava sempre alla grande. Il problema è che non riuscendo a trovare facili soluzioni razionali cercava di affogare i disturbi nell’alcol e nelle sostanze e, naturalmente, non faceva che peggiorare la situazione. Se proprio vogliamo parlare di ululato, qualcosa che ulula c’è ed è la sua chitarra: sempre lui a farla ululare come soltanto Roy Buchanan sa fare. Con il suo strumento ha un rapporto passionale, scopre elementi intimi fino alle note più acute; è il primo in assoluto del suo genere ad utilizzare la tecnica del pizzicato ottenendo note da violino attraverso il controllo del volume, ed è un maestro del picking. Non ci sono disturbi di personalità quando suona. Nelle esibizioni dal vivo il pubblico rimane totalmente rapito dai livelli espressivi che può raggiungere con lo strumento a sei corde. La sua introversione lo porta per un lungo periodo della sua carriera a suonare per altre band e altri artisti; è in Canada con la Band di Robbie Robertson, appunto, per un ciclo di concerti. Al rientro dal le Terre del Nord per mantenere la famiglia lavora come barbiere. Per tirarlo fuori dall’anonimato serve un documentario che esce nel 1971 (tutto incentrato su di lui) che lo presenta come il più grande chitarrista vivente sconosciuto
Gli addetti ai lavori lo conoscono bene ma il grande pubblico ha la possibilità di scoprirlo grazie al contratto firmato con la casa discografica Polydor Records e con i primi due album in studio: l’omonimo “Roy Buchanan” e “Second Album”, considerati due capolavori. Le registrazioni dal vivo ci fanno apprezzare la sua forma smagliante, come in “Live in Japan” del 1978. I contratti non mancano ma i suoi disturbi non gli consentono di poter percorrere una strada senza ostacoli. L’arte di  Roy Buchanan è soggetta, come la sua vita, ad alti e bassi umorali, a continue scomparse di scena. Alcuni momenti buoni, sempre più rari, ci sono anche negli anni ottanta, come ad esempio “When A Guitar Plays The Blues” del 1985. Il percorso di autodistruzione, però, è ormai irrefrenabile; a cui si aggiungono le incomprensioni con la moglie, una somma di fattori che lo porta a bere sempre di più. Una sera di agosto del 1988 viene arrestato mentre è al volante in stato di ebbrezza. Non si sa cosa sia successo durante la notte, quello che si sa è che l’indomani mattina viene trovato impiccato alle sbarre della finestra con un cappio ricavato dalla maglietta che indossava. Viene, come spesso accade, molto frettolosamente archiviato come suicidio. Forse la sua essenza licantropa… anche se ha quarantanove anni e sette figli non gli ha consentito di rimanere chiuso in una cella neanche per una notte. L’ululato della sua chitarra era un invocazione alla libertà e ci raggiunge ancora oggi straziante e geniale, molto umano e profondamente animale.

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