Roman Polanski: “Rosemary’s Baby” (1968) – di Marina Marino

Si dovrebbero interrompere le consuetudini che hanno lo status di rito? Noi non lo facciamo, non ora. Ci riuniamo a casa mia, sul mio divano blu, e guardiamo un film. Stasera si tratta di “Rosemary’s Baby – Nastro rosso a New York” (Rosemary’s Baby) di Roman Polanski, tratto dal libro di Ira Levin. La storia è nota, due sposini affittano un appartamento, traboccanti entusiasmo e futuro, ignari dei loro vicini di casa, satanisti convinti e dediti alla causa della nascita di un Anticristo, un figlio di Satana. Occorre una donna, però, e la individuano in Rosemary, barattata dal marito, giovane attore, in cambio di successo e fama. Dopo una gravidanza tormentata, nella donna prevale l’atavico istinto materno e, vincendo l’orrore, l’angoscia, la delusione e la paura si avvicina alla culla, reprime un moto di ribrezzo e inizia a dondolarla, in segno di resa e accettazione. Abbiamo già discettato, come sempre, sbocconcellando il film in minuti particolari, da Mia Farrow, giovane e rorida di bellezza, bravissima, al talento di ogni singolo attore, alla fotografia eccezionale che accompagna la storia, dapprima virata nei toni luminosi del giallo e del crema, quelli con cui la protagonista arreda la casa; poi sempre più cupi e ansiogeni, che racconta del labirintico Dakota Palace. C’è chi fa notare la chicca di un fotogramma ispirato a M.C. Escher, che si incastona perfettamente nella storia, chi ripete la solita teoria che l’orrore nasce dall’inconosciuto: nessuno infatti vede il  neonato, per la paura, si sa, non occorrono sempre e solo effetti speciali. Le voci si accavallano, e siamo solo in quattro. Noto che Silvia ascolta, parla poco, ha un sorriso gentile e lontano. Il dolore interiore della protagonista che si riflette sul suo viso, imbruttito e scarno, un espediente che, anni dopo, il regista  userà con Emmanuelle Seigner in “Luna di fiele”. Ognuno ha una sua teoria sul Demonio nel cinema ma da tutti questa viene considerata l’opera migliore di Polanski. Fuori soffia, no, romba un vento gelido, lo stesso che Silvia, arrivata per ultima, sembra essersi portata dietro. O dentro. Mentre si discute quanto e come il film sia fedele al libro che, con pubblico autodafé ammetto di non ricordare (mi è scivolato via come acqua sul marmo), il vento si fa presenza, il  mio gatto lo sente, si agita, salta ovunque, sento una stanchezza improvvisa salirmi dai piedi come piombo fuso e, per la prima volta, vorrei gridare, alla Nanni Moretti, “No, il dibattito, no!”. Non è necessario, il vento assume il mio ruolo, ci salutiamo con una strana urgenza, baci su guance all’improvviso estranee, il clangore della porta che si chiude, resta solo Silvia, come speravo e temevo. Ora il mio vecchio divano blu sembra un’ostrica e lei la perla al suo interno, è pallida, ha occhiaie fonde, gonfia, contratta, scalza, sta perdendo i capelli e la trovo, come ieri, come sempre, bella come nessuna mai. Si morde un labbro, vuole parlare, lo so, mi avvicino, quel pezzo di stoffa blu del divano ci divide e ci unisce come un tratto di mare. Lei allunga i piedi in iperestensione, scopro il mio gatto sul suo grembo e mi scopro a invidiarlo. Poi parla come se non ci fossimo mai interrotti, come ogni volta, “Pensi che il Male sia davvero un demone, piedi caprini, occhi felini et cetera? Lui cede la sua sposa, che diventa un utero, lascia che la violentino, la isola, fin dalle prime scene la denigra e intimidisce, la vede sfrigolare di angoscia, di paura, ogni donna sa che una gravidanza è un giro di giostra da cui forse non scenderà viva, e non fa nulla. Guarda. Si protegge, assapora il miele del successo”. Sta per scenderle una lacrima, provo, da uomo, a minimizzare. “Ognuno ha i suoi demoni, nessuno lo sa meglio di te. E in fondo è solo un film.” … “Sì” continua lei, ormai più forte del vento “Rosemary è ingenua, si fida, ama, non è stupida, anzi. Intuisce, si inerpica su ogni muro, lui lascia che la credano paranoica, folle, occorre Satana per questo? Mai detto a nessuno: solo a te. La scena potente in cui lei ha un’epifania improvvisa specchiandosi nel tostapane mentre mangia carne cruda non è solo un momento altissimo di cinema, ma qualcosa che mi ha aiutato molto, nel tempo, a radicarmi a terra. Silvia ora piange lacrime chiuse da troppo, di lei conosco quello che vedo e so, ma cosa ha trasformato la mia amica dolce, spiritosa, dal sorriso di sole e di spezie in questa donna che somiglia a un grumo di dolore e vento? “Ricordi la scena della cabina telefonica? Al nono mese, stremata dal caldo e dalla solitudine di chi non ha più nulla, non è solo una metafora della claustrofobia, ma un atto di fede nella vita e un aggrapparsi alla speranza, con le unghie rotte a sangue. E le resta il tesoro dell’ironia, nella scena finale, quando manda affanculo Roman con un secco “Tu taci, sei a Dubrovnik”. Tu sai quel che si prova a sentirsi usati, manipolati, merce di scambio quando si è merce rara? L’amore, la fiducia, l’amicizia diventare grani di loglio e avere ancora la forza di andare avanti?”. Cerco di calmarla e le chiedo “Silvia, di cosa parli, ora?”. Lei non trattiene i singhiozzi convulsi che la portano, come un bambino, al sonno, il gatto ha uno sguardo intenso e sapiente. Nel silenzio bagnato di pianto, la copro con una coperta, le copro di baci un piede. Vado alla finestra, non mi vergogno, come molti uomini davanti a una donna in lacrime ho un’erezione poderosa, il vento ha una sua voce tra le chiome degli alberi, la Luna in piena un proteico uovo fritto, sul tavolo sembrano grottesche le cibarie che nessuno ha toccato. Silvia ha ragione, il male è umano e nessun dio, come afferma il Talmud, conta le lacrime delle donne. Forse stanotte faremo un amore lungo e lento, forse no, forse domani andremo su una giostra vera ma, Silvia, di sicuro, se vorrai parlare, io ti crederò. Niente è per sempre, neanche i riti, questo è l’ultimo film sul mio divano blu. Anzi, no. Il prossimo sarà una banale e divertente cazzata. Purché lei sorrida. Di nuovo, un sorriso.

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