Rock, arte contemporanea e inutili polemiche – di Fabrizio Medori

Molto spesso gli appassionati e gli addetti ai lavori della musica “leggera” si sono trovati ad aver a che fare con un complesso di inferiorità nei confronti di quelli che, invece, avevano a che fare con la musica “colta”, quelli che potevano vantare titoli accademici e nobili riconoscimenti. Altri, ancora oggi, pensano sia doveroso distinguere tra la musica “di consumo”, il Jazz e la Classica, negando ogni valenza artistica alla prima, tollerando la seconda e dando piena dignità soltanto alla terza categoria. In realtà, dalla sua nascita, il rock ha sempre avuto ottimi motivi per essere al centro di un processo artistico innovativo e che travolge da subito la società e l’economia. Nella seconda metà del Novecento la musica è diventata un bene di consumo, raggiungendo un livello di diffusione mai visto precedentemente. La grandissima visibilità ha portato le sue stars ad avere un peso preponderante nella cultura contemporanea, in modo da poter avere, al suo interno, dei veri e propri maître à penser, leaders autentici e autorevoli di movimenti artistici, letterari e di pensiero. I nuovi opinion leaders non si limitarono a tracciare linee guida per le mode dell’epoca, ma spesso lasciarono tracce profonde nella definizione della cultura contemporanea, catalizzando intorno a sé musica, arti visive, letteratura e cinema. Proprio quest’anno, 55 anni dopo il suo esordio, il Premio Nobel per la Letteratura è stato assegnato a Bob Dylan, cantante e autore fondamentale nella storia del rock, ma anche scrittore, regista, attore e pittore di livello notevole. Il riconoscimento ufficiale al più conosciuto poeta del rock ha sollevato un pesante velo su un mondo che la cultura ufficiale ha sempre snobbato. Sin dagli inizi dell’epopea degli strumenti elettrici, i Beatles (premiati dalla Regina d’Inghilterra in quanto centro di un ingranaggio economico formidabile) erano stati portatori sani di un insospettabile fermento culturale. John Lennon, il più ribelle e introverso dei quattro, era un fervente ammiratore di Lewis Carroll e della sua “Alice nel paese delle meraviglie” e molti dei suoi testi sono stati fortemente influenzati da questo capolavoro della letteratura inglese, ad esempio I am the walrus, Strawberry fields forever e Lucy in the sky with diamonds sono assolute debitrici della poetica di Carroll e poi, soprattutto, nei suoi due libri (“In his own write” e “A spaniard in the works” rispettivamente del 1964 e 1965) Lennon è riuscito ad attualizzare e far evolvere il linguaggio follemente nonsense del suo idolo lettterario. Lo stesso Lennon, diplomato in un istituto ad indirizzo artistico, sarà sempre molto attento agli sviluppi dell’arte contemporanea, tanto da sposare una controversa artista giapponese, Yoko Ono, che aveva conosciuto all’anteprima di una mostra personale dell’artista, nella galleria d’arte di un suo amico. John dipinse e disegnò moltissimo e, insieme a Yoko fu protagonista di numerosi eventi artistici, nonché regista e attore di numerosi film. Il suo alter ego musicale, Paul McCartney, si distinse particolarmente come appassionato di arte contemporanea, arrivando ad acquistare la tela di Renèe Magritte raffigurante una mela, che diventerà il simbolo della loro casa discografica, la Apple (da non confondere con l’omonima ditta produttrice di computer, con la quale ci sarà una lunghissima battaglia legale per l’utilizzo del nome). Negli anni 70 uno dei massimi esponenti della cultura rock, David Bowie, in un suo disco del 1971, “Hunky Dory”, dedicò due canzoni ad altrettante icône del periodo: una si chiamava Song for Bob Dylan, l’altra, più semplicemente Andy Warhol. Warhol, artista di origini Cecoslovacche, punta di diamante della Pop Art, era stato l’ideatore e produttore di uno dei più importanti gruppi rock del decennio precedente, i Velvet Underground, primo gruppo di Lou Reed, ed in seguito autore di numerosissime copertine discografiche: da quelle dei Rolling Stones fino a quelle dell’icona pop commerciale Miguel Bosè e della nostra Loredana Bertè. Tornando a David Bowie, uno dei suoi dischi di maggior successo, “Diamond Dogs”, pubblicato nel 1974, è interamente legato da un filo conduttore, ispirato dal famosissimo e profetico libro di George Orwell, “1984”. Due brani, in particolare, sono direttamente ed esplicitamente legati all’opera orwelliana, e sono 1984 e Big Brother, nei quali i suoni scarni e distorti e le chitarre lancinanti fanno da base a testi permeati dalla disperazione e dall’alienazione caratteristici del romanzo da cui traggono ispirazione. Bowie riesce perfettamente a trasporre in musica l’angoscia e la paura del futuro che hanno reso così importante l’opera di Orwell. Anche tre grandi star canadesi del rock si sono distinte in attività artistiche diverse dalla musica: Neil Young ha diretto diversi film con lo pseudonimo di Bernard Shakey, una bravissima pittrice è Joni Mitchell, come testimoniato da alcune copertine dei suoi dischi e Leonard Cohen ha pubblicato diversi libri di grande successo. Rock, Arte, Cinema e Letteratura sono da sempre intimamente legati tra loro, colonne portanti della cultura moderna.

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