Rosa Balistreri “Un Matrimonio Infelice” (1967) – di Valeria La Rocca

Hai vinto tu! Ti consegno le armi. Non ho più forza di lottare, arrotolarmi, fingermi, mutarmi, disconoscere la mia essenza. Ti ho dato tutto quanto abbia mai avuto. Ho aperto le mie ossa per farti carne della mia carne. Ho soffocato il pianto in un sorriso quando non ne avevi uno tuo da spendere sul mondo. Ho dato corpo e sangue ai tuoi sogni, ai desideri, alle pulsioni. Sono stata propellente al genio che scorrendo nelle vene si è tramutato in seme e mi sono fatta terra per accogliere il tuo frutto. L’ho cullato, nutrito, l’ho riparato dal vento della maldicenza e dalla pioggia dell’ipocrisia e, quando maturo si è staccato da me, ho pianto vedendolo andar via e mi sono lasciata colpire quando, tornando a mani vuote e stanche mi ha colpito ancora dicendo “E’ colpa tua”. Ti chiedo scusa se non sono riuscita a indossare quell’ultima maschera che mi cucivi addosso. L’ho strappata, soffocavo e, quando l’ho poggiata a terra, ti ho visto per la prima volta: piccolo, meschino, inerme. In quel momento sono diventata grande come Alice e la pozione magica. Ho visto passarmi in un istante innanzi tutte le possibilità che non avevo considerato ma sono diventata come te: piccola, meschina, inerme. Ho afferrato la rabbia, i lividi e la speranza, ne ho fatto un fagotto e li ho caricati sulla spalla. È stato in quel momento che mi sono accorta dell’accetta, la tua accetta, quella che usavi per spaccare le cose e che prima o poi avrebbe spaccato anche me. Non l’avevo mai vista prima, era cosa tua, cosa da uomini: una donna non spacca le cose, le ricuce dopo che le hai spaccate tu. Una donna sopporta e cuce tende che coprono dagli sguardi. Ricuce gli strappi e ripulisce il pavimento dalle impronte. Ti chiedo scusa se ho fallito e non ho sopportato fino in fondo. Ho perso la mia guerra, mi sono fatta uomo anch’io e ti ho squarciato il ventre come hai fatto tu con me. Avrei dovuto essere diversa, lo so, avrei dovuto scegliere di dimenticare e andare oltre… invece ti ho colpito e mi piaceva vederti andare in pezzi sotto le mie mani. Perdonami se per farmi aria ho reso le tue membra terra. L’ho fatto e sono stata quello che eri tu con me e ho perso la scommessa. Da dietro queste sbarre sono finalmente libera e ti mando il mio perdono. Non mi occorre il tuo. Hai vinto tu! Il 5 gennaio 2002, Santa Morina, 63 anni, uccide nel sonno, a colpi d’accetta, Salvatore Pecora, suo marito da 23. Lo fa per disperazione, o per salvarsi la vita. Al processo il giudice non le riconosce la legittima difesa: il pm aveva chiesto 24 anni di carcere, l’avvocato l’assoluzione. “Un matrimonio infelice” di Rosa Balistreri opera che, alla maniera dei cantastorie, “canta e cunta” una storia vera: la vicenda di Maria, sorella della stessa Rosa, brutalmente uccisa a coltellate dal marito Angelo, uomo violento e dedito al gioco. È una cantata piena di sentimento, di pathos e di dolore per una vicenda tragica che ha segnato un’intera famiglia ma, sembra anche essere un avvertimento affinché episodi di tale violenza ed efferatezza non abbiano a ripetersi mai più.

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