Roma 1964: vampiri all’Eur – di Maurizio Fierro

“Che venga il mattino. La sua mente ripeté le parole di ogni notte. Buon Dio, fa’ che venga il mattino”. (Dal libro “Io sono leggenda”, di Richard Matheson). 
Roma 1964. Sono passati dieci anni da quando Richard Matheson scrisse quello che poi sarà unanimemente considerato uno dei capolavori della fantascienza, “Io sono leggenda”. Nel romanzo, Matheson immagina che la popolazione mondiale venga sterminata da un’epidemia misteriosa, e che i contagiati si trasformino in zombie/vampiri. Robert Neville è l’unico uomo rimasto vivo sulla terra. Misteriosamente immune al contagio, si aggira in una città della California trasformata in una sorta di deserto urbano dagli scenari post apocalittici, uccidendo i vampiri in momentaneo stato di torpore, per poi barricarsi a casa al tramonto, quando i mostri si risvegliano dal loro letargo. Solitudine, angoscia, paura, noia, certo ma, soprattutto, che prospettive potrà avere l’esistenza di Robert Neville? Quando incontra una donna, Ruth, anch’essa apparentemente immune al contagio, sembrano aprirsi nuove prospettive ma, Robert scoprirà presto che Ruth appartiene a una nuova società composta di umani contagiati che, grazie all’assunzione di misteriose pillole, non si sono ancora trasformati in vampiri. Quando gli appartenenti a questa nuova società lo cattureranno – l’uomo è infatti ritenuto un predatore pericoloso, per la loro razza – per Robert sarà fatalmente chiaro che, con la sua esecuzione, la civiltà umana scomparirà… e lui sarà leggenda. Bene, a dieci anni di distanza, l’incubo del protagonista del romanzo di Matheson rivive in un quartiere di Roma, l’Eur, acronimo di Esposizione Universale Roma, progettato negli anni Trenta in vista di un’Esposizione Universale mai svoltasi. Un oscuro regista siciliano, Ubaldo Ragona, già direttore della “Rivista del Passo Ridotto”, che si occupava di cinematografia e arte, e conosciuto fino ad allora solo per un paio di trascurabili documentari storici, si è infatti incaricato di trasporre su grande schermo il romanzo, chiedendo aiuto allo stesso Matheson, che accetta la sfida comparendo nella sceneggiatura con lo pseudonimo di Logan Swanson. In “L’ultimo uomo sulla terra“, questo il titolo scelto per il film. Con un budget irrisorio, Ragona gira per le vie di Roma, scegliendo non i teatri di posa del Quadraro, la zona di periferia dove sorgeva Cinecittà, ma il quartiere Eur, proponendoci una città dagli scenari postatomici, surreale, deserta, cupa, popolata da vampiri che si aggirano alla ricerca di prede. Il dottor Robert Morgan, interpretato da un superbo Vincent Price – è l’unico sopravvissuto a una epidemia che ha sterminato la razza umana. Immune al contagio, forse per un precedente morso di un pipistrello – dopo aver perduto moglie e figlia, Morgan si dedica di giorno alla caccia agli zombie bruciandoli in una discarica, per poi barricarsi di notte fra le mura della sua casa. Dopo aver incontrato un cane e aver sperato di riceverne un po’ di compagnia – invano, visto che, dopo avergli prelevato un campione di sangue e averlo analizzato, anche il cane si rivela infetto, costringendo il dottore ad abbatterlo – come nel romanzo, Robert incontra Ruth che, grazie all’assunzione di una misteriosa pozione, riesce a non trasformarsi in vampiro. I membri della comunità a cui appartiene la donna vogliono però vendicarsi di Morgan, avendo il dottore giustiziato molti dei loro compagni; e la stessa Ruth è stata inviata per trattenerlo, in attesa dell’arrivo dei compagni. Ruth possiede una pistola, e la punta contro Morgan. Tuttavia, la calma e l’umanità del dottore hanno la meglio, e la donna si lascia disarmare. Nella notte, approfittando del sonno di Ruth, Morgan le fa una trasfusione utilizzando il proprio sangue, e la guarisce. I compagni di Ruth hanno però raggiunto la casa. Morgan allora scappa, ma viene raggiunto e, giudicato un’anomalia genetica e un pericolo per la loro nuova società, viene ucciso sul sagrato di una chiesa. Con la sua morte, l’umanità, così come l’abbiamo conosciuta, perderà ogni speranza di salvezza. “L’ultimo uomo sulla terra” sarà uno dei due film accreditati a Ubaldo Ragona (insieme al semisconosciuto “Una vergine per un bastardo”, del 1966), e risulterà quello più fedele allo spirito del libro di Richard Matheson. Come nel romanzo, il regista ci suggerisce che non ci sono speranze di redenzione per il genere umano e, dopo averci fatto assistere alla lotta di un uomo qualunque per sopravvivere, alla fine ci mostra la sua esecuzione per mano di una ipotetica nuova comunità sociale che, lungi dal considerarlo l’ultima speranza per il genere umano, lo ritiene un nemico da sopprimere. Il romanzo di Matheson sarà trasposto sullo schermo altre due volte: nel 1975 da Boris Segal in “Occhi bianchi sul pianeta terra”, e nel 2008 da Francis Lawrence in “Io sono leggenda”. Nessuno dei due film si avvicinerà per fedeltà alla trama a quello di Ragona, tanto meno l’ultimo tentativo in cui, nei panni di Vincent Price, troviamo un Will Smith che appare come un eroe da videogame in un’atmosfera da effetti speciali. Non si conteranno i registi che trarranno ispirazione dal romanzo di Matheson: da George Romero nel suo indimenticabile “La notte dei morti viventi”, fino ad arrivare a Frank Darabont, ideatore della fortunata serie televisiva “The Walking Dead”, tratta dall’omonimo fumetto di Robert Kirkman. Tutte opere che scontano un evidente debito con quella semplice ma geniale inversione di prospettiva ideata da Matheson: non più un unico vampiro – vedi Dracula – fra gli umani, ma un unico umano in un mondo popolato da vampiri. Spunto trasposto per la prima volta su grande schermo da un oscuro regista di documentari, che si divertì a trasformare il quartiere romano dell’Eur in un dolente paesaggio post-apocalittico.

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