Room: “Pre-Flight” (1970) – di Piero Ranalli

Un ensemble, quello dei Room, formato da amici nel 1968: un quintetto del Blandford Forum, Dorset in Inghilterra, composto dal chitarrista Steve Edge, dalla voce unica di Jane Kevern, il basso di Roy Putt, le percussioni e batteria di Bob Jenkins e dalla chitarra solista di Chris Williams. Registrarono “Pre-Flight” (1970), questo unico album per l’etichetta Deram, sussidiaria della Decca, dopo aver vinto il secondo posto in una competizione musicale riservata a nuovi talenti nel 1969. Un disco veramente stimolante, con uno stile che approccia al suono progressivo dell’epoca in maniera singolare e a suo modo sperimentale, con sfaccettature di rock duro, jazz, folk e sinfonico, utilizzando gli archi e gli ottoni di un’orchestra, sfruttandone appieno le possibilità e migliorando così la loro proposta musicale psico-sinfonica. A tal proposito furono reclutati musicisti di formazione classica diretti da Richard Hartley che dopo questa esperienza avrebbe continuato a essere coinvolto in numerosi progetti teatrali, televisivi e cinematografici ed è probabilmente meglio conosciuto per i suoi arrangiamenti nella versione cinematografica del 1975 di The Rocky Horror Picture Show.
L’apertura dell’album è affidata ad una suite di quasi 9 minuti, Pre-flight Part I & II, con molti cambi di ritmo e la voce blues di Jane Kevern che suona dolce e attraente. È probabilmente la più Jazz di tutte le canzoni del disco, con complessi cambi di tempo e una vivace sezione di ottoni. In alcuni momenti la canzone suona in uno stile hard rock dovuto ad alcuni pesanti riff di chitarra, ma sono le intonazioni mesmerizzanti della cantante che forniscono a questa opera lo stato d’animo giusto volto a stemperare quei toni drammatici che in alcuni momenti emergono dalle profondità. Where did I go wrong è un brano blues-rock tradizionale dove il cantato della Kevern, con le sue pennellate jazzy, continua ad imprimere il suo carattere ed a mantenere alto il livello del grande blues elettrico britannico. Arriva poi No warmth in my life, che viaggia potente e vivace prima di prendere una pausa jazz inaspettata a metà del brano. Nebbioso e seducente, mette in risalto l’arioso mezzosoprano della cantante e gli arrangiamenti ben realizzati di fiati, chitarre acustiche ed elettriche. Con Big John Blues ci troviamo di nuovo al cospetto di una tipica canzone blues-rock dei primi anni 70.
Jane Kevern dà tutta se stessa, e ci riesce egregiamente, nell’infondere originalità e vivacità, eccellente anche il lavoro dei due chitarristi. Andromeda, psichedelico e mutevole è un viaggio
astrale blues, orchestra, trance acida con tanto sentimento da parte della vocalist, notevole il lavoro di doppia chitarra di Williams e Edge. Ha una bellissima melodia, elegante e orecchiabile ma con l’inferno dentro: sezioni strumentali imprevedibili e un grande uso degli strumenti classici. War inizia con una sirena da raid aereo, una canzone politica con un forte messaggio contro la guerra, per non parlare di un altro grande brano Jazz / Rock-blues. Nella suite che conclude l’album, Cemetery Junction Part I & II, è possibile assaporare la perizia strumentale e la capacità di arrangiamento degli ospiti che vi partecipano e che fanno da degno sostegno alla band: quattro violini, due viole, due violoncelli, un secondo basso, tre trombe, un corno e un trombone. Una potenza di otto minuti e mezzo che chiude l’album in uno stile trionfale e grandioso, con campane che suonano drammatiche, incursioni Jazz-rock, motivi classici e una pesante chitarra elettrica martellante che si fa strada fino alla fine.
Un gioiello strumentale dove le orchestrazioni sinfoniche di archi e fiati fanno da cornice ai passaggi più psichedelici e rock della chitarra. Potrebbe essere considerata la traccia più “progressiva” dell’album che invita sicuramente ad un ascolto ripetuto, difficile da classificare, avventuroso, con abilità musicali e compositive accurate: se avessero potuto sviluppare ulteriormente il loro percorso musicale, i Room si sarebbero affiancati comodamente ad alcune band della scena di Canterbury. L’eccentrico triplano hippie in copertina e tutte le illustrazioni del disco sono opera del bassista Roy Putt e possono essere apprezzate al meglio su un’edizione in vinile piuttosto che su un supporto CD: l’edizione Deram originale è un lusso che solo alcuni di voi potranno permettersi. In conclusione, un album di cui cattura lo stato d’animo sperimentale senza esporci all’eccessiva indulgenza e alla complessità d’avanguardia. Una musica, in queste sette tracce dell’LP, che viaggia da chitarre semplici (ma solide) dal sapore folky blues-rock a composizioni estese più complesse che si avvicinano maggiormente al rock progressivo, con sorprendenti e audaci arrangiamenti di archi e ottoni al posto delle tastiere. Consigliato ad ascoltatori di prog eclettico, prog sinfonico, jazz-rock, proto-prog e collezionisti di rarità inglesi in generale.

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