Robert Wyatt: “Rock Bottom” (1974) – di Alessandro Freschi

Situato al terzo piano del solenne stabile vittoriano in Maida Vale l’appartamento di June Campbell Cramer, o più semplicemente Lady June, a metà anni sessanta rappresenta molto di più di un semplice luogo di ritrovo per gli artisti londinesi. La poetessa-pittrice di Doncaster è indubbiamente un’adorabile padrona di casa; proverbiale la sua ospitalità ed ancor di più i licenziosi festini che allestisce con rituale frequenza. Il chitarrista australiano Daevid Allen, un habitué dei gaudenti ricevimenti, non casualmente considera tale dimora ‘la migliore sala da fumo di tutta Londra’. Proprio alla compagna del fricchettone Daevid, Gilly Smith, è dedicata l’ennesima festicciola organizzata venerdì 1° Giugno 1973 da June. La ‘strega Shakti Yoni’ della mitologia Gong festeggia il suo quarantesimo genetliaco ed a celebrarla è accorsa una nutrita schiera di musicisti legati alla scena di Canterbury. Non si sottrae a presenziare a tale evento il carismatico Robert Wyatt, anima pulsante dei progetti principe della corrente sviluppatasi nel Kent, dai Wilde Flowers ai Matching Mole, passando per i sommi Soft Machine.
Nel corso della serata il barbuto batterista, dopo aver ingurgitato una dose industriale di alcol (come dichiarerà in seguito ai dottori dello Stoke Mandeville Hospital
nell’ordine vino, whisky e Souther Confort’), ha la malsana idea di avventurarsi in uno scherzo, a dir poco assurdo. Passando per la finestra del bagno intende arrampicarsi sul tetto dell’abitazione per effettuare un rientro ad effetto dalla porta d’ingresso. Una volta in piedi sul davanzale però la totale mancanza di lucidità pregiudica irreparabilmente il precario equilibrio e lo fa precipitare nel vuoto, sul marciapiede sottostante. Gli esiti della rovinosa caduta si rivelano da subito estremamente drammatici. La frattura della dodicesima vertebra provoca una paralisi completa dalla vita in giù e Wyatt è costretto a mesi di totale immobilità sul letto di un ospedale. Pink Floyd e Soft Machine organizzano il 4 Novembre un concerto al Rainbow Theatre con il quale riescono a racimolare diecimila sterline che devolvono interamente all’amico per le gravose terapie di rieducazione. Una volta dimesso, costretto sulla sedia a rotelle, Robert raduna all’interno di un itinerante studio di registrazione un talentuoso ensemble di musicisti formato da fraterni compagni di viaggio ed inizia a gettare le basi per quella che di fatto diviene la sua seconda vita artistica, quella da solista.
L’impossibilità di ritornare dietro alla amata batteria lo spinge a perfezionarsi nel canto e nell’utilizzo delle tastiere. Tra quelle in suo possesso spicca una Gem Riviera regalatagli, alcuni mesi prima, dalla compagna Alfie Benge durante un soggiorno a Venezia. Proprio tra le incantate atmosfere della “Serenissima“, inconsapevolmente, Robert ha iniziato a comporre le trame di quel disco che segnerà il suo acclamato ritorno sulle scene dopo la maledetta bravata di Maida Vale: il magistrale
Rock Bottom” (1974). È quanto mai singolare la vicenda che lega Pip Pyle e Wyatt. Amici, batteristi, dopo essersi alternati nella line-up Gong, nel 1971 si ritrovarono a vivere una complessa relazione sentimentale l’uno con la compagna dell’altro. Una scambio di coppia che porta l’ex Delivery a formare coppia fissa con la signora Pamela Wyatt e Robert ad unirsi con Alfreda Alfie Benge, trentenne illustratrice di origini austriache impegnata nel mondo della celluloide come assistente del montatore Graeme Clifford. Così quando il regista Nicolas Roeg, nel gennaio 1973, dirotta la sua troupe cinematografica tra i canali della città dei Dogi per le riprese del thriller interpretato da Julie Christie e Donald Sutherland Don’t Look Now, distribuito in Italia come A Venezia… un Dicembre Rosso Shocking, Alfie invita il partner a seguirla. Robert si è appena lasciato alle spalle l’esperienza Matching Mole e dalle finestre della casa del Leone (nella quale risiede Julie Christie), scorgendo la magia surreale di una invernale Giudecca, si sente agitato da una ritrovata vena creativa che lo tocca nel profondo.
Alfie gli ha regalato un registratore a nastro ed una tastiera di piccole dimensioni che ha scorto in un piccolo negozio di strumenti vicino Piazza San Marco; la Gem Riviera genera un particolarissimo vibrato che rimanda a sonorità liquide, abissali e le melodie del musicista di Bristol (28 gennaio 1945) che vanno man mano a concretizzarsi sembrano provenire da abissali scenari emozionali. Una raccolta di suggestive partiture e testi introspettivi che al rientro in terra d’Albione Wyatt sente di dover condividere con i compagni del suo viaggio musicale più recente, quella ‘macchina molle’ dalla quale ero sceso solo alcuni mesi prima. Ma la serata del primo di giugno è in agguato dietro l’angolo e falserà irreversibilmente il destino di quei demo su bobina partoriti in laguna.
Rock Bottom viene distribuito dalla Virgin Records il 26 Giugno 1974, giorno in cui Wyatt convoglia a nozze con Alfie. Prodotto da Nick Mason dei Pink Floyd e registrato nei primi mesi dell’anno, all’album prendono parte, tra gli altri, Richard Sinclair, Mike Oldfield, Hugh Hopper, Gary Windo e il trombettista jazz di origini sudafricane Mongezi Feza.
Robert incide su piste separate evoluzioni canore e strumenti, una serie decisamente imponente che va dalle tastiere alla chitarra slide passando per tamburi e batterie ‘di fortuna’ spogliate da grancassa e charleston, e l’overdubbing viene rielaborato negli studi nell’Oxfordshire della Virgin (gli stessi di
Tubular Bells” del 1973) e in parte nei londinesi CBS Studios. In tutto sei tracce in scaletta, perfettamente suddivise nelle due facciate di un 33 giri sulla cui cover sono presenti degli eccentrici soggetti tratteggiati dalla matita di Alfie Benge, più che mai insostituibile icona ispiratrice. Dolenti e raffinate le atmosfere di Sea Song che inaugurano il disco, si avvinghiano su spirali incantate di rintocchi di piano e contenuti battiti di basso (Sinclair); la voce è il vero strumento aggiunto mentre disegna paesaggi salmastrosi abitati da stelle marine e altre creature acquatiche (‘Like the starfish that drift in with the tide’) anticipando, in un rincorrersi di respiri, le jazzate linee di A Last Straw, naturale appendice ipnotica del brano d’apertura.
Un tanto confuso quanto fastidioso brivido percorre la spina dorsale già dalle prime note di
Little Red Riding Hood Hit the Road; la dissennata tromba di Feza si sovrappone alla recita di Wyatt e al monumentale tocco di Sinclair aprendo le porte ad una dimensione fuori dal tempo e dallo spazio. Suoni ed immagini che come farfalle impazzite si agitano nel bel mezzo dei sette minuti di un geniale ed enigmatico montaggio che dopo aver fatto scorrere nella sua prima parte l’incisione nella sua originale direzione, giunto al giro di boa, lo contorce fino a ribaltarlo su stesso lasciando al solo palpito del basso l’onere di indicare l’ingarbugliato percorso d’uscita. Un autentico capolavoro di ardite sperimentazioni che trovano seguito una volta capovolto il vinile sul giradischi. Spasmodici sospiri e fonetici nonsense (‘Not nit not nit no not, Nit nit folly bololey’) impartiscono le ritmiche a Alifib e Alife, intensa dichiarazione d’intenti di Robert nei confronti di Alfie (‘Alifi my larde’) sospesa tra allucinate dilatazioni e intermezzi free-jazz nei quali fa capolino il clarinetto basso dell’eclettico Gary Windo.
Rock Bottom raggiunge l’agognata terra ferma attraversando Little Red Robin Hood Hit the Road che dopo il marziale incedere iniziale si concede ad un maestoso solo di Oldfield per poi lentamente spegnersi nell’enfasi della recita del poeta scozzese Ivor Cutler, suggestivamente avvolta nei vortici della viola di Fred Frith. Nella coda una subdola risata inghiotte tutto: logica, irrazionalità, cognizioni, discutibili codifiche e abbandoni di uno splendore senza tempo. Andandosi a posare per sempre su un fondale marino.

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