Rossella Seno: “Pura come una bestemmia” (2020) – di Francesco Picca

Il valore delle parole, di ogni singola parola, sembra aver assunto un peso particolare e per certi versi nuovo nei mesi del distanziamento e dell’isolamento. Nella classifica che l’Istituto Treccani riserva alle cento parole più utilizzate nella lingua parlata e scritta ce ne sono ben trenta direttamente collegate alla comunicazione propria del complicato periodo di gestione del Covid-19. All’interno di un lessico asettico ed essenziale, illusoriamente ravvivato da qualche neologismo smunto e da una manciata di termini sino a oggi sepolti nell’oblio, l’auspicio per chiunque nutra un briciolo d’amore per l’efficacia della parola è quello di ricevere una sferzata, uno scossone, una grassa e inattesa spennellata di vitalità lessicale. Una meravigliosa occasione è offerta dal titolo di un album coraggiosamente lanciato nei primi giorni del mese di aprile scorso, nel bel mezzo del caos pandemico: “Pura come una bestemmia” (Azzurra Music 2020). È questa l’ultima creazione di Rossella Seno, cantattrice eclettica e poliedrica che nel 2008 ha vinto il Premio Speciale Ciampi dividendo il podio con Nada e con Vinicio Capossela.
Il lavoro, risultato di quasi un quadriennio di cure e di attenzioni, messo insieme a Milano nello Studio Le Orme di Lele Battista, appare come un condensato elegante ed equilibrato di temi, spunti, collaborazioni eccellenti e si apre con Mare Nostrum, una celebre poesia di Erri De Luca. Il gioco provocatorio delle parole che compongono il titolo induce un brusco risveglio rispetto a certo bigottismo convenzionale e a quel bon ton plastificato e stopposo che troppo spesso soffoca le poche braci vive sotto la coltre cinerea dell’arte contemporanea. La fredda doccia rigenerante prosegue con la grafica della copertina, decisamente distante dagli schemi e dai soliti prototipi. Con riferimento ai contenuti, la vera spinta controcorrente è data dai temi trattati, tutti molto impegnativi, espressi dalle penne di autori quotati e dall’interpretazione limpida e composta di Rossella Seno. Abbiamo dialogato con lei.
L’album è andato in distribuzione lo scorso 3 aprile, nel bel mezzo di un periodo decisamente critico. Non avete pensato di rinviare l’uscita?
“Sì, mi sono chiesta se fosse opportuno farlo uscire in un momento così difficile ma è un disco per tempi lenti, i testi necessitano di una particolare attenzione soprattutto per le tematiche affrontate. E poi mi sono detta che in fondo il mio è un grido sì di dolore ma anche di speranza. In questo disco si sono incontrate diverse anime, ciascuna con la propria sensibilità”.
Qual è stato il collante?
“Sono stata io il collante. Avevo le idee molto chiare, certa di ciò che volevo comunicare. Mi sono affidata ad autori che sapevo essere in sintonia col mio sentire”.
Hai lavorato su testi notevoli, collaborando con firme prestigiose. Quanto pesa la cura e l’attenzione alla parola in un mondo che comunica in modo sintetico e ultraveloce?
Direi che questo è un disco d’altri tempi, in cui la parola va ascoltata e ciascun concetto va metabolizzato. È un disco duro, di denuncia. Bisognerebbe dare sempre la giusta attenzione alle parole, che siano scritte o dette, e assicurarsi che non rimangano solo tali”.
Parlami dei musicisti e degli autori che hanno collaborato alla realizzazione del disco.
“Un grande lavoro è stato fatto da Massimo Germini, co-ideatore del progetto, talentuoso autore e musicista, storico e insostituibile chitarrista di Vecchioni; Massimo ha firmato ben otto musiche del disco e ne ha curato gli arrangiamenti. Lino Rufo, apprezzato cantautore blues, ha musicato la poesia La ballata delle donne del grande Edoardo Sanguineti; in questo brano spicca il contributo della meravigliosa voce di Mauro Ermanno Giovanardi. Le firme dei testi sono tutte autorevoli e preziose: Piero Pintucci, che ha firmato tanti successi di Renato Zero e di cui ho amato immensamente le canzoni; poi la straordinaria penna di Federico Sirianni, uno degli eredi del cantautorato genovese, che ho desiderato omaggiare con una cover della sua Ascoltami o Signore; i testi di tre brani sono di Michele Caccamo, uno scrittore di straordinaria sensibilità considerato nei paesi arabi il “poeta della fratellanza”; infine ma non ultimo Pino Pavone, storico coautore di Piero Ciampi, che ha firmato le canzoni Principessa e La città è caduta, brani di grande spessore emotivo e valoriale”.
Rifiuti di definirti artisticamente affermando di non essere una attrice e nemmeno una cantante. Dove collochi la tua arte?
“Non amo definirmi. Credo nell’importanza della parola; che sia recitata o cantata poco importa”.
La copertina è di forte impatto. Come nasce l’idea?
“È una realizzazione dello street artist Marco Tarascio, in arte Moby Dick, un ragazzo molto impegnato sul fronte ambientalista e animalista. Ha suscitato un po’ di scalpore, sia per il nudo che per la crocefissione, ma non voleva essere provocatoria e tantomeno blasfema. È la fotografia dei nostri giorni: noi, esseri (dis)umani, crocefissi dal sistema, così come è crocefissa la natura stessa, piantati in un mare di spazzatura. Questo è ciò che siamo: esseri votati al vuoto consumismo, anche dei sentimenti e delle idee. Questo è il mondo che abitiamo e che lasciamo.
Anche il titolo non passa inosservato e si presta a molteplici interpretazioni. Chiaramente esprime un paradosso, volutamente provocatorio. Stigmatizza l’ipocrisia e il finto perbenismo di una società fortemente convenzionale, animata da innumerevoli personaggi e pochissime persone. I temi affrontati nei testi sono tanti e complessi. È un disco sugli ultimi, su coloro che per scelta o per costrizione stanno al di là della vetrina, quelli lasciati indietro dalla società. È una denuncia all’indifferenza o, peggio ancora, alla non accettazione del “diverso”; una denuncia del poco rispetto che abbiamo per l’ambiente e per la Madre Terra che ci ospita. Tra le tematiche affrontate c’è anche quella degli anni che passano. Mai come in questi tempi di Covid-19 abbiamo dato così poco valore alle persone anziane, quasi fossero lo scarto della società e non la nostra storia, la nostra memoria. Altro tema trattato è la violenza di genere, la vita di noi donne maltrattate, insultate, uccise, oggetti nelle mani di una società ancora profondamente patriarcale e maschilista, bersagli su cui sfogare rabbia e frustrazioni”.
Trattare i temi di attualità nasconde sempre l’insidia di inciampare nella retorica.
“Si, è vero. Proprio per non incorrere in questo rischio mi sono affidata a dei Signori Autori”.
Cosa vuoi evidenziare nel brano La città è caduta?
“La dissoluzione della città, la città intesa come una scatola che ospita a fatica una società anch’essa dissoluta. Anche in questa canzone ritorna Piero Ciampi con una citazione di una sua canzone, esattamente nelle parole viso di primavera.
Quello dell’arte è un settore particolarmente colpito dalle recenti restrizioni, tuttavia ha ricevuto una attenzione scarsa e tardiva. C’è una questione culturale?
“Gli artisti, gli invisibili, gli ultimi degli ultimi. Qualcuno tempo fa affermò che con l’arte non si mangia. Il nostro Presidente del Consiglio si è rivolto agli artisti come “quelli che fanno tanto divertire”; per fortuna ha aggiunto anche “emozionare”. Il nostro, purtroppo, non è considerato un mestiere e non si riesce a vedere o a percepire quanto lavoro ci sia dietro un qualunque spettacolo. O forse la cultura incute paura?”

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