Roger Waters: “Is This the Life We Really Want?” (2017) – di Capitan Delirio

Nell’estate di due anni fa, Roger Waters tornò a pubblicare un album dopo venticinque anni, tanto era il tempo trascorso dall’ultimo disco in studio “Amused To Death” e, nonostante tantissime cose cambiate, sembrava che nulla fosse diverso dal 1992. Il mondo nel terzo millennio utilizza nuove forme di comunicazione, ma i problemi sono sempre gli stessi del periodo dopo la caduta del muro di Berlino anzi, sono quasi identici a quando Roger scriveva per i Pink Floyd, alla fine degli anni settanta. L’essere umano sembra non avere imparato niente, sembra perseguire sempre gli stessi errori, sembra voler costantemente sopraffare il proprio simile, sembra che l’unica risposta possibile sia affidata eternamente alla guerra. Con i potenti della terra che nell’immaginario di Waters continuano ad essere rappresentati e simboleggiati dalla figura del maiale. Il potente di turno in questo caso è Donald Trump, il bersaglio preferito del momento da artisti impegnati e nella satira sociale. La voce registrata del presidente degli Stati Uniti è inserita nel brano Is This the Life We Really Want? che dà il titolo all’album e forse è il brano più lugubre del disco. 
Dato che i problemi sono sempre gli stessi, anche il sound di Waters è sempre lo stesso. I testi poetici si intrecciano a melodie, sviluppate alla chitarra, sempre con magistrale intensità. La voce, che invecchiando prende tonalità più profonde, ha raggiunto la massima espressività. Le sperimentazioni, affidate a effetti sonori che sono parte integrante dei brani, hanno ancora una fresca capacità comunicativa. La tessitura musicale riprende da dove si era interrotta nel 1992 come se nulla fosse, ma con un interrogativo in più: è questa la vita che realmente vogliamo? Questo l’interrogativo a cui affida il compito di reggere tutto l’album (“Is This the Life We Really Want?”). La domanda è retorica ma non riesce a nascondere il retrogusto amaro, angosciante di un’esistenza sempre più dominata dai media, che ci inculcano sistematicamente il solito concetto: la democrazia è un sistema economico e le guerre sono necessarie a mantenere questo stato precario di civiltà costruito sulla morte, mentre noi rimaniamo 
felicemente addormentati davanti ai nostri social networks e, spesso, non riusciamo a smuoverci dalla nostra indifferenza che, a volte, si finge anche indignata. 
Roger Waters, parla al plurale, non perde la sua attitudine da bardo cantore dei tormenti dell’intera umanità ma lui, dall’alto delle sue tante primavere, se lo può abbondantemente permettere. Anche se indossa i panni del paladino di giustizia, non si sottrae al rimprovero che lui stesso innalza, e si macchia delle stesse colpe
Il discorso riprende da Deja Vu, forse il momento più intensamente poetico, in cui comunque non nasconde la sua tristezza per come vanno le cose, per come grazie alla tecnologia più avanzata si può uccidere anche vittime innocenti senza sentirsi un assassino. In Picture That sprigiona uno degli esempi di potenza rock più assoluti, in cui può mostrare i denti e tutta la grinta di un tempo; con molta ironia chiede di immaginare un mondo governato da leaders senza cervello, cosa che secondo lui, avviene ormai abitualmente in ogni parte del pianeta. Questa cattiva politica ci lascia con le ossa rotte e Broken Bones esprime proprio questa sensazione, che Roger canta con una dolcezza infinita, ma che nasconde la disperazione, la voglia di ribellione. Non possono più insegnarci niente, gli avidi governanti, gli esseri umani accecati dall’ignoranza, che non rispettano i diritti e gli ideali di uguaglianza e fratellanza, non possono più insegnarci niente. I brani che chiudono l’album, Wait For Her e A Part Of Me Died, sono tetrifunebri melodie pessimiste, che però covano il flebile germe della speranza, che è, e sempre sarà, l’amore.

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