Rod Stewart With The Royal Philharmonic Orchestra: “You’re In My Heart” (2019) – di Maurizio Pupi Bracali

Se non tutti, ci sono passati in tanti. Dagli antesignani Deep Purple ai Procol Harum, dagli hard-rockers Grand Funk Railroad a Sting, fino ai recentissimi Steve Hackett (che ripropone il repertorio dei Genesis) e il nostro Franco Battiato, sono innumerevoli gli artisti pop rock che hanno coronato il sogno di esibirsi con una grande orchestra. Nello specifico questa è la volta di Rod Stewart che, nel finale di questo 2019, per celebrare i cinquant’anni di onorata e miliardaria carriera solista, non ha trovato di meglio che riproporre alcuni dei suoi maggiori successi in una sorta di greatest hits quasi unplugged con orchestra sinfonica. Ecco quindi che, non essendo mai stato un grande compositore, il cantante britannico, oltre ai brani scritti apposta per lui o parzialmente da lui, inanella una serie di cover di musicisti sconosciuti, famosi e famosissimi. Il rischio lo si conosce: la presenza dell’orchestra sinfonica si presta a magniloquenze e ridondanze non sempre accettabili e a volte pacchiane, ma in questo caso l’ex biondo platinato se la cava piuttosto bene, complice anche la quasi assenza dei tradizionalmente pesanti ottoni. Affiancando una classica formazione rock (ma acusticamente a spina semi-staccata) il ruolo dell’orchestra, benché protagonista, è per lo più presenza discreta e non invadente.
A parte Sailing, che comunque è brano stucchevole di suo, appesantito da un coro polifonico più o meno gospel, quasi tutto il resto si lascia ascoltare con discreto piacere anche se senza particolari picchi di creatività o di originalità. Scorrono così, nell’edizione Deluxe in nostro possesso (doppio CD ma esiste anche la versione con un solo CD e quella in vinile) le simpatiche canzoncine pop che hanno decretato il successo planetario del Nostro, quali Tonight’s The Night, Young Turks, You’re In My Heart, It Takes Two in versione fiatisticamente soul, in duetto con Robbie Williams, mentre tra le cover ritroviamo invece il piccolo capolavoro di Cat Stevens The First Cut Is The Deepest, il superclassico pop inglese Handbags And Gladrags di Mike D’Abo (Manfred Mann’s Band) coverizzato mille volte (ricordiamo le belle versioni dei vocioni stentorei di Tom Jones e Chris Farlowe), la Forever Young dylaniana, la romanticissima e in questo caso eccessivamente caramellosa Have Told You Lately di Van Morrison, la bella Reason To Believe di Tim Hardin che trovava posto nel capolavoro “Every Picture Tells A Story” del preistorico 1971, quando Rod non era ancora cotonato e fasciato in strette tutine luccicanti come succederà negli glitterosi anni 80, mentre il grande Tom Waits viene omaggiato con ben due canzoni, Downtown Train e Tom Trauber’s Blues (Waltzing Matilda). Tra ancora altri brani suddivisi in altre cover meno conosciute e canzoni originali non poteva mancare la super nota Maggie May, anch’essa presenza portante nel citato album del 1971, mentre la più rockettara Stay With Me è un ripescaggio fuori concorso essendo una vecchia hit dei Faces e non della carriera solista di Stewart. Accuratamente da evitare il solo brano inedito Stop Loving Her Today che, benché con questo titolo e accreditato a tali Simon Climie e Dennis Morgan, altri non è che l’arcinota romanza della “Turandot” di Puccini Nessun Dorma (quella con il famoso “vinceroooo” che mette alla prova i più grandi tenori lirici) che ha ben poco a che fare con il resto dell’album e che viene ridotta al rango di banale e mielosa canzonetta. Prodotto da Trevor “garanzia” Horn, questo nuovo lavoro non aggiunge nulla alla produzione Stewartiana e si presenta come un divertissement solo per completisti e fan irriducibili.

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