Roxy Music: “Siren” (1975) – di Alessandro Freschi

Sin dal loro long playing d’esordio omonimo i Roxy Music hanno dimostrato di prestare una maniacale attenzione in tutto ciò che concerne l’estetica del loro messaggio artistico. Le maliose cover che custodiscono i loro vinili dispensano puntualmente istantanee di stupende ragazze in atteggiamenti seducenti, ammalianti opere d’arte che le rendono arduamente ignorabili. In ordine cronologico sulle prime pagine degli album compaiono la bond-girl Kari Ann Muller in stile anni cinquanta, l’ambigua musa del pittore Salvador Dalì, Amanda Lear, con tanto di pantera al guinzaglio, la playmate Marylin Coe e le censurate Evaline e Costance (negli Stati UnitiCountry Life” fu distribuito in una versione in cui si vedono solo gli arbusti dello scatto di Eric Boman), giovanissime modelle incontrate casualmente durante una vacanza nel sud del Portogallo. L’enfatico crooning Bryan Ferry è da sempre fondamentale nella scelta delle ragazze-copertina, con le quali spesso condivide piacevoli frequentazioni nel privato.
Non sfugge a tale regola neppure la diciannovenne top-model reclutata per essere immortalata sul quinto lavoro in studio della band londinese; si chiama Jerry Hall, è texana ma vive a Parigi dove sfila per brand di alto livello nel campo della moda e della cosmetica. L’avvenente vocalist affascinato da un documentario televisivo fa allestire un set fotografico su di un isolotto del Galles nord occidentale, South Stack. E qui prende vita così una delle più iconiche copertine della produzione discografica seventies. La bellissima Jerry distesa seminuda sulla scogliera con tanto di pinne alle caviglie e corona da regina del mare a far capolino in mezzo alla riccioluta capigliatura. È la creatura misteriosa che non ti aspetti, conturbante ed elegante come l’album che va a personificare.
Distribuito dalla fedele label Islands e prodotto da Chris Thomas, al fianco di George Martin nella produzione del beatlesiano “White Album” e tecnico al mix per i Pink Floyd in The Dark Side of the Moon, “Siren” viene registrato negli AIR Studios di Londra nell’estate del 1975 sotto la supervisione di Steve Nye, fondatore della Penguin Cafè Orchestra e futuro mentore dei Japan e David Sylvian. Perso per strada Brian Eno, decisamente più interessato a perpetrare i suoi eccentrici studi su nuove tecniche di registrazione e musica d’ambiente che a stare sul palco, a partire da “Stranded” (1973) alla line-up originaria composta da Bryan Ferry (voce e tastiere), Phil Manzanera (chitarre), Andy Mackay (oboe e sax) e Paul Thompson (batteria) si sono andati ad aggiungere due esperti musicisti provenienti dall’area progressive d’oltremanica, Eddie Jobson (tastiere e strumenti a corda) e Paul Gustafson (basso), rispettivamente reduci dalle esperienze con Curved Air e Quatermass.
Rumore di passi sullo sterrato, un potente motore che inizia a ruggire. Sulle ipnotiche linee dello strumento di Gustafson prende corpo l’esplosivo groove di Love is the Drug, traccia di apertura di “Siren” caratterizzata da una energica spinta funk (non a caso il chitarrista newyorkese Nile Rodgers si ispirerà al trascinante giro di basso nei futuri successi targati Chic). Il brano scelto come singolo apripista raggiunge in ben poco tempo la piazza d’onore delle UK Charts e riesce persino nell’impresa di farsi apprezzare nella Billboard d’oltreoceano. La superba vena creativa di Ferry e soci dimostra di non essersi minimamente smarrita all’atto della collocazione nel cassetto degli abiti sgargianti e dei lustrini della prima ora e le nuove composizioni sembrano allontanarsi sempre più dalle elucubrazioni e le sperimentazioni con Eno. “Siren” è pop di eccelsa fattura, o per meglio dire Art-Pop, ben combinato con soul, funk, rock ed elettronica, il tutto confezionato con una raffinatezza unica, tipica del manierismo dandy del leadership della band.
Così, se da un lato la tracklist custodisce ballad e atmosfere tipiche del repertorio di Ferry come la nostalgica End of Line, Just Another High o Sentimental Fool (preceduta da un convulso intro di stampo psichedelico), non meno interessanti appaiono le incursioni nella disco-funk di She Sells o il forsennato incedere quasi hard rock di Whirlwind, traccia nella quale la scena è dominata dalla sei corde di Manzanera. Poco importa se brani come Could It Happen To Me? sembrano talvolta cadere in una eccessiva leziosità, o come Nightingale ripercorrere cliché particolarmente collaudati e prevedibili. È Both Ends Burning il fiore all’occhiello dell’album; l’innovativo sound di estrazione sintetica, il testo introspettivo e quel retrogusto sofisticato e decadente della recita rappresentano un embrionale esempio di new romantic ante litteram. In anticipo di un lustro sui vari Simon Le Bon, Midge Ure e Tony Hadley, i Roxy Music redigono l’elegante cartolina di un movimento di cui saranno eletti ammirati portabandiera e nel quale, volenti e nolenti, saranno risucchiati nella loro stagione conclusiva (si ascolti Flesh + Blood” del 1980). Dal glam alla new wave, dal rock’n’roll all’art-pop passando per il funk. Ogni disco dei Roxy Music merita la sua dovuta dose di attenzione, soprattutto se sulla copertina è presente una sirena dai boccoli dorati.

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