Robert Wyatt: “Old Rottenhat” (1985) – di Valter Di Giacinto

Costituisce un’ipotesi accreditata che la storia delle democrazie occidentali successiva alla Seconda guerra mondiale veda uno spartiacque nel periodo 1977-1979. In quegli anni, infatti, con l’ascesa al governo di Margareth Thatcher nel Regno Unito, vennero intraprese le prime importanti riforme economiche in senso liberistico e fu dato avvio a quel processo di ridimensionamento dello stato sociale e di drastica riduzione della presenza dell’operatore pubblico nell’economia che si sarebbe poi affermato pressoché ovunque nei decenni successivi. All’epoca fu scontro frontale. Non pochi dei musicisti che amiamo scesero in campo per sostenere i movimenti che, come quello dei minatori, si opponevano a tale cambiamento e Robert Wyatt fu certamente uno degli artisti che combatterono in prima linea. La battaglia, già nella prima metà degli anni ottanta, volgeva tuttavia verso una pesante sconfitta e “Old Rottenhat”, LP dato alle stampe nel 1985 e destinato a rimanere l‘unico prodotto da Wyatt negli anni ottanta, ci appare oggi risentire fortemente del clima politico di quella stagione. La volontà di continuare ad affermare la propria visione del mondoegalitaria e solidale – rimaneva viva, ma la speranza di poterla vedere trionfare nella società del tempo stava probabilmente iniziando a vacillare. Il risultato è un disco che si presenta come un evidente, paradossale, ossimoro, un’opera in cui tutto ciò che per un verso si afferma viene, per altro verso, sistematicamente contraddetto. Le liriche, che vorrebbero esporre un vero e proprio manifesto politico, un invito alla presa di coscienza e alla sollevazione da parte delle masse, all’atto pratico, ci appaiono sussurrate con tono flebile e talvolta persino rassegnato. I ritmi delle composizioni, ben lungi dall’evocare il passo della marcia insurrezionale, si dilatano fino quasi a scomparire. Colpisce, infine, in un lavoro che si apre così smaccatamente al sociale nella scelta delle tematiche, il fatto di vedere l’artista confinato in un pressoché perfetto isolamento (il disco venne interamente realizzato da Wyatt a casa sua, con l’unico contributo della moglie Alfreda “Alfie” Benge). 
La raccolta si apre con Alliance, il cui testo si presenta subito come un guanto di sfida gettato in faccia alla controparte (“It’s hard to talk to enemies, and we are enemies”), quella classe privilegiata che ha finalmente scoperto come spacciarsi per classe media (“You’re proud of being middle class, meaning upper class”), al fine di evocare il miraggio di un possibile, unanime, approdo “al centro” per chiunque. Questa alleanza non s’ha da fare, sembra allora esortare Robert e, un simile appello, finanche bellicoso negli intenti, ve lo immaginereste quindi snocciolato sulle note di una moderna “marsigliese”. Niente di tutto ciò. La progressione armonica su cui si sviluppa tale perorazione è quanto di più sghembo e inafferrabile si possa immaginare. Gli accordi si dispongono lungo geometrie note solo all’autore, in una sequenza che non lascia mai intravedere alcuno punto d’approdo definitivo. L’eloquio di Wyatt che, nelle intenzioni, vorrebbe essere perentorio e sarcastico, appare invece lunare e finanche distaccato, certamente elitario. Se si voleva incitare il popolo alla rivolta, il risultato appare quantomeno contradditorio. Dal punto di vista artistico siamo invece inequivocabilmente di fronte a un capolavoro, che si alimenta proprio delle sue contraddizioni per liberarsi di ogni retorica, trascinando ancora una volta l’ascoltatore nella dimensione spirituale “altra” che da sempre contraddistingue quell’artista incomparabile che è Robert Wyatt
United States of Amnesia prosegue sulla falsariga del brano di apertura, con giusto un filo di coloritura ritmica in più nel ritornello, dove si percepisce addirittura qualche accenno di swing. D’altronde il testo ci ha appena traghettati dall’altra parte dell’oceano, in quegli Stati Uniti che Wyatt, con sarcasmo tagliente e privo di scrupoli, invita a scordarsi definitivamente del fatto che il loro impero ariano (sic!) sia stato eretto sulle ceneri del genocidio dei nativi americani e a liberarsi quindi definitivamente di remore e rimorsi. Le atmosfere musicali si alleggeriscono ulteriormente in East Timor, che presenta una punteggiatura ritmica ancora più accentuata e armonie che strizzano quasi l’occhio al pop; l’insieme è al tempo stesso ricercato e ammaliante, riportando alla mente paesaggi sonori cari al Brian Eno di “Another Green World” (1975). Tale clima musicale stride, tuttavia, paurosamente con quello evocato dalle sanguinose vicende belliche cui invece allude il testo. Alla strumentale Speechless, segue Age of self, unico brano in cui il beat si fa quasi incalzante, ammiccando all’elettro-pop all’epoca imperante. Il testo mira ancora una volta a smascherare la retorica di un consumismo felice e universalmente appagante (“They say the working class is dead, we are all consumers now”), invitando il proprio pubblico a non dimenticare le proprie origini, la propria effettiva condizione sociale, pena l’inevitabile disgregarsi del movimento di opposizione. La voce di Wyatt, tuttavia, sembra più che mai di carta velina e fluttua con intonazione precaria, inducendo piuttosto un senso di smarrimento nell’ascoltatore. Nel complesso è forse il brano meno convincente della raccolta (sebbene sarebbe rimarchevole nel repertorio di pressoché chiunque altro).

Vandalusia arresta nuovamente la pulsazione ritmica per lasciare il posto alle tessiture ieratiche di una sorta di harmonium. L’atmosfera complessiva è quella di un’immersione in acque profonde e dense, per molti versi affine a quella di alcuni frangenti del leggendario “Rock Bottom” (1974). Il testo si riduce a poche righe, che non paiono dar seguito alle premesse ironiche contenute nel titolo del brano. The British road si accoda, scendendo inizialmente ancora più in profondità negli abissi spalancati dal fluttuare sospeso dell’harmonium. Stavolta, tuttavia, il basso elettronico si impossessa rapidamente della scena e, avvitandosi a spirale in un pattern minimalista e ossessivo, potrebbe davvero invitare alla marcia. Senonché, scorrendo il testo, scopriamo che tale intento è volutamente ironico. Wyatt pare infatti volersi, in questo caso, far beffa dell’atteggiamento di imperiale superiorità anglosassone nei confronti dei popoli meno “civilizzati” (“Those foreigners are at it again. When will they learn to fight like our men”). Spetta a un carillon che intona l’Internazionale introdurre la successiva Mass Medium che, con toni ammiccanti all’operetta, s’incarica di mettere alla berlina i mezzi di informazione di massa, in un’epoca in cui, a detta dell’autore, la libertà di stampa si venderebbe ormai un tanto al chilo (“I see freedom sold by the yard”). Quando, nel bel mezzo dell’incedere scherzoso, le tastiere abbandonano improvvisamente lo spensierato vaudeville per addentrarsi in un triste e cupo soliloquio è comunque impossibile frenare il brivido che si fa repentinamente strada lungo la schiena.
In quegli stessi anni il regista Terry Gilliam diresse il visionario e distopico “Brazil” (1985) e qui Wyatt appare evocare precisamente lo stesso mondo, una società che, sotto una crosta viscida e solo superficialmente patinata, cela un groviglio inestricabile di tubi e condotte dove ristagna il marciume accumulato nel tempo dall’umanità. Il minimalismo iterativo è la cifra stilistica della successiva Gharbzadegi, che vede la voce di Wyatt sdoppiarsi, rincorrendosi da un capo all’altro del panorama sonoro, per poi avvitarsi anch’essa lungo una spirale apparentemente senza fine in coda al brano. Il titolo della canzone in persiano significa occidentalizzazione (all’epoca non si parlava ancora di globalizzazione) e Wyatt mette qui in luce la strutturale incomunicabilità che tuttavia rimane tra popoli, culture e linguaggi profondamente diversi, che solo all’apparenza il dilagare planetario dell’american way of life pone sotto un comune denominatore. Spetta, infine, di nuovo al carillon introdurre la conclusiva P.L.A., quadretto intimistico e nostalgico dedicato alla moglie Alfie. Il vecchio “cappellaccio” di Canterbury, in “Old Rottenhat” lancia un ultimo, disperato, appello al fine di scuotere le coscienze del popolo di una sinistra già all’epoca in evidente scompaginamento. Le speranze di successo apparivano certamente esigue allo stesso autore che, tuttavia, non si sottrasse alla chiamata. A distanza di oltre trent’anni, “Old Rottenhat” appare oggi come una memorabile operazione di smascheramento e demistificazione dell’emergente pensiero unico post-moderno, di quella neolingua orwelliana che vorrebbe la libertà uguale alla schiavitù e il ricco uguale al povero. In tal senso l’opera è quanto mai attuale e, per certi versi, profetica.

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