Ropsten: “Eerie” (2018) – di Pietro Graziano

Nati nel 2009 nella provincia nord di Treviso, nella zona in cui i capannoni e la pianura iniziano a cedere il passo alle colline e alla natura, i Ropsten sono tra i gruppi meno prolifici del nostro paese, giusto una manciata di EP, una collaborazione internazionale con la canadese Dwyer Records e alcune aperture a livello locale per artisti internazionali di primo livello, dai God Is An Astronaut ai Blonde Redhead. Un percorso comune a molte band che nascono radicate nell’underground e che forse passano più tempo in sala prove e in studio di registrazione che non a condividere proprie foto sui social network e che possiamo trovare navigando su Bandcamp, lasciandoci guidare dall’ispirazione e dalle nostre preferenze di generi musicali. Non ci troviamo di fronte al solito album di neopsichedelia, a qualche figlio illegittimo di The Brian Jonestown Massacre o Motorpsycho o ancora il solito, ottimo, gruppo sludge da qualche anonima città del Midwest… ovvero tutte cose ottime che si possono scoprire in rete, con suoni vintage, rigore ma anche con una certa maniera. Anche i Ropsten sono adepti del passato ma il loro punto di ispirazione è tra i meno esplorati degli ultimi anni… e solo per questo suona più fresco, non scontato, nonostante la proposta non sia semplice… perché “Eerie” è un album interamente strumentale. Krautrock e post-rock qui si incrociano, privilegiando le sonorità vitali e ruvide del primo: registrazione che suona come analogica e live , anche se magari non lo è ed è l’intenzione con cui è suonato a trarci in inganno, mentre analogici sono i sintetizzatori usati insieme a strumenti reali come chitarre, basso e batteria. Un gruppo italiano dedito al Krautrock a 40 anni di distanza dai primi lavori dei Can può sembrare qualcosa fuori dal tempo e questo disco un po’ lo è… ma nel senso più positivo che possiamo immaginare. Non troveremo novità sorprendenti, ma ritmi ipnotici e ripetitivi, figli dei Neu! o dei già citati Can e della loro preziosissima sezione ritmica formata da Holger Czukay e Jaki Liebzeit: un viaggio su una autobahn immaginaria, come se ci trovassimo di fronte ad un master rimasto nascosto in un cassetto di uno studio di Colonia e ripubblicato solo ora. I Ropsten però concedono anche al presente e ci mettono del loro… e questo contributo rende l’album ancora più vivo e dinamico. Iil distacco dalle sonorità Krautrock è presente nei brani più lenti, dove emergono altre due influenze della band trevigiana, ovvero la musica da film e la psichedelia. Un debutto sulla lunga distanza particolarmente riuscito, uno di quei dischi che meriterebbero anche una release su vinile. Non ci resta che augurare alla band di proseguire la propria carriera, nella speranza di non dovere attendere a lungo per un seguito di “Eerie”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

https://rpstn.bandcamp.com/album/eerie

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