Roberto Formignani: “Free Man” (2020) – di Maurizio Celloni

In una calda serata di fine agosto 2020, nella magia della corte interna del Castello Estense a Ferrara, dove nel 1300 dame e damerini ballavano accompagnati dai musici per allietare il Signore, sul palco allestito per l’occasione sale Roberto Formignani, accompagnato da una band con i fiocchi: Alessandro Lapia al basso, Roberto Morsiani alla batteria, Ambra Bianchi al flauto traverso e voce, Massimo Mantovani alle tastiere, Enrico Cipollini e Roberto Poltronieri alle chitarre e Paolo Giacomini all’armonica. È finalmente arrivata l’occasione per presentare, in questa splendida cornice medioevale, l’ultimo suo lavoro discografico: “Free Man” (2020), il primo firmato da solista dopo la chiusura di ogni attività artistica pubblica a causa della nota pandemia. La storica città di Ferrara ha da sempre una vivace scena musicale, come testimoniano i tanti suoi celebrati figli, tra i quali Ares Tavolazzi, bassista e contrabbassista di Area International Popular Group, con la band di Francesco Guccini e di altre formazioni jazz, e Ellade Bandini, batterista con The Pleasure Machine e nella formazione di Guccini, per citare i più conosciuti.
Roberto Formignani, chitarrista e compositore, nato nel 1960, continua la lunga tradizione musicale ferrarese, sia in qualità di musicista che di insegnante e appassionato organizzatore di eventi culturali. È tra i fondatori nel luglio 1990 dell’Associazione Musicisti di Ferrara, la cui attività spazia dai corsi alla Scuola di Musica Moderna di Ferrara all’ideazione e gestione di numerosi eventi quali “Un Fiume di Musica”, nei tardo pomeriggi dei giovedì estivi alla Darsena della città, con proposte musicali che vanno dal blues al rock, country, jazz, cantautorato e il progetto “Juke Joint”, finalizzato alla promozione della musica dal vivo nei locali di Ferrara. Nel corso di quest’anno. Roberto Formignani, dicevo, firma il suo primo disco solista “Free Man” è di un ottimo lavoro che interiorizza in una dimensione personale il suo percorso artistico, a partire dal primo gruppo, Mannish Blues Band, per arrivare all’ultimo, The Bluesmen.
Formignani non si limita a suonare in modo impeccabile, da grande maestro qual è la chitarra, ma racconta la vita di giovane appassionato (in casa il padre ascoltava jazz e il fratello rock). Emergono dalle note e dai testi i sogni di una generazione che sperava di cambiare il mondo anche attraverso la musica. Ascoltate Play For The Revolution, il cui testo rimanda alla forte partecipazione e alla richiesta di libertà dei giovani degli anni 70: “I remember, too many people, in the square in all the streets with the flags and the axes (chitarre), to protest for the liberty”, ma non manca uno sprone alle giovani generazioni a ritrovare il piacere di imbracciare una chitarra e suonare per la rivoluzione, per la cultura. Il pezzo inizia con uno stile chitarristico in perfetta sintonia rock, molto potente. Il suono ricorda il miglior John Mellencamp, la sezione ritmica, incisiva e precisa, accompagna i colpi di plettro alla sei corde di Formignani, compreso il magistrale assolo. Alzare il volume è altamente consigliato. Come non omaggiare un grande del Blues e con lui tutti i grandi Maestri del Delta? Eccovi servita Muddy Waters. Primo pezzo del disco, inizia con un delicato arpeggio e si sviluppa con i toni della rimembranza: “quando il fiume saliva, la casa andava sotto nelle acque fangose, allagata dal fiume… Questa è la storia di un ragazzo, con la chitarra che cantava il blues, lui si è spostato nella grande città (Chicago ndr), per suonare il blues. Lo chiamavano Acque Fangose (Muddy Waters)”. Un finale in crescendo, dal fingerpicking iniziale all’assolo in perfetto stile blues di Chicago.
Roberto Formignani non solo è un grande chitarrista ma è anche un profondo conoscitore del Blues e sa trasmetterne le emozioni. Nel disco non mancano le ballate dal respiro profondo e idilliaco. Prendiamo la seconda traccia, Now We Are Them, nella quale Formignani affronta il tema dell’insegnamento dei nostri padri che ritorna ora, quando le nostre età aiutano a capire, “perché adesso noi siamo loro”. Brano delicato e intenso, cantato con trasporto. “Quando guido, nella notte, vedo la luce di tutta la mia vita e la musica mi aiuta a vedere tutte le cose che devo fare… nella vita voglio essere, in ogni momento, semplicemente libero, e la musica è la cosa che mi aiuta, che mi aiuta ad esserlo” è il testo di Free Man. Qui si coglie l’aspetto più intimo di Roberto Formignani, l’afflatto non urlato della coscienza verso la libertà. Gli strumenti, in particolare le tastiere, sembrano accarezzare dolcemente la voce, le note dell’acustica cesellano un ricamo delicato. Al controcanto la flautista Ambra Bianchi accompagna con notevole bravura la voce quasi sussurrata di Formignani. Non è sempre necessario cantarle le emozioni. Prova ne sia l’ascolto di Painting The Note, nel quale Formignani si diverte a dipingere un delicato acquerello di suoni, accompagnato dalla slide di Enrico Cipollini; la country The Cowboy’s Dream che viene presentata dall’autore ricordando che nessuna forma musicale, libera e ben suonata, non debba essere camuffata da altri generi musicali, come spesso succede alle stars musicali americane.
Ci si trova catapultati in Arizona, protagonisti delle ultime scene di “Sfida all’Ok Corral”, il film di John Sturges del 1957; Rabbit è una cascata di note, Formignani si scatena in un rock and roll robusto che lascia l’ascoltatore in apnea fino alla fine del brano; White Rose è un dolce affresco con le tastiere in evidenza e la chitarra di Formignani suonata con sensibilità. Il pezzo è dedicato alla nipotina del chitarrista; Blue Sunrise è il brano strumentale di chiusura del disco. La slide di Cipollini dialoga con la Stratocaster di Formignani realizzando un rincorrersi di suoni che vanno dall’angelico al profano. Da ascoltare ad occhi chiusi, lasciandoci trasportare dal fluire lento delle note. Certo, per un cultore e amante del blues, quale è Roberto Formignani, non poteva mancare l’omaggio a Robert Johnson. Eccovi, quindi, Rumblin’ On My Mind, dall’andamento lento e profondo. Grande interpretazione di tutta la band, al servizio del blues immenso di Johnson, e un solo di chitarra ficcante; altra dimostrazione, se ancora ce ne fosse bisogno, della maestria e capacità tecnica ed evocativa di Formignani, oltre al canto quasi dolente. Da ascoltare in rispettoso silenzio e volume adeguato. La relazione con il fratello maggiore e la musica dell’adolescente Formignani è cantata in Dirty And Rude. Racconta: “Quando ero un giovane ragazzo provavo a suonare la mia chitarra X2 e mio fratello mi diceva, sei troppo sporco e rude…”.
Ora di strada ne ha fatta il giovane ragazzo di allora e con la chitarra se la cava egregiamente, come ancora una volta è testimoniato da questo blues classico. Commento il brano Hippy per ultimo, anche se nel disco è il settimo pezzo, perché il solo titolo ci trasporta in un’epoca di grandi speranze e liberazione. Formignani canta “… la musica era un fiume in piena che riempiva i cuori di tutti i ragazzi… Io ricordo gli anni 70, eri molto carino nella tua automobile, i capelli lunghi e la chitarra, per tutto il tempo a cantare canzoni.” Si tratta di una ballata con venature country pervasa da una diffusa malinconia con la chitarra slide a sottolineare il tempo che passa, quel tempo intriso di ideali e illusioni. Il lavoro di Roberto Formignani si inserisce nella migliore tradizione della musica rock e blues italiana. La sua vena compositiva è autentica perché trae ispirazione dall’esperienza di vita di un uomo e musicista sensibile, che ha attraversato le tante stagioni storiche susseguitesi dagli anni 70 ad oggi. Nel suo lavoro, oltre alla notevole capacità tecnica nel padroneggiare tutti gli stili della chitarra, si coglie la sensibilità e profondità dei testi, mai banali e mielosi. Insomma, ascoltatelo questo bel disco, ne rimarrete piacevolmente colpiti.

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