Roberto Menabò: “The Mountain Sessions – Blues & Guitar Exscursions” (2020) – di Maurizio Celloni

L’aria frizzante degli Appennini sprizza dalle sapienti note dell’ultima fatica di Roberto Menabò e gli Appalachi sembrano vicini. “The Mountain Sessions – Blues & Guitar Excursions” (2020) emana il profumo dell’erba falciata di fresco, del legno preparato per il caminetto, della fatica di una vita di duro lavoro tra le erte dei cammini e dei crinali dei monti da varcare con passo pesante, delle mandrie da governare con piglio veemente. Ed è per questo che una chitarra acustica basta a donare qualche istante di spensieratezza attorno al fuoco, a ristorare dalle fatiche ma anche a lasciarsi cullare dai ricordi, da una malinconia del tempo che passa, da un ballo allegro che scaccia i pensieri amari di un fato poco riconoscente. Roberto Menabò è un musicista sensibile, maestro del fingerpicking e della tecnica slide, ma anche uno studioso del country blues delle origini, i primi anni del 1900, spaziando nella narrazione dai musicisti neri del Delta ai cantori bianchi del Piedmont, a ridosso della catena montuosa degli Appalachi, che si dipana dal West Virginia al South Carolina. È infatti autore di interessanti e piacevoli libri nei quali racconta in forma romanzata, ironica e lieve, la vita dei molti formidabili artisti, più o meno noti, transitati da quelle terre lontane.
La culla del blues, con i suoi protagonisti, si ritrova nei lavori discografici di Menabò, filologicamente molto rigorosi e rispettosi delle tecniche usate dai primi maestri del country blues, perché studiate con passione e competenza. “The Mountain Sessions – Blues & Guitar Excursions” arriva a distanza di 19 anni dal suo precedente lavoro “Il Profumo del Vinile” e dalla riedizione nel 2016, con l’aggiunta di sei nuovi pezzi, della prima uscita su disco “A Bordo del Conte Biancamano”, inciso in origine nel 1985. Nel nuovo disco si trovano ben 14 brani alternati tra standard dei maestri della guitar primitive e originali firmati da Menabò. Fin dal primo momento si resta stupiti dall’ascolto della dinamica della Martin HD28 0001 imbracciata per l’occasione da Menabò, il cui suono, registrato in presa diretta senza filtri o correzioni, fa sentire i fruscii delle corde, amabilmente toccati dai polpastrelli del musicista. I Tom Cat Blues di Cliff Carlisle, chitarrista, cantante e compositore (n. il 6 maggio 1903 a Taylorsville, Kentucky – m. 5 aprile 1983 a Lexington, Kentucky), introduce alla registrazione del del disco con un arpeggio delicato a cui è stata aggiunta una sovraincisione slide dai toni melanconici che accompagna il canto sommesso.
Il secondo brano è una composizione di Roberto Menabò dal titolo Spuma Bianca e Juke Box che si fa apprezzare per la bravura del Maestro nello stile fingerpicking. Sentite i magistrali tocchi alla corda bassa per segnare il tempo agli arpeggi frizzanti, che danno l’idea della spuma del vascello Conte Biancamano che solca i mari imperioso. Nel terzo pezzo, Worried Blues scritto da Frank Hutchison (n. Beckley, West Virginia il 20 marzo 1897 – m. Dayton, Ohio nel novembre 1945), si manifesta la slide “dal suono limpido, circolare, a tutto tondo e dal fraseggio preciso e incontaminato dello slide in open G.”, come scrive Roberto Menabò nel suo libro “Il Blues Ha Una Mamma Bianca – Storie di chitarristi e banjoisti nell’America degli anni Venti e Trenta” (www.robertomenabo.it). La chitarra avvolge l’ascoltatore con un suono pieno, rassicurante anche nel tono del cantato. A Casa Di Simone Ragionando di Primitive Guitar, firmato da Menabò, è il quarto brano e già dal titolo si comprende come sia un pezzo dal valore didascalico, da presentare in aula durante i master sulla chitarra che di frequente organizza tra le valli appenniniche. Ancora una volta il suono della Martin è pieno, arricchito dal potente arpeggio del Maestro, senza alcuna pausa, tutto d’un fiato fino alla fine. Una meraviglia da lasciare a bocca aperta e il cuore caldo.
Con la quinta traccia, Shake That Thing, originariamente cantata da Ethel Waters (n. Chester, Pennsylvania 31 ottobre 1896 – m. Chatsworth, California 1° settembre 1977), ci si inoltra sul versante più intimistico del blues, a sottolineare il testo contenente pudiche allusioni sessuali. L’accompagnamento della chitarra e la voce ammiccante di Menabò, intervallate da assoli delicati, le corde appena sfiorate e le improvvise sottolineature con sapienti colpi di polpastrello, più incisivi, generano un piacere intenso. La passione di Roberto Menabò per i treni è cosa nota e si manifesta con il sesto brano Il Settebello sulla Direttissima. Il treno è una delle immagini iconiche del blues e Roberto non si sottrae al suo fascino. Si coglie nel pezzo lo sferragliare delle ruote sui binari e la velocità di una delle vetture ferroviarie che ha rappresentato un pezzo di storia dell’Italia post-bellica, un vero atto d’amore reso possibile dalla notevolissima capacità tecnica dell’autore. Dalla Martin si sprigiona la potenza del treno direttissimo: attenzione al cappello se vi affacciate dai finestrini!
La settima traccia è un brano di Jimmie Tarlton (n. 8 maggio 1892, Columbus, Georgia – m. 29 novembre 1979 Phenix City, Alabama), Columbus Stockade Blues, dall’incedere soave e delicato. Il pezzo è stato arricchito con aggiunta di una seconda voce nel ritornello. Il brano ha un sapore bucolico e arcadico, rilassante e trasognante. Veniamo all’ottava traaccia, Il Ponte Romano Sulla Dora firmato da Menabò. Da due millenni il ponte resiste e unisce le sponde, tra i gorghi a volte impietosi della Dora. Sono le sensazioni trasmesse dall’arpeggio del Maestro, pieno e costante nella sua ariosità. Una prova di bravura e di capacità fuori dal comune nel trasmettere emozioni. Il pezzo successivo è un monumento del country blues primitivo spesso presente nei lavori discografici di Menabò e sovente anche nei suoi spettacoli dal vivo: Stack O’ Lee Blues, scritto da Mississippi John Hurt. Storia tragica quella narrata da Hurt, quando il crudele Stack O’ Lee uccise Billy The Lyon per il furto del suo Stetson (nota marca di cappelli utilizzati dagli agricoltori). La versione magistralmente eseguita da Menabò è ricca di un pathos non eccessivo. Dalle note calde della Martin e dalla voce dolente, quasi a sottolineare l’inevitabilità del funesto evento, vista l’onta subita e la cattiva reputazione di Stack O’ Lee, non si finisce mai di staccarci e apprezzare questa profonda versione.
La decima traccia, L’ultima Littorina, è una composizione di Roberto Menabò. Ritorna la suggestione del treno ma questa volta non si tratta di un convoglio lanciato in piena velocità. La littorina era il treno delle piccole tratte, soprattutto quelle impegnative in salita sulle montagne. Ascoltando il pezzo si coglie l’arrancare allegro e faticoso della vettura diesel, la puzza di nafta che entra dai finestrini e qualche lieve scivolatina delle poderose ruote ferrose sui binari inclinati. È davvero straordinario Menabò nel riuscire a rendere la poesia dei tempi andati, quegli anni definitivamente scomparsi con l’ultima littorina. Shaggy Dog Blues è l’undicesimo brano, composto da Buddy Boy Hawkins, nato in Arkansas sul finire dell’800 ma del quale si ignorano le date precise di nascita e di morte. Le uniche certezze sono rappresentate dalle dodici canzoni registrate in parte a Chicago nel 1927 e altre a Richmond nel 1929. La riproposizione di Menabò è rilassata e rotonda, l’arpeggio è preciso, favorito dal tempo ritmato della corda bassa. La trama degli accordi lascia trasparire la visione del caminetto acceso, dalle fiamme lente di ciocco grosso. Il dodicesimo brano, composto da Roberto Menabò, ha un titolo significativo: Il Cagnolino Di Clifford Gibson. Il lirismo del brano è un omaggio al musicista che, per sbarcare il lunario, dovette esibirsi per strada in compagnia di un cagnolino addomesticato a tenere il cappello per raccogliere i pochi cent lasciati dagli ascoltatori frettolosi.
La penultima traccia del disco è Ain’t No Tellin” di Mississippi John Hurt. Piace molto a Menabò la musica di Hurt, autore di blues diretti e puliti ma al contempo complessi nel fingerpicking che “divideva in modo netto ritmo e melodia” (cit. Menabò). E questa traccia ne è l’esempio lampante, saltellante e molto ben delineata nelle linee melodiche. Esecuzione splendida. A chiusura del sostanzioso lavoro Menabò sceglie un altro suo brano, Un Jam sul Tram. La Martin suona come un banjo (speriamo non si offenda), il ritmo saltellante e allegro rammenta il traballare del tram nell’affrontare le sconnessioni delle strade di città e l’ondeggiare dei passeggeri a ogni curvatura della rotaia. Le dita del Maestro agiscono vorticosamente sulle corde della chitarra, tanto da far pensare a una confederazione di chitarre suonate contemporaneamente. Una delizia per le orecchie e l’animo. Con questo nuovo lavoro, ancora una volta il Maestro Roberto Menabò stupisce gli appassionati ascoltatori, regalando sensazioni musicali uniche, fuori dal coro del business edulcorato imperante di questi tempi nelle radio e televisioni. “The Mountain Sessions” è uno scrigno prezioso per gli amanti del blues ma anche per coloro che volessero conoscerne le origini, le storie di una musica senza tempo o meglio, buona per tutti i tempi perché figlia e madre dei sentimenti degli ultimi, vissuti nel secolo scorso, e della solitudine di cui è permeato il nostro secolo. Album consigliatissimo!

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