Rolling Stones: “Time is on our side” – di Fabrizio Medori

Alla loro veneranda età, i Rolling Stones, più vivi che mai, hanno aggiunto un nuovo primato all’invidiabile lista delle imprese compiute: sono stati il primo grande gruppo rock ad esibirsi a Cuba, dopo la fine dell’embargo imposto dagli Stati Uniti (prontamente ripristinato da Trump). Quella che poteva essere una stanca esibizione di dinosauri nell’ultima, decrepita, derelitta terra libera dal consumismo, è stato uno show talmente sentito ed emozionante da meritarsi la pubblicazione su disco, registrato durante il concerto all’Avana e, addirittura, l’uscita di un film che documenta lo storico evento. C’è da dire che nessuno è bravo come il gruppo di Jagger e Richards ad utilizzare a proprio vantaggio tutte le idee innovative, tutti i movimenti rivoluzionari e tutte le spinte antiautoritarie incrociati durante questa lunghissima carriera, che da oltre cinquant’anni vede gli Stones come colonna sonora privilegiata di tutti i giovani ribelli di tutto il mondo. Al di là degli scopi commerciali e del successo mediatico, i Rolling Stones sono, dal 1963, la spina dorsale di tutta la musica rock, tanto quanto i Beatles ne sono il cuore. Le loro radici musicali affondano nel british blues di Alexis Korner e John Mayall, che sono stati i “padrini” di tutti quei musicisti che, a partire dalla seconda metà degli anni 60, hanno fatto grande la scena rock inglese. In tutti questi anni hanno sempre sbandierato con fierezza la loro unicità, fregandosene della contraddizione tra il mostrarsi allergici al “potere” ed accumulare fortune, tra la continua aura di ribellione e la frequentazione del jet-set internazionale. All’inizio del decennio più rivoluzionario del XX secolo cinque ragazzi della media borghesia londinese, folgorati dal blues nero proveniente dagli Stati Uniti, iniziano a frequentare l’ambiente del cosiddetto British Blues, nel quale decine di giovanissimi imparavano la lezione di Robert Johnson, mediata dall’evoluzione tecnologica, che aveva portato strumenti elettrici ed una lenta evoluzione nel genere stesso, trasformando il Blues da musica essenzialmente rurale a fenomeno urbano. Come tutti i giovani inglesi più alla moda in quel periodo, i loro gusti musicali si erano formati ascoltando le canzoni di Elvis Presley, Little Richard, Chuck Berry, Jerry Lee Lewis, Buddy Holly, Gene Vincent e di tutti i più importanti interpreti del Rock’n’roll. La prima formazione ufficiale del gruppo è un perfetto cocktail di diverse personalità, con Mick Jagger e Keith Richards ad occupare la ribalta con sfacciataggine e insolenza; Bill Wyman e Charlie Watts nelle retrovie, apparentemente tranquilli e quasi immobili sul palco… a metà strada c’era la figura più stravagante ed affascinante, Brian Jones, esploratore di suoni e di “visioni”, chitarrista dallo stile molto personale, ma sempre più difficile da gestire, sul palco e fuori. L’etichetta che aveva rifiutato i Beatles, dichiarando la fine dei “gruppetti con le chitarrine”, la Decca, si era presto accorta dell’errore fatto a non mettere sotto contratto i Fab Four, e si accaparrò immediatamente i nuovi idoli dei teen-agers londinesi, rimediando così ad una figuraccia epocale. Il legame con i Beatles è sempre stato piuttosto forte e gli Stones, dopo il disco d’esordio omonimo del 1964, nel quale omaggiano Chuck Berry con la sua Come On, incidono, nel loro secondo singolo I Wanna Be Your Man, di Lennon-McCartney. All’inizio il loro stile è piuttosto semplice e le registrazioni dell’epoca non rendono giustizia ad un gruppo così trascinante, ma il successo arriva immediato e, probabilmente, eterno. Il loro primo successo arriva con la decisione di puntare su brani originali propri: dopo qualche tentativo con lo pseudonimo Nanker Phelge, a nascondere le firme di Jagger e Richards. Time is on my side, brano dal titolo quanto mai profetico, li proietta in una dimensione internazionale e prelude all’esplosione della vena creativa dei due leaders. Dopo un paio di anni di fortunato apprendistato, nel 1965 la loro vena creativa li porterà ad un livello qualitativo elevatissimo, prima con As tears go by, delicata melodia accompagnata da chitarre acustiche e orchestra d’archi, poi con il primo inno rivoluzionario firmato dai due astri nascenti, Get off my cloud, nella quale si alternano una strofa dalla metrica dylaniana ed un ritornello allegramente beat. Il suono, in Get off my cloud, è molto moderno, basso e batteria spingono in alto un intreccio di chitarre elettriche acide e distorte, creando il tappeto ideale per la voce sguaiata di Jagger. Nello stesso periodo arriva I’m free, ondeggiante ballad con un bel ritornello ed un ipnotico solo di chitarra. Con “Out Of Our Heads” (1965) arriva la perfetta maturazione di due componenti fondamentali dello stile dei Rolling Stones: Il suono e la capacità di sfornare hit in continuazione. L’esempio migliore del livello raggiunto è (I can’t get no) Satisfaction, la canzone che da sempre, più di ogni altra, rappresenta il gruppo. La melodia è sensuale ed eccitante, il ritmo incalzante, le parole sono quanto di più rock si potesse ascoltare all’epoca (e per molto tempo a seguire), i suoni sono sporchi e graffianti ma, la caratteristica che rende questo brano una pietra miliare, è il riff… una rapida sequenza di note di chitarra distorte che la rende immediatamente riconoscibile dopo meno di due secondi di ascolto. Nello stesso lp sono presenti una nuova ballad acustica, Play with the fire, ed uno shuffle allegro e disordinato, The last time. Sempre nel 1965 escono Heart of stone ed una splendida cover di Howlin’ Wolf, Little red rooster, a completare un anno rivoluzionario per il panorama musicale degli Stones. Nel 1966 il gruppo inciderà un solo album di inediti, “Aftermath”, ma al suo interno troviamo almeno tre grandi capolavori: Lady Jane, un fiore delicato e quasi rinascimentale, offerto da mani sporche e ruvide; Paint it black, nella quale si iniziano ad assaporare influenze psichedeliche e, per finire, Under my thumb, rock aggressivo e maschilista. Durante l’anno esce anche 19th nervous breakdown, su singolo e sulla compilation Big Hits (High Tide and Green Grass). Il loro primo disco dal vivo, “Get Live If You Want It” (1966), contiene la loro straziante versione di I’ve been loving you, di Otis Redding. L’anno seguente si apre con un’altra accoppiata devastante, Let’s spend the night together, inno alla libertà sessuale e Ruby Tuesday, nuovo affresco psichedelico. In fondo siamo nel 1967, c’è l’esplosione della “Summer of love”. I Beatles ed i Beach Boys si combattono a colpi di artiglieria pesante: i baronetti pubblicano “Revolver”, i californiani rispondono con “Pet Sounds”… gli inglesi assestano il ko definitivo con “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”. I Rolling Stones, invece, decidono di mettere in piedi velocemente “Their Satanic Majesties Request”, a metà strada tra la parodia e l’omaggio (fin dalla copertina) nei confronti del capolavoro beatlsiano. I fan più accaniti lo considerano con un po’ di sufficienza… io penso invece che 2000 Light years from home, Gomper e In another land siano bellissime e che She’s a rainbow sia uno dei vertici assoluti della loro produzione. Il 1968 è un anno importantissimo per la contestazione giovanile, e gli Stones alimentano l’eccitazione con Street fighting man, un altro inno rivoluzionario, che troverà spazio su “Beggar’s Banquet”, insieme a Stray cat blues e a Sympathy for the devil, nella quale Jagger canta la sua apologia del maligno accompagnato da una sezione ritmica ipnotica e selvaggia, guidata da congas e altri strumenti ritmici e condita da un coretto indimenticabile. Il 1969 porterà una vera e propria rivoluzione all’interno del gruppo con la misteriosa e spettacolare morte di Brian Jones, ritrovato la notte del 3 Luglio affogato nella sua piscina. Il giovanissimo musicista, in realtà, era già virtualmente fuori dal gruppo, essendo diventato troppo difficile da controllare… all’indomani della sua scomparsa, il gruppo lo celebra con un grandioso concerto gratuito in Hyde Park. Al suo posto c’è Mick Taylor, altro chitarrista cresciuto nelle formazioni di blues elettrico che tanto hanno dato alla musica degli anni seguenti. Taylor si inserisce magnificamente nell’organico: è proprio quello di cui gli altri avevano bisogno, un solista sufficientemente virtuoso, ma mai troppo appariscente, sulla scena come sui dischi. L’estate di quell’anno, iniziata simbolicamente con la morte di Brian Jones, era andata immediatamente avanti, due giorni dopo, con la commemorazione, alla quale fece da opening–act l’esordio assoluto dei King Crimson, era esplosa con l’evento rock più noto di tutti i tempi, il festival di Woodstock e si era mestamente conclusa, ancora nel segno dei Rolling Stones, con i tragici fatti del festival di Altamont, in California. La tournée americana degli Stones terminava con un happening gratuito, insieme ai Jefferson Airplane ed altri gruppi, in un autodromo, ed il management del gruppo scelse gli Hell’s Angels, il famigerato gruppo di motociclisti californiani, come servizio d’ordine. Durante l’esecuzione di Sympathy for the devil il servizio d’ordine si buttò su un giovane afroamericano, Meredith Hunter, pensando che quest’ultimo stesse tentando di sparare a Mick Jagger, e lo uccise a coltellate. Era evidente che un’era stava finendo, lasciandosi alle spalle poesia e magia, sprofondando i giovani in una nuova epoca, nella quale molti sogni furono sostituiti da incubi e molta poesia fu sostituita dalla fredda cronaca. Il disco che suggella il passaggio per i Rolling Stones è “Let It Bleed” (1969), nel quale c’è l’avvicendamento dei chitarristi solisti, ma che essenzialmente vede quasi tutte le parti di chitarra incise da Keith Richards. L’atmosfera rimane fondamentalmente legata al Blues, come testimoniato dalla bellissima ed originale versione di Love in vain, di Robert Johnson… sebbene lo stile fosse molto influenzato dal Country tradizionale, così come Country Honk è la versione Country del loro successo più attuale all’epoca, Honky Tonk Women. A completare i brani più interessanti del disco ci sono Gimme shelter, Midnight rambler e, soprattutto, You can’t always get what you want, un sontuoso edificio sonoro nel quale la chitarra acustica ed il coro lasciano un segno profondo. Quindici anni dopo il regista Lawrence Kasdan la utilizzerà per introdurre il suo capolavoro: “Il Grande Freddo”. Il capitolo seguente, nel 1970, si chiama “Sticky Fingers”, e si presenta con una splendida copertina, firmata da Andy Warhol, nella quale una foto inquadra il “pacco” di Jagger vestito di jeans. I brani più riusciti del disco sono sicuramente Brown Sugar, Bitch, Can’t you hear me knockin’ ed una nuova perla acustica, Wild Horses, nella quale le straordinarie capacità interpretative di Jagger sono abilmente supportate da una indimenticabile chitarra acustica. Dopo un anno di riposo, nel 1972 esce un altro capolavoro, “Exile On Main Street”, doppio lp registrato in Francia, per questioni fiscali (alle quali fa riferimento anche il titolo dell’album). Tutti i brani sono di qualità notevole, e mettono in evidenza la volontà di allargare gli orizzonti artistici, ma nel disco non c’è un brano in grado di svettare in maniera inequivocabile, sebbene Tumbling dice, Midnight rambler e Rocks off e Sweet Virginia siano particolarmente riuscite. Ancora un anno ed un nuovo disco va ad aumentare la produzione del gruppo. Stavolta si tratta di “Goat’s Head Soup” (1973), ed ancora una volta il brano di punta è un pezzo acustico, un’altra splendida e delicata canzone, Angie, dedicata ad Angela Bowie, moglie di David. Notevoli pure Dancing with mr. D e Doo doo doo doo (Heartbreaker). I Rolling Stones stanno lentamente diventando una specie di tribute band di se stessi, sul palco, nei dischi e nella vita “reale”… per quanto possa considerarsi reale la vita di stars di questo calibro. Il disco del 1974 è “It’s only rock’n’roll but i like it”, nel quale cercano di guardarsi dal di fuori, con un minimo di distacco, finendo per recuperare grinta e vivacità, con il brano che intitola il disco, Dance little sister, le influenze Reggae di Fingerprint file e con la conclusiva Time waits for no oneMick Taylor non riesce a reggere i ritmi della super-rockstar che è diventato, il suo apporto è stato notevolissimo, ha dato nuova linfa al gruppo… ma è arrivato il momento di salutare: dopo sei anni al vertice, viene sostituito da Ron Wood. Pare che il posto, ovviamente ambitissimo, facesse gola a moltissimi chitarristi e che alle audizioni si siano presentati anche alcuni mostri sacri, come Stephen Stills e Rory Gallagher. Wood, già chitarrista di Rod Stewart e dei suoi Faces, fu preferito anche in virtù del fatto che per il gruppo era uno di casa, essendo loro amico personale da lungo tempo ma, soprattutto, perché era perfettamente complementare, e a volte interscambiabile, con Keith Richards. Con l’ingresso del nuovo socio molte prospettive artistiche cambiano, lo stile Stones comincia ad annacquarsi molto, i concerti diventano molto più importanti dei dischi, diventando dei veri e propri show, nei quali la musica mantiene sempre il predominio dell’attenzione, pur lasciando sempre più spazio alla parte scenica. “Black and blue” è il lavoro uscito nel 1976, il primo dopo l’uscita dal gruppo di Mick Taylor ed il primo con il suo sostituto ma, a parte Hot Stuff, non riesce a decollare, non brilla e non riesce a metabolizzare i nuovi stili musicali dell’epoca. Probabilmente, dopo quasi quindici anni sulla cresta dell’onda è comprensibile un calo di concentrazione, soprattutto se si considera lo stile di vita piuttosto “scapestrato” dei cinque ragazzi. C’è, evidentemente, una decisione da prendere, nel momento in cui stanno emergendo tante nuove correnti musicali, in aperto contrasto con il rock più classico, bisogna decidere se buttarsi verso il mercato più rivoluzionario e puro del Punk e della New Wave, oppure se cercare di rinnovare il successo con gli stili più disinvolti e disimpegnati del Funky e della Disco Music. Inaspettatamente, dopo un ennesimo disco dal vivo, nel 1977 esce “Some Girls”, con una bellissima grafica di copertina, vagamente simile a quella di “Phisical Graffiti”, dei Led Zeppelin, nella quale i membri del gruppo appaiono truccati da donna. Nonostante la presenza di diversi ottimi brani dal solido impianto rock, Respectable, Lies, When the whips come down, Shattered e la title-track, il brano che li riporta ai vertici delle classifiche di tutto il mondo è Miss you, apoteosi del sound Disco. Grazie a questa coraggiosa operazione i Rolling Stones riuscirono a conquistare molti più nuovi fans di quanti ne abbiano potuti perdere a causa della svolta “commerciale”. Anche nel disco seguente, che sfrutta a pieno il filone di una facile e fresca Disco Music, sebbene filtrata attraverso lo stile dei Rolling Stones, in brani come Dance e She’s so cold, gli Stones riescono magnificamente a produrre un lp di qualità notevole. Il brano di punta è quello che intitola il disco, “Emotional Rescue” (1980) e che, in qualche modo, fa un passo ulteriore verso i ritmi da discoteca e basandosi su una stesura più vicina al rock, mantiene un impianto funky e si avvale di sonorità più moderne che nel passato. Il successo continua, le tournée non accennano a diminuire, ma il meccanismo non ha più la leggerezza e lo sprint di un tempo. Anche tra i due “capi” le cose stanno diventando sempre più tese, ed il disco prodotto l’anno successivo sarà un po’ il loro “canto del cigno”, l’ultimo a vendere tanto quanto i suoi fortunatissimi predecessori. Si chiama “Tatoo You” e contiene l’ultima (finora) hit planetaria degli Stones, Start me up, un rock tagliente e affilato, di quelli che resistono, nel cuore e nelle orecchie dei fans per decenni, e che va ad affiancare le pietre miliari del gloriosissimo ed inarrivabile passato. I Rolling Stones, in qualche modo, hanno superato la crisi dei decenni successivi, hanno continuato, dopo brevi e non troppo fortunate parentesi soliste, a macinare concerti e uscite discografiche, ma non hanno più avuto, al momento, la spinta necessaria per tornare ad essere il gruppo rivoluzionario ed innovatore dei primi vent’anni di carriera. Sarebbe oltremodo ridicolo chiedere ad un’icona di questa portata uno sforzo di creatività, e siamo ben felici di vederli tutti (a parte Bill Wyman, ritiratosi nel 1994 e mai ufficialmente sostituito) ancora sul palco, con la solita grinta, magari con il volto devastato dalle rughe, ma con addosso la solita indomita capacità di farci ballare, incazzare, sognare e pensare, perché i Rolling Stones sono tra i pochissimi ancora capaci di farci distrarre e pensare nello stesso tempo. Nonostante gli anni passano inesorabilmente, loro sono ancora qui, a ricordarci che il tempo è dalla loro parte.

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