Rory Gallagher – di Claudio Trezzani

Girando per le strade di Belfast e Dublino, ascoltando i racconti e parlando con la gente del posto, c’è un anti-divo che più di Bono, più di Lynott, più di Best, è diventato il simbolo dell’Irlanda intera con la sua arte e risponde al nome di Rory Gallagher. Se vi capita di passare davanti alla Meeting House di Dublino e vedete una vecchia Fender Stratocaster scrostata appesa al muro, ecco quella è la replica esatta della chitarra di uno dei più grandi chitarristi di sempre, la sua. Fin dai suoi inizi di chitarrista nella Londra della seconda metà dei sessanta, il buon Rory non è mai stato un “personaggio” come Hendrix o Richards ma un ragazzo di aspetto comune che sapeva far vibrare la sua chitarra alla maniera dei grandi bluesman americani di cui poi divenne amico. La sua prima band furono i Taste, che verso la fine dei sessanta e inizi dei settanta diedero alle stampe tre album in studio e due dal vivo, uno dei quali è la testimonianza della folgorante apparizione al Festival dell’Isola di Wight: un successo clamoroso. Il loro primo lavoro “Taste” non fu un grande successo, troppo grezzo e innovativo forse, ma già dalla seconda fatica, “On the Boards”, risultò chiaro al mondo della musica che Rory Gallagher non era solo un sopraffino chitarrista di blues elettrico ma anche un ottimo cantante, un polistrumentista dal talento cristallino e soprattutto un autore illuminato. I Taste con un sound elettrico molto duro erano ormai alla pari di altri super-trio dell’epoca come gli Experience di Hendrix o i Cream di Clapton; e l’Isola di Wight fu l’apice della loro carriera come band ma anche probabilmente il canto del cigno. 
Lo scioglimento fu traumatico per Rory, causato da problemi contrattuali con il resto della band e del manager che in pratica avevano escluso il chitarrista dai guadagni. Visto che suonare gratis non era nei suoi piani a breve termine decise che era ora di mettersi in proprio e così fece: era il 1971. Rory mise assieme la nuova band di supporto e dal 1971 al 1974 diede alle stampe quattro album in studio uno più bello dell’altro: “Rory Gallagher”, “Deuce”, “Blueprint” e “Tattoo”. Il talento puro di Gallagher come compositore “esplose” agli occhi del mondo musicale, soprattutto in “Deuce”, contenente capolavori assoluti come I‘m Not Awake Yet e Crest of a Wave che divennero capisaldi delle sue fumiganti esibizioni live, divenute ormai celebri in tutta Europa. Proprio gli album dal vivo diverranno negli anni a venire un culto vero e proprio per generazioni di chitarristi che considereranno Rory come loro ispirazione. Soprattutto il live titolato “Irish Tour ’74”, recentemente ripubblicato in un sontuoso cofanetto contente anche il documentario di Tony Palmer e imprescindibile per chiunque ami il rock e il blues, divenne anche una sorta di manifesto politico involontario. Come ben sappiamo l’Irlanda della metà degli anni 70 non era propriamente un posto tranquillo in cui suonare ma l’antirockstar per eccellenza non se ne preoccupò affatto e dimostrò che la paura si poteva vincere che la vita poteva vincere sulla morte e sul terrore. Sconsigliato da tutti suonò concerti meravigliosi a Belfast, Cork, Dublino e fu soprattutto nel docufilm di Tony Palmer che Gallagher si mostrò al mondo com’era, una persona semplice vera e non un’immagine: camicia da boscaiolo, jeans sgualciti e chitarra scrostata, l’importante era la sua musica. Da ricordare che, dopo l’abbandono di Mick Taylor dei Rolling Stones, Mick Jagger pensò proprio a Rory Gallagher per sostituirlo. L’irlandese di Ballyshannon, fece tre giorni di prove con le Pietre Rotolanti in Olanda (peccato nessuno ne abbia conservate le prove) e ai manager fu chiaro che non si poteva offrire un ruolo di comprimario ad un talento così debordante e quindi assunsero Ron Wood. Gli anni che seguirono furono un susseguirsi di ottimi album e tournée trionfali, sia in Europa ma anche e soprattutto negli Stati Uniti, dove divenne il musicista più richiesto dalle star americane Muddy Waters e Jerry Lee Lewis, e dai Festival più importanti. Un ritmo di vita frenetico e senza soste che lo portarono ad uno stress spaventoso che purtroppo il buon Rory pensò bene di placare attaccandosi alla bottiglia, cosa che gli fu in seguito fatale, nonostante un trapianto di fegato. Fra tutti gli ottimi album incisi in studio negli anni che vanno dal 1974 al 1990, vale la pena citare “Calling Card” del 1976, un album molto completo che arriva a sconfinare nel Jazz e che fu l’ultimo della sua Band al completo. Gli anni 80 e 90, molto “bui” dal punto di vista della musica blues e rock, ritenuti superati dall’elettronica, lo videro sfornare altri album di livello ma dalla scarso successo commerciale. Nelle sua famose esibizioni live però Rory non perse smalto e mordente, riproponendo alla grande il suo repertorio e quello dei compianti Taste. Purtroppo la sua dipendenza dagli alcolici chiese il conto nelle prima metà degli anni 90, dopo un ritorno al blues classico con “Fresh Evidence” che ebbe buon riscontro commerciale, dovette sottoporsi ad un trapianto di fegato che però non risolse i suoi problemi. Rory Gallagher morì il 14 giugno 1995 all’età di 47 anni. Non lasciò né moglie né figli, tanta era stata totale la sua dedizione all’arte e alla musica, cosa che lo portò però alla morte prematura. Quel giorno il silenzio calò su tutta la sua Irlanda da Bellyshannon a Cork, da Dublino a Belfast. Il suo funerale trasmesso in diretta dalla BBC, contò la presenza di più di 20.000 persone accorse da tutto il paese per rendere omaggio a quello che venne subito considerato un eroe nazionale. Non si contano gli artisti che gli hanno reso omaggio, ringraziandolo per l’ispirazione, The Edge, Eric Clapton, John Mayall, Bon Jovi… ma fu soprattutto la risposta data da Jimi Hendrix ad un giornalista che divenne targa in memoria eterna: “How does it feel to be the greatest guitarist in the world? I don’t know, go ask Rory Gallagher.” (
Come ci si sente ad essere il più grande chitarrista del mondo? Non lo so, andare a chiedere Rory Gallagher).

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