Roger Daltrey: “As Long as I Have You” (2018) di Lino Gregari

Roger Daltrey ha compiuto 74 anni a marzo e, quasi avesse deciso di concedersi e concederci un sontuoso regalo, eccolo uscire con questo “As Long As I Have You” e dimostrare al di là di ogni dubbio che essere una Icona del Rock è scritto a caratteri cubitali nel suo DNA. A distanza di quattro anni dalla intrigante collaborazione con Wilko Johnson (chitarrista dei Dr. Feelgood) che produsse il piacevole “Going Back Home”, una delle più grandi voci del Rock, e non solo, torna a offrirci il meglio di se in un Album per molti versi sorprendente. Molti potranno argomentare sulla scelta di definire sorprendente il lavoro di un Artista che nell’arco di cinquant’anni (“My Generation” scalda i nostri cuori dal 1965) è riuscito nel difficile compito di non cadere mai nel banale, di non scendere mai a compromessi, ma la Storia del Rock è ricca di esempi che dimostrano il contrario. Pur dovendo convivere quotidianamente con il diktat della sopracitata My Generation (voglio morire prima di diventare vecchio…), il buon Roger ha sempre saputo dare un senso alla sua carriera di Artista inimitabile, infischiandosene di tutte le transizioni che hanno caratterizzato questo lungo lasso di tempo, proponendo sempre un approccio genuino e sincero come quello di un giovane virgulto: e questo appare evidente anche nella sua ultima fatica, degna di figurare tra le cose migliori da lui prodotte. Proprio la consapevolezza di non essere più uno dei meravigliosi “English Boys” che tra la fine dei sixties e l’inizio dei seventies contribuirono in maniera inequivocabile a riscrivere la storia del rock, sta alla base di questo lavoro. “As Long As I have You” è una sorta di ritorno alle origini, attraverso il quale Roger crea un ponte tra passato e presente arrivando a chiudere perfettamente il cerchio della sua vita artistica. Con l’aiuto del compagno di sempre (quel Pete Townshend con cui non sono sempre state rose e fiori), di Mick Talbot (Style Council) e Sean GenockeyDaltrey realizza un disco di Soul degno dei migliori lavori dell’indimenticabile Joe Cocker, ossia di colui che in quel periodo ci fece scoprire la parte nera della nostra anima. E’ sufficiente ascoltare il brano iniziale, quello che dà il titolo al disco, per essere catapultati in un vortice di ritmo e di fiati, al quale si uniscono i cori femminili di chiaro stampo Soul: il brano di Wise e Weisman viene proposto in modo scintillante e fresco e predispone subito all’ascolto di un lavoro che si prospetta di grande spessore. La seguente How Far porta la prestigiosa firma di Stephen Stills e fa parte di quel monumento datato 1972 chiamato “Manassas”. Anche il questo caso è proprio l’anima Soul del brano a venire in superficie, e se le parti di chitarra sono inevitabilmente Rock, è il colore black del brano che prende il sopravvento su tutto. Aggiungiamo poi una versione da brivido della stupenda Into My Arms del grande Nick Cave, e ci accorgiamo che Roger ha saputo creare un insieme di brani di grande spessore, presentandoli in una veste nuova che ben si adatta a questa sua inedita personalità. Il brano di Cave ( tratto da “The Boatman’s Call” del 1997) viene riletto in modo molto intimo (voce e pianoforte che sanno toccare le giuste corde) e rivaleggia per qualità con l’originale. Tutto il disco ha un filo conduttore che lega ogni singolo brano, creando un insieme strutturato alla perfezione e dando l’impressione che sia un opera concepita da un solo autore. Anche la seguente You Haven’t Done Nothing di Steve Wonder (tratta da “Fulfillingness’ First Finale” del 1974), qui in versione decisamente più Hard dell’originale, conserva il piglio Soul che caratterizza tutto il disco: grande versione, con fiati e voce che rivaleggiano in ogni nota. Il resto sono brani di pari livello, e anche quando Daltrey si cimenta come Autore, vedi la melodica The Love You Save, che suona molto vicina a cose tipiche di Ray Charles, il risultato non cambia, e il livello si mantiene decisamente sopra la media. Confesso che, prima di procedere all’ascolto del disco, mi ero premunito: avevo messo di fianco al lettore una copia di “Quadrophenia”, nel caso la delusione mi avesse portato a scordare di chi stavo parlando. Ad ascolto terminato, ho riposto con cura il monumento dei Who al suo posto e, premuto di nuovo play sul lettore: grande prova Roger, grazie…

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