Rolling Stones: “It’s Only Rock ‘n’ Roll” (1974) – di magar

Chi di voi ricorda Nanker Phelge? Non molti suppongo, eppure è un nome che a tutti gli appassionati di Rock dovrebbe dire molto. Si tratta infatti di un amico di Mick Jagger, Brian Jones e Keith Richards che condivise con loro la casa dal 1962 al 1965, e fu sopratutto lo pseudonimo con il quale la Band (stiamo parlando dei Rolling Stones ovviamente) firmava le proprie composizioni. Nel primo album del gruppo, “The Rolling Stones” del 1964, appare il primo brano con questa firma: si tratta di Now I’ve got a witness, che fa bella mostra di sé sulla prima facciata del disco; sul secondo lato appare invece Tell Me (You’re Coming Back), ossia la prima canzone a recare la celebre firma Jagger/Richards. Era il 1964, e le Pietre iniziavano a rotolare… dieci anni dopo, con alle spalle una carriera e una serie di dischi entrati di diritto nella storia della musica, ecco arrivare uno degli album più lussuriosi ed eccitanti della Band: “It’s Only Rock ‘n’ Roll”. Sono dieci anni che hanno lasciato il segno, e il suono si è fatto più ruvido, più sporco: il Beat iniziale, seppur più aspro rispetto a quello dei colleghi rivali di Liverpool, ha inglobato la giusta dose di R&B, unita a sostanziose iniezioni di Soul, e ha portato le “Pietre” ad essere archetipo unico e inconfondibile. Dopo il successo di “Goats Head Soup” (1973), registrato in pratica senza Keith Richards alle prese con seri problemi di droga, la Band si lascia alle spalle il timido approccio con la musica americana, e sforna un Album nel quale il cuore Blues si amalgama con ritmi a volte Funk e a volte profumati di Reggae. La musica che scaturisce dai solchi del disco è sicuramente puro Rolling Stones Style, ma le matrici si evidenziano in modo esuberante, e il risultato è di quelli che lasciano il segno. Già la copertina è destinata a far parlare di sé: l’art work è frutto dell’eclatante lavoro di Guy Peellaert, pittore belga a cui Mick commissiona il lavoro dopo aver sfogliato il suo splendido “Rock Dreams”, un libro che presenta splendide illustrazioni di musicisti rock. Peellaert dipinge la band trasformando i musicisti in Divinità che scendono la scala del Tempio del Rock, acclamati e adorati da ragazze in abiti greci, iconizzando un disco che entra da subito nella Storia. Mick vorrebbe anche far firmare a Peellaert un contratto di esclusiva, ma il pittore declina l’offerta e, in seguito, porta a compimento un’altra copertina destinata a far parlare molto di sé: “Diamond Dogs” di David Bowie. Guy, con un design molto elaborato ma in definitiva semplice, inquadra perfettamente la Band e il senso del disco: “It’s only rock ‘n’ roll, certo, but I like it”. Supposizioni, doppi sensi, una poco velata sensualità che spingono a mille un motore di una potenza inaudita. Siamo nel pieno degli anni settanta: il Beat è morto, l’Hard Rock sta scomparendo sotto i primi colpi di un suono più grezzo, meno prodotto, che riporta tutto alla matrice iniziale. Il Punk arriverà a radere al suolo certezze e convinzioni, e anche l’indiscusso re dei primi anni della decade, il Prog, scompare annichilito da tanta veemenza. Gli Stones no. Loro se ne fottono dei periodi musicali che si avvicendano, e propongono il loro sound: ruvido, essenziale ma anche raffinato e colto… e nessuno riesce a rotolare come loro. Il disco ha una gestazione lunga, che inizia a Monaco, in Baviera, e viene concepito come un lavoro double face: una facciata in studio fatta di cover R&B, e una che raccoglie esibizioni live tratte dal tour Europeo… ma Jagger & Richards iniziano a lavorare, e si ritrovano con molto materiale nuovo, per cui il progetto viene abbandonato a favore di un nuovo disco di inediti. Con la Band ci sono musicisti che da sempre navigano i solchi delle loro canzoni, da Billy Preston a Nicky Hopkins e il membro non ufficiale Ian Stewart, ai quali si aggiunge Ray Cooper, fedele sideman di Elton John… ma la sostanziale novità è l’arrivo di Ron Wood. Ronnie è destinato a prendere il posto di Mick Taylor, che vuole una carriera da solista, e i suoi primi vagiti con la Band si possono già ascoltare nel singolo tratto dal disco, che è ovviamente anche la Title Track: è sua la parte di chitarra acustica. Taylor dal canto suo collabora attivamente alla stesura del brano, anche se i crediti la certificano come farina del sacco Jagger/Richards ma, tant’è… le cose andavano così con loro. Anche la splendida e conclusiva Time Waits For No One risente notevolmente del contributo di Taylor, e segna lo splendido epitaffio all’avventura del chitarrista con le “Pietre Rotolanti”. Il disco piace, e il pubblico fa il suo dovere: corre a comprarlo… ma la critica è divisa ovviamente. Jon Landau lo definisce intrigante e misterioso, mentre Lester Bangs arriva a definirlo una lama tagliente e noiosa: “gli Stones sono vecchi, e sono diventati “obliqui” nella loro vecchiaia”. Un concetto che meriterebbe di essere sviluppato, sopratutto ora che la Band ha alle spalle altri quaranta anni abbondanti di carriera… ma Lester era così: lui non era un critico musicale, non guardava il palco su cui suonavano le Band. Lui saliva sul palco assieme a loro, e si ergeva a coprotagonista: leggere un articolo di Bangs significa farsi portare dove lui vuole, fino al punto di dimenticarsi di quale disco sta parlando… ma questa è un’altra storia. It’s Only Rock ‘n’ Roll” fa il botto, e ancora oggi suda e crepita sui piatti di tutto il mondo. La strepitosa e sessualissima Luxury è una sorta di erezione musicale, con Jagger che eccita eccitandosi, mentre Ain’t Too Proud Beg (cover di un brano dei Temptations) è un diamante sudato e lucente. Dance Little Sister ha un ritmo assassino, spinge a lasciarsi andare e la malinconica e acustica Till The Next Goodbye racchiude in sé la seduzione di un arrivederci: fino alla prossima volta che ci diremo arrivederci, fino alla prossima volta che ci baceremo per la buonanotte, ti starò pensando…

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