Rollins Band: “The End Of Silence” (1992) – di Alex De La Iglesia

Henry Lawrence Garfield è senza ombra di dubbio una delle personalità che più hanno influenzato il rock alternativo statunitense a cavallo tra gli anni ottanta e duemila. Definirlo cantante è semplicemente riduttivo, visto l’ampio raggio delle attività svolte e il suo essere poliedrico. Attore, presentatore, autore televisivo e speaker sono i molteplici lati attraverso i quali si è espresso nel tempo. Nato a Washington D.C. nel 1961 da padre di origine ebraica e madre di origine irlandese, vive la prima ondata hardcore punk della East Coast. Legato da storica amicizia a Ian MacKaye, fondatore e leader dei Minor Threat, tra il 1979 e 1980 si esibisce sul palco con band seminali di tale scena come Teen Idles e Bad Brains per poi entrare negli S.O.A. (State Of Alert), con I quali darà alla luce l’EP “No Policy” (Dischord 1981). Fan dei californiani Black Flag di Gregg Ginn e Dez Cadena, di cui aveva ascoltato l’EP “Nervous Breakdown” (SST 1979), riceve da questi la proposta di diventarne frontman permanente dopo esser diventato loro amico e aver cantato il brano Clocked In durante un concerto tenutosi a New York nel 1981. Come da lui stesso raccontato più volte, questo evento è la chiave di volta della sua vita.
Accettando infatti di entrare in tale band, decide di lasciare il suo tranquillo lavoro presso la gelateria
agen-Dazs e di trasferirsi a Los Angeles. Inizia così un percorso musicale che lo porterà a scrivere la storia dell’hardcore punk, a cominciare dalla pietra miliare “Damaged” (SST 1981), e del rock duro in generale.
Grande appassionato di musica e attento collezionista, sceglie il nome artistico Henry Rollins per omaggiare il sassofonista Sonny Rollins. La lunga permanenza nei Black Flag segnerà una direzione irreversibile nell’evoluzione del gruppo e dell’hardcore tutto, partendo dal beach punk fino all’iconoclastia delle dilatate performance alle radici del grunge e del cross-over. Rollins è al contempo musicista, poeta e termometro della rabbia generazionale che lo circonda. Per sua ammissione è un solitario, con forti difficoltà relazionali anche con i membri delle band nelle quali milita, eppure continua con successo a creare a piccole tappe un incandescente magma musicale che fa e farà scuola. Dopo l’uscita dai Black Flag nel 1986 darà il via ad una breve parentesi solista, durante la quale avverrà il fortunato incontro con il chitarrista Chris Haskett.
Questo periodo è caratterizzato dall’uscita nel
1987 dell’album “Hot Animal Machine” e dell’EP “Drive By Shooting” (a nome Henrietta Collins & The Wife-Beating Child-Haters), entrambi su etichetta Texas Hotel. Rollins e Haskett costituiscono il nucleo dell’ensemble che di lì a poco prenderà vita, ovvero Rollins Band, e che insieme alla sezione ritmica formata dal talentoso batterista Sim Cain (Simon Cain McDonald) e dal bassista Andrew Weiss darà alle stampe l’incendiario “Life Time” (Texas Hotel 1987) prodotto da Ian MacKaye. La miscela che prende forma viaggia contemporaneamente sui binari dell’hardcore, dell’heavy metal e della reverenza per il rock classico nelle sue varianti più estreme, il tutto condito dalla vocazione di Rollins a performare come speaker oltre che come cantante, caratteristica questa in comune con il rap. Quanto suonato e inciso negli anni a seguire sull’album “Hard Volume” (Texas Hotel 1989) e sui live “Do It” (Texas Hotel 1987) e “Turned On” (Quarterstick Records 1990) contribuirà a codificare il genere post-hardcore (Fugazi e Jesus Lizard), ma anche a porre le basi di alternative metal e funk metal che saranno centrali nel rock alternativo degli anni novanta (Rage Against The Machine, Tool, Jane’s Addiction e System of a Down).
È il 1992 l’anno di uscita del capolavoro della formazione nata nel 1987, e che di lì a poco vedrà dei cambiamenti, ovvero il disco che risponde al nome “The End of Silence” (Imago Records). La gravità dell’opera è imperniata della disperazione e della rabbia di Rollins, che pochi mesi prima aveva visto sotto i propri occhi l’omicidio del suo amico Joe Cole. La iniziale folgorante traccia è Low Self Opinion. Un macigno hard rock che incolla subito l’ascoltatore al groove plasmato dalla ditta CainWeiss, mentre il cantato parlato detta la linea sulla quale si inserisce il riff di Haskett, autore anche di un solo breve ma efficace. La conclusione conduce immediatamente alla colata di materiale incandescente di Grip che, come una Animal dei Pearl Jam, porta in piena epoca grunge il retaggio più virtuoso del blues rock che fu. Dopo aver scaldato i motori è tempo di accelerare, e la velocità di Tearing farebbe impazzire indifferentemente tanto chi nella decade appena conclusa ha passato il tempo a pogare durante i concerti hardcore quanto coloro i quali hanno mosso le chiome di fronte alle performance metal. You Didn’t Need, con l’alternarsi di parti sostenute e lente, fa tornare in mente le digressioni proprie dei Black Flag di metà anni ottanta, come in The Bars e You’re Not Evil su “Slip It In” (SST 1984).
Da qui in poi una serie di brani lunghi e intensi.
Almos Real potrebbe essere una rivisitazione delle cavalcate hard blues di Jimi Hendrix, se non fosse interrotta da due catartici minuti durante i quali Rollins sussurra la sua reale confusione adagiato sul tappeto tribale e free jazz di Sim Cain. Stessa struttura presente nella più selvaggia e abrasiva Obscene dove, a quattro minuti dal termine, prende vita l’incessante eruzione di grida e baccanali strumentali molto vicina a L.A. Blues degli Stooges su “Funhouse” (Elektra 1970). Sia What Do You Do che Blues Jam sono fulgidi esempi dell’influenza delle grevi sperimentazioni dei Blue Cheer e dei Black Sabbath. Due tracce estese e lente, nelle quali si respira l’atmosfera sulfurea e desertica delle coeve e future idee di matrice stoner e doom metal (Kyuss, White Zombie e Electric Wizard). C’è ancora tempo per una sferzata di grezza energia e di adrenalina, con la scoppiettante e tiratissima Another Life, mentre il congedo di Just Like You ha la durata di undici minuti. Rollins urla e fa riflettere, mentre gli strumenti lo accompagnano senza tregua fino alla chiusura che si avvicina graduale e inesorabile. È ancora la rabbia a farla da padrona, sbattuta in faccia a chi ascolta e insinuata nei pensieri una volta tolte le cuffie o spento il proprio impianto.
The End of Silence” è ricordato come pietra miliare dell’alternative rock che a inizio anni novanta vive la stagione d’oro del grunge, ma anche un lavoro che sa di canto del cigno per la formazione che poco dopo vedrà l’ingresso del bassista jazz e funk Melvin Gibbs al posto di Andrew Weiss.
Questa line-up pubblicherà i successivi “
Weight” (Imago Records 1994) e “Come In an Burn” (Dreamworks SKG 1997), prima di essere sciolta proprio per volere del suo leader. Nel 1998 la Rollins Band rinascerà in una nuova versione con i componenti del gruppo Mother Superior, dando alle stampe gli album “Get Some Go Again” (DreamWorks 2000), “Nice” (Sanctuary 2001) e “Rise Above: 24 Black Flag Songs to Benefit the West Memphis Three” (Sanctuary 2002). Il definitivo scioglimento arriverà nel 2003, dal momento che Rollins sceglierà di focalizzarsi sulle attività radiofoniche e televisive, preferendo evitare la riproposizione di musica già edita e la creazione di nuova. Da ricordare il suo programma “The Henry Rollins Show”, andato in onda sul canale IFC tra il 2006 e il 2007, e le partecipazioni come attore a produzioni cinematografiche importanti quali “The Heat” (M. Mann 1995) e “Strade Perdute” (D. Lynch 1997), oltre che la presenza stabile nella seconda stagione della fortunata serie tv “Sons of Anarchy” (20082014).

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