Rod Stewart: “Blood Red Roses” (2018) – di Sonia Lippi

Sarà che le contaminazioni di vari generi musicali ci incuriosiscono molto e ci mettono allegria, sarà che amiamo molto i testi che parlano di vita reale, o sarà che quando una musica ci fa ballare ci piace a prescindere, ma l’ultimo lavoro discografico di Rod Stewart ci ha catturato a livello emozionale, facendoci ballare, cantare e anche riflettere. Certo non è il suo migliore disco, in alcuni brani gli strumenti sintetizzati e i riverberi vocali tendono a modificare la bella voce graffiante dell’Artista, e alcune canzoni sono troppo piene di suoni per essere apprezzate per ciò che sono in realtà, ma in definitiva l’album è godibile. “Blood Red Roses” inizia con il brano Look In Her Eyes: Rod racconta dell’incontro in discoteca tra una ragazza e un ragazzo, Marion e Jhonny che, tra un ballo e uno sguardo ammiccante capiscono di piacersi: musica pop accompagna da numerosi echi di voce che la rendono un po’ sbavata, ma il ritmo è piacevole. La seconda traccia è Hole In My Heart, sempre ritmata e sempre troppo sintetizzata, ma il ritornello ti entra subito in testa e alla fine, la si ascolta con piacere. Farewell è una ballata dedicata a un vecchio amico che non c’è più, dove oltre al dolore della perdita, Rod ricorda la gioventù vissuta insieme. Didn’t I, in duetto con Briget Cady, già corista per di Eros Ramazzotti, narra dei pensieri di un padre che parla alla figlia tossicodipendente: passione velata di dolore che colpisce. La title track inizia con un ritmo celtico e risulta ben costruita, anche se il suono del violino sembra essere frutto di un campionamento. Segue Grace, una ballata definita da molti controversa in quanto è un pezzo degli anni 80 che Stewart ha sentito cantare dai tifosi del Celtic: il testo pare sia pro IRA, e la storia è ambientata a Dublino durante la rivolta di Pasqua del 1916: brano molto bello e interpretazione sentita: un inno di ribellione e fratellanza tra i popoli delle isole britanniche. Give Me Love è il settimo pezzo dei tredici che compongono questo album eclettico, con incedere funky dance e inserti gospel: si racconta di una persona che sta cercando un po’ di amore anche spirituale, dopo che la vita l’ha messa a dura prova. Rest Of My Life è un brano frizzante che sembra il seguito della canzone precedente, con il protagonista che finalmente trova l’amore e vuole rimanere in quella condizione di beatitudine per il resto della vita. Rollin’ & Tumblin è la cover blues di Muddy Waters, molto bella e graffiante. Julia parla di un amore preadolescenziale rimasto nel cuore di Rod, che la interpreta in maniera molto dolce e delicata. Honey Gold è una bella ballata folk che sembra parlare della vita dell’artista, visto che anche lui, sembra non invecchiare mai. Ci avviamo verso la fine con le ultime due canzoni: Vegas Shuffle, un hard blues con il coro che fa da controcanto per tutto il brano, e Cold Old London, dove duetta ancora con Briget Cady e in qualche maniera ammette di stare invecchiando. Questo è il Suo trentesimo disco, a cinquant’anni esatti dalla firma del suo primo contratto discografico: una media impressionante per un artista… e crediamo che, dopo cinquant’anni di carriera, un artista possa sentirsi libero di sperimentare, di giocare, di osare senza sentirsi obbligato a dimostrare il suo valore che, tra l’altro, è certificato da oltre 200 milioni di album e singoli venduti in tutto il mondo, oltre ai numerosi premi ricevuti durante la sua carriera, come l’investitura al rango di Cavaliere (Knight Bachelor) per i servizi resi alla musica e alla beneficenza. “Blood red roses” è nato sulla strada, in camere d’hotel, nel backstage dopo i concerti: “non ci siamo mai nemmeno avvicinati a una sala d’incisione dove ho passato fin troppo tempo” ha dichiarato il Cantante quindi, tutto il lavoro di assemblaggio e rifinitura è stato fatto durante la post produzione, ed è probabilmente questa la causa del risultato troppo artefatto ma, a parte questi tecnicismi, a livello emozionale è un disco che mette allegria, che strizza l’occhio anche alle nuove generazioni e che cerca in qualche modo di creare sinergie tra stili diversi. Ci è piaciuta questa ricerca di contaminazione musicale e siamo curiosi di ascoltare quel che Rod ci proporrà in futuro, visto che “Sir Stewart” ha dichiarato di avere già pronte altre quindici canzoni per un nuovo disco. Consigliato a tutti coloro che hanno bisogno di una ventata di giocosità introspettiva.

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