Rough Max And The Steamrollers: “Roots In The Blues, Crown Far Ahead” (2018) – di Marco Valerio Sciarra

Quando non si hanno radici si cerca di affondarle dove si trova il terreno più adatto alle proprie esigenze. Così Rough Max (Massimo Pieri) che, per svariati motivi si è sempre trovato a girovagare per tutta la penisola, ha scelto di mettere le sue radici in un genere musicale, come dice appunto il titolo del suo ultimo lavoro “Roots In The Blues, Crown Far Ahead”. Un genere musicale che è nato ormai due secoli fa, nel Sud degli Stati Uniti, da uno sradicamento, quello degli africani dalla loro Madre Terra… e il termine Blues, appunto, vuol dire tristezza, per queste radici perse e per quelle nuove che soffrono e si contaminano… vuol dire anche esorcizzare la tristezza. Rough Max in questi nove brani che cavalcano tutte le varie sfumature del genere, dal Chicago Blues al Funk, dal Boogie al Rock, racconta storie tristi e, a suo modo, denunciandole, le esorcizza. Il ritmo è accelerato, grintoso, sin dal primo brano, Candy Ass Blues, sembra la componente caratteristica del suo sound. Avvalorato dall’urlo rauco, ruvido (rough), che rasenta la disperazione, con cui rivendica la sua essenza di uomo tranquillo: “I’m a quiet man” come si può sentire tra le strofe dell’unico singolo estratto al momento, Quiet Man, appunto. Rough Max, picchia duro sul suo basso elettrico, sostenuto da una band che gli sta dietro senza mai perdere un colpo. Proprio Quiet Man si avvale della presenza della splendida armonica di Martino Palmisano; ma non sono da meno Luciano Lucky Pesce alle tastiere, Corrado D’Amato alle percussioni e alla batteria, e un’incursione d’eccezione nel brano Junk, l’unico con la chitarra di Sebastiano Lillo. Subito dopo la tensione sembra rilassarsi, perché il ritmo rallenta, ma è solo apparenza, in sottofondo si fanno sempre più invadenti bisbigli sciamani e sonagli inquietanti; è un Blues classico ma inconsueto allo stesso tempo quello di Guilty, brano che narra di un uomo che si sente colpevole, non conoscendo qual è il suo crimine e cerca soltanto un posto dove poter stare bene. Questi posti magici forse esistono… in brani come Hey Big Wonder, o nello strumentale The Second Bite, di più ampio respiro. Un morso che ci conduce al brano Betrayal, forse d’amore o forse di dannazione che termina con la frase ripetuta come un mantra: “You’ve never been satisfied”, un modo per tradire se stessi. Un’immagine poetica con Little Stone In My Pocket chiude il disco. Per ricordarsi di non arrendersi, anche a costo di graffiarsi le gambe… per non dire addio a tutti i desideri… a tutto quello che ci tiene in vita.

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