Robert Wyatt: “The End Of An Ear” (1970) – di Francesco Chiari

Come noto, dopo una sbronza arriva una solenne emicrania con conseguente senso di nausea e quant’altro e, se questo succede ad una persona, figuriamoci se non doveva succedere ad un’epoca! Gli anni Sessanta, l’età di pace, amore e musica, si polverizzarono nel giro di appena sei mesi del 1969, passando dal luglio di Woodstock al dicembre di Altamont e, se aggiungiamo le stragi di Charles Manson e l’incrudelirsi della guerra in Vietnam, per non citare lo sfaldamento progressivo dei Beatles, ci vuol poco ad immaginarsi lo stato d’animo della gente (e anche da noi in Italia mica si scherzava, con l’autunno caldo e Piazza Fontana). A farne le spese fu, inevitabilmente, la musica, ossia proprio l’arte che sembrava voler unire la gente nello spirito di “cercate di abbracciare tutto il mondo come noi”, per citare un vecchio pezzo dei Rokes: con un rock diretto a razzo verso le banalità da megastadio, un free-jazz pronto a rifugiarsi come un animale ferito nei ripiegamenti intellettualistici della scuola di Chicago, ed un’avanzata prepotente del funky destinato, dopo varie automutilazioni, a tramutarsi nell’infame disco-music, il panorama era quanto mai confuso e privo di centro: la riprova si ebbe nello stesso anno col faraonico Festival di Newport che vedeva alternarsi Stéphane Grappelli e Frank Zappa, George Benson e i Led Zeppelin, Bob Haggart e James Brown, secondo la logica dell’“avanti tutti, che troviamo un posto”.
Insomma, si trattava di trovare la forza per ripartire quasi da zero, ma pochi come sempre ne ebbero il coraggio, e ancor meno furono quelli che osarono buttarsi nel vortice senza appigli di sorta: uno di questi fu, certamente, Robert Wyatt, all’epoca in forza ai Soft Machine come batterista, ma già pronto a staccarsi da quell’orbita per cercare una strada tutta sua, con quella caparbietà che lo accompagna ancora oggi. Per Wyatt il 1969 era stato l’anno della celebre Moon In June, inclusa nel terzo album dei Soft Machine ma, sintomaticamente, registrata quasi tutta da lui in solitudine, come a rimarcare la sua distanza dal gruppo, che si farà tanto ampia da spingerlo l’anno dopo a registrare il suo primo album solista, regalandoci un disco davvero epocale, “The End of An Ear” (Columbia 1970), autentico spartiacque fra due decenni ed insieme presagio di tempi tutt’altro che lieti e/o spensierati. Già dal gioco di parole del titolo su The End Of An Era, tutta l’operazione si basa su continui rimandi fra diversi mondi possibili, con una concezione omnicomprensiva del far musica nella quale trovano posto schegge sonore, atmosfere, rievocazioni stilistiche dalle fonti più disparate, ma la caratteristica più evidente è quella di una ironia quasi swiftiana, marcata cioè da una profonda sfiducia in quel senso di progresso ottimistico che aveva marcato la generazione degli anni Sessanta, cui qui si sostituisce la visione di una battaglia fra cielo e inferno da richiamare John Milton e William Blake.
Non stupiscano questi riferimenti letterari, degni del resto di un uomo di eccellente cultura come Wyatt, perché ad un attento ascolto si nota un particolare sfuggito agli esegeti di questo disco: l’apertura e la chiusura sono affidate ad una versione in due parti del tema Las Vegas Tango di Gil Evans, indicate come Part One (Repeat) in apertura e Part 1 in chiusura, ma la prima versione inizia con un’assolvenza e la seconda termina bruscamente riallacciandosi all’apertura del disco, quasi in loop; ebbene, questo è il medesimo effetto di circolarità che si trova nell’ultima opera di James Joyce, “Finnegan’s Wake” (1939), e proprio come avviene per il libro joyciano il disco di Wyatt intende superare l’idea stessa di prodotto consumabile, di pacchetto finito da smerciare, per sventrare invece l’opera d’arte ed ingerire voracemente quanto si trova intorno per restituirlo profondamente mutato e allo stesso tempo riconoscibile. Nei nove brani del disco, tutti con una dedica personalizzata escluso ovviamente il brano di Gil, sono coinvolti esponenti di primo piano del jazz d’avanguardia inglese, come Elton Dean (alto e saxello) e Marc Charig (cornetta), ma anche artisti dell’area pop come David Sinclair, organista dei Caravan. Wyatt qui suona ancora la batteria (mancano tre anni all’incidente che lo confinerà alla sedia a rotelle), l’organo e il pianoforte, e canta, ma sul disco fa scrivere “mouth“, non “vocals“, tanto per rimarcare il ruolo di sperimentatore vocale e non di semplice cantante (sul retro copertina si autodefinisce provocatoriamente Out of work Pop Singer).
Le principali influenze citate dallo stesso Wyatt sono Steve Lacy, Pharoah Sanders e Paul Bley, i cui flirt dell’epoca con l’elettronica nel trio Scorpio trovano qui una qualche eco e, soprattutto l’ultimo, ancora impenetrabile, Coltrane: da tutti questi Wyatt prende l’impulso ad andare oltre gettando nel calderone riferimenti al Davis di “Bitches Brew“, singolari anticipazioni sonore (in To The Old World bisogna controllare i dati per esser sicuri della presenza di Elton Dean: sembra quasi di sentire Evan Parker!) e soprattutto perenni tira-e-molla stilistici per cui, in To Caravan And Brother Jim, su una base ritmica rockeggiante si snoda un tappeto sonoro nel quale galleggia la parte A di Con Alma, quasi un frammento mnestico che non trova pace, o in To Carla, Marsha and Caroline il pianoforte sembra in bilico fra neoromanticismo e memorie lontane degli assolo mingusiani. L’apice del procedimento è raggiunto nel citato Las Vegas Tango, autentica scorribanda vorticante nella quale noto e ignoto, fenomeno e noumeno, passato e presente si scontrano ma non si fondono mai, dandoci la netta sensazione dello scontro titanico (ancora echi di Blake) fra due potenze equivalenti. Questo album, non dimentichiamolo, si pone in un periodo in cui in Europa iniziava una crescente sfiducia verso gli Stati Uniti che all’estero erano impegnati nel Sud-Est asiatico e all’interno, quando non pensavano ad andare sulla luna, pensavano alla repressione dei movimenti pacifisti universitari, come ci ricordano il film “Fragole e Sangue” e l’inno di denuncia
Ohio di Neil Young.
Certo Wyatt, figlio di due esponenti della sinistra britannica degli anni Trenta e spirito libertario estremamente sospetto verso ogni coscrizione, al punto da dimettersi perfino dal Partito Comunista Inglese perché non ne condivideva più la nuova linea, sentiva e sente ancora oggi che la meravigliosa musica sulla quale fonda il proprio pensiero artistico viene pur sempre da una nazione che, è storia recente, dimostra di aver dato al mondo nel Ventesimo Secolo ragioni sufficienti per amarla e per odiarla (tanto per parlare di noi italiani, l’America degli anni Venti ospitava Gaetano Salvemini e Giuseppe Prezzolini esuli dal fascismo, ma condannava senza un processo regolare Sacco e Vanzetti, e allora dove stava il valore della libertà?) e che, soprattutto, grazie a un capitalismo dalla più avanzata struttura produttiva e pubblicitaria, poteva dominare i mercati mondiali rischiando di soffocare le culture locali, come infatti è avvenuto e non solo a livello musicale. I profeti, si sa, sono scomodi per il fatto di avere gli ‘occhi di seconda vista’ di cui parla Edgar Lee Masters, e quindi non stupisce che Robert Wyatt Ellidge non sia stato capito all’epoca oppure sia stato del tutto frainteso ma oggi, nel magma confusionario in cui ci troviamo immersi, “The End Of An Ear” può servirci come specchio per guardare il caos da affrontare, col coraggio di chi si affida alla volontà di non nascondere il lato oscuro dell’esistenza, per non rischiare di far la fine di Dorian Gray.

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