Rosanne Cash: “She Remembers Everything’” (2018) – di Claudio Trezzani

Nella musica a volte le classificazioni a priori non rendono giustizia ad alcuni artisti. E’ il caso della prima figlia del grande Johnny Cash, Rosanne, che viene spesso definita proprio per le sue origini un’artista country. Lei è sicuramente un’artista di grande spessore e talento, con una voce profonda e tipica del Sud ma di certo non country. Se vogliamo proprio definire il suono di questo 14esimo album da studio, diciamo: americana, un concentrato di folk, blues, country (pochissimo) e anche di rockUn disco sincero e di classe, frutto del talento elegante da navigata cantastorie, che resta nelle vette qualitative raggiunte col precedente “The River And The Thread” (2014), nel quale Rosanne aveva toccato argomenti delle tipiche famiglie del sud come la sua. In questo lavoro tenta una sorta di bilancio della sua vita rendendosi conto degli anni che passano senza rinnegare errori o scelte del passato. Un disco che vede la presenza di suo marito, John Leventhal, del cantante della indie-band dei The Decemberist, Colin Meloy con lei in due pezzi, e di Sam Phillips, con lei nella splendida title-track, un pezzo emozionante che la  voce intensa di Rosanne vela di tristezza ma che il tappeto musicale rende quasi dark ma soprattutto ci sono Elvis Costello e Kris Kristofferson in 8 Gods of Harlem, scritta con loro nel breve volgere di una giornata, forse il pezzo più bello dell’album. Un fantastico rock dal sapore springsteeniano che l’unione delle tre voci rende praticamente perfetto. Impossibile poi non citare l’elegante folk-country di The Undiscovered Country, con un fantastico lavoro di chitarra acustica e il testo che cerca di addentrarsi nel paese da scoprire fra una donna e un uomo”. Di certo Rosanne Cash ha un talento di narratrice non comune, direttamente ereditato dal celebre padre. La produzione rende giustizia alla sua ugola e al suo scrivere canzoni intense e alla sua capacità di interpretare alla perfezione canzoni scritte da altre mani, come nel caso di Crossing To Jerusalem, scritta dal marito John Leventhal, una sorta di viaggio biografico mano nella mano fra i compleanni e i bambini, il bourbon e le lacrime”. Il rock si intreccia alle radici anche in Not Many Miles To Go, forse il pezzo più movimentato e solare, dove l’autrice si rende conto a 63 anni che non ha ancora “tante miglia” da fare davanti a sé ma anche che “le nostre strane e bellissime bugie, svaniscono e tornano nella polvere”, come nella bellissima ballata pianoforte e voce Everyone But Me. Nessun rimpianto e nessun pentimento su ciò che è stato fatto o pensato. Un disco elegante e di grande qualità… la mela non è caduta, in fondo, così lontana da uno degli alberi artistici più leggendari della musica americana: un lavoro intenso e sentito da annoverare fra i più belli di quest’anno. Buon ascolto.

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