Roscoe Mitchell e Francesco Filidei: live a Bologna – di Massimiliano Speri

Già solo per la location scelta e per i personaggi coinvolti, questo appuntamento conclusivo della ventisettesima edizione di Angelica Festival (kermesse che ha portato in Emilia Romagna quanto di più intrigante la musica sperimentale possa offrire a livello mondiale, in ogni sua possibile declinazione) è una serata all’insegna della decontestualizzazione totale, del superamento delle barriere concettuali e stilistiche, dell’impossibilità di qualsiasi definizione definitiva: se assegnare una carta d’identità ad un personaggio come Roscoe Mitchell è già un’impresa destinata al fallimento (un jazzista visionario? un apostata della free improvisation? un compositore d’avanguardia radicato nell’humus afroamericano? un paladino dell’educazione musicale non convenzionale?), una sua esibizione dentro l’antica basilica di Santa Maria Dei Servi a Bologna, insieme ad un giovane organista (il toscano Francesco Filidei, talentuoso allievo di Salvatore Sciarrino, che avrà il privilegio di poggiare le dita su un autentico Tamburini di fine ’60) è qualcosa che tira in ballo così tanti riferimenti differenti e forse incompatibili da scoraggiare qualsiasi didascalia. Sarà per l’inevitabile suggestione della cornice… lo spettacolo a cui stiamo per assistere assumerà un’aura quantomai solenne, un’autentica messa free organizzata in tre lunghi atti, quasi una risposta quarant’anni dopo a quei Sacred Concerts con cui Duke Ellington per primo arrischiò un Jazz aromatizzato all’incenso. Una musica incredibilmente sinistra, con ampi respiri di icastica bonaccia meditativa ma anche vertiginosi saliscendi drammaturgici, quanto di più vicino al timore reverenziale che le più terribili immagini della liturgia dovevano ispirare nei popolani analfabeti, con cui in questo momento condividiamo il totale smarrimento di fronte a qualcosa che sovrasta la nostra comprensione. Il sacerdote di Chicago appare davanti all’altare con il suo sassofono soprano, dorata tromba di un giudizio universale eretico. Mingherlino, incanutito, elegantissimo, si muove con una flemma da attribuire in egual misura all’età avanzata, alla serietà che da sempre lo contraddistingue e al rispetto per il luogo che lo ospita, in cui anche un genio come lui è costretto a rimpicciolirsi. Inizia a sputazzare qua e là piccole note acute che somigliano a tante boccate di fumo, beccheggiando come un uccellino stordito. L’organo di Filidei si fa strada a suon di bordoni sepolcrali, lento e minaccioso come un mostro biblico, un mare in tempesta che mano a mano che si ingrossa si fa dissonante come un sintetizzatore fuori fase, contagiando strada facendo l’emissione di fiato del leggendario gregario, i cui pigolii si sono tramutati in rantoli animaleschi. Nella parte centrale i due strumenti diventano una cosa sola, l’organo impennato in un picco angosciato da film horror, Roscoe a urlare dentro il sax come un Albert Ayler chiuso in manicomio, un requiem per qualcuno o qualcosa risalente ad antichità così insondabili che se ne è perduta la memoria, in una spirale di tensione mistica quasi insostenibile. Si potrebbero tirare in ballo Varese, Ligeti, Berio o La Monte Young, ma mettersi a fare critica comparata tra i nembi di questo torvo unheimliche da girone dantesco suonerebbe quasi sacrilego. Poi, gradualmente, la bufera si placa, le canne ancora fumanti esalano i loro ultimi lamenti e si torna all’inquieta immobilità pre-creazione del primo movimento… Mitchell di nuovo protagonista con le sue chirurgiche gocce di inchiostro trasparente, prima di spegnersi in un silenzio che immaginiamo necessariamente eterno, maestoso e impenetrabile come il mistero che abita le navate della chiesa. E’ pazzesco pensare a quanto una musica così priva di coordinate possa diventare emotivamente coinvolgente, un colore monocromo capace di dipingere paesaggi dalla sconfinata profondità di campo, smuovendo turbamenti in egual misura intellettuali e spirituali. Questo evento irripetibile, che i presenti difficilmente potranno mai scordare, è l’ennesima dimostrazione dell’infinita stupidità delle distinzioni tra astratto e figurativo, meditato e irrazionale, intimo e spettacolare, sacro e profano.

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