Rolling Stones: “On Air” (2017) – di Maurizio Garatti

32 brani, registrati per trasmissioni radiofoniche che definire leggendarie suona come un eufemismo: Top gear, Saturday club, Rhythm and blues e The Joe Loss pop show sono monumenti a cui attingere costantemente per ritrovarsi catapultati in una atmosfera elettrizzante, fatta da un lato di performances dal vivo di incredibile freschezza e dall’altro da quel sound ruvido e sudato dal quale tutto pare avere avuto inizio. Siamo nella Londra dei primi anni sessanta, e queste registrazioni, che vanno dal 1963 al 1965, hanno il pregio di farci ascoltare la genesi di una band destinata a scrivere la storia che, mai come in quel periodo, faceva della grinta e dell’immediatezza le vere e proprie ruote con le quali trasportare un carico di Blues, R&B, Rock ‘n’ Roll e Soul in grado di provocare un vero e proprio cataclisma culturale in una Europa pronta a recepire il messaggio. Quella che poi gli americani definirono British Invasion altro non fece se non riportare a casa quel suono rozzo e primordiale rivestendolo con i colori nuovi della conturbante visione inglese. In questo contesto ecco gli Stones prima maniera (quelli di Brian Jones) condurre la danza come pochi altri sanno fare: come vere e proprie primedonne si appropriano di ogni singolo brano estrapolandone l’essenza per trasferirla poi in un microcosmo che brilla con mille sfumature diverse. Se Roll over Beethoven di Chuck Berry suona sull’altro lato della strada rispetto alla versione dei Beatles, ecco che Cops and Robbers di Bo Diddley denota e in qualche modo anticipa la via che porterà la band nel paradiso del Rock, con Jagger che canta in modo veramente efficace. Accanto a versioni grezze di brani che saranno poi iconizzati dal pubblico, basta ascoltare la versione di Satisfaction per capire il contesto: abbiamo davvero a che fare con una serie di canzoni che appaiono come scatti fotografici di un determinato periodo storico. La quiete prima della tempesta, che di li a poco avrebbe acceso il vecchio continente e il resto del mondo. Anche I wanna be your Man è distante anni luce dal suono dei Fab Four, come se gli Stones abitassero sull’altro lato della luna, quello scuro; Route 66, che ha anche il pregio di farci percepire la presenza del pubblico, gronda Soul come poche altre cose e Mona suona incredibilmente acida, come di li a poco sarebbero suonate le cose della West Coast. Le Pietre Rotolanti stavano, per così dire, prendendo la rincorsa, facendo il pieno di energia, attingendola dall’unica fonte in grado di garantirgliela: lo sconfinato songbook USA. Il suono che scaturisce da queste vibranti incisioni è qualcosa che si avvicina alla catartica purezza che caratterizza l’inizio di tutte le cose. Come diamanti grezzi Jones e Richards intrecciano riffs e accordi, mentre la sezione ritmica composta da Watts e Wyman crea un solido muro al quale è facile aggrapparsi… e Jagger è semplice ed essenziale, pur lasciando intravedere sprazzi di ciò che verrà. “On Air” è un disco a prescindere: puoi apprezzarlo oppure no, puoi immergerti tra le sue dolenti e cadenti note e riemergere rivitalizzato, o puoi passare oltre; puoi persino fare finta che non esista, limitandoti a vivacchiare nel vacuo presente, ma se vuoi davvero “sentire” cosa è significato per tutti noi essere giovane e non accettare le regole di un mondo che ti va stretto, allora lascia che i solchi di queste canzoni ti trasmettano la loro visione delle cose. In fondo possiamo ricondurre il tutto a quel “Così è (se vi pare)” di Pirandelliana memoria che tratteggia alla perfezione il fatto che una propria interpretazione può non coincidere con quella degli altri. Se al tutto aggiungiamo lo splendido lavoro dei tecnici di Abbey Road che ci permette di comprendere fino in fondo l’impatto che gli Stones hanno avuto sulla Londra dei primi anni sessanta, abbiamo la visione completa dello stato delle cose: la tecnica del futuro al servizio di una delle pagine più importanti del passato: I can’t get no satisfaction ‘Cause I try and I try and I try and I try I can’t get no, I can’t get no”… e scusate se è poco.

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