Robert Johnson: “The Centennial Collection: The Complete Recordings” (2011) – di Claudio Trezzani

Nel cielo esistono le stelle, lo rendono unico e magico, brillano di luce propria e rimangono per tanto tempo, poi ci sono le comete, brillanti, infuocate, uniche, che lasciano un segno brevissimo ma ancora più brillante. Se ne vanno così come sono venute, con una scia luminosa, fra mistero e divino. Ecco nel mondo della musica esistono le stelle, quelle che rendono il firmamento stupendo e poi ci sono le comete che gli conferiscono quella che possiamo definire come un’aura di magia e poesia: Robert Johnson è stato una di queste comete, una delle più belle e affascinanti, al pari di altre riguardanti pochi eletti (Wolfgang Amadeus Mozart, Jimi Hendrix, Duane Allman fra gli altri), in grado di lasciare nel mondo dell’arte e della musica (in pochi, pochissimi anni) una scia luminosa che ancora oggi cattura e rapisce, lasciandoci quel senso di stupore che solo coloro toccati da qualcosa di soprannaturale ci possono lasciare. Robert Johnson nasce nel 1911 ad Hazelhurst, Mississippi o, almeno, questo è l’anno che più o meno tutti gli studiosi della sua incredibile vita sono concordi nel ritenere quello esatto: si perché ogni fatto legato alla sua esistenza, dalla nascita alla morte, sono avvolti in una coltre di mistero e leggenda, che non fanno altro che accrescere ad ogni racconto la voglia di saperne di più. Proprio questo mistero fa da trampolino per mantenere, fortunatamente, vivo il ricordo di questo uomo così sfuggente e straordinario.
Figlio illegittimo, visse in un periodo storico e in un luogo difficile e pericoloso per un uomo di colore, soprattutto per uno che possedeva un indole ribelle e tutto avrebbe fatto meno rovinarsi le mani in una piantagione di cotone come schiavo. Si dice che abbia prima imparato a suonare l’armonica dal fratello Charles Leroy, divenuto poi a sua volta pianista blues abbastanza apprezzato nel Sud, ma poi abbia indirizzato il suo interesse sulla chitarra, unico suo vero amore… ma non tutto fu facile all’inizio e proprio da qui nasce la leggenda, quella che lo ha reso immortale assieme alla sua straordinaria musica
Nel Sud degli Stati Uniti in quel periodo l’unico luogo dove gli schiavi delle piantagioni potevano recarsi dopo le giornate devastanti di lavoro senza sosta, erano i juke joint, locali dove si beveva, ci si incontrava, si ballava ma, soprattutto, si suonava blues. Fra i più celebri ed imitati c’erano sicuramente Son House e Willie Brown, e proprio loro narravano che in questi luoghi un ragazzino, fra uno spettacolo e un altro, si intrufolava sul palco e cercava di strimpellare le loro chitarre, con risultati imbarazzanti, tanto che il pubblico chiedeva di interrompere lo strazio cacciando il piccolo chitarrista così poco dotato. Quel ragazzo rispondeva al nome di Robert Johnson. Di quel periodo, la fine degli anni 30, si sa che il suo carattere e la sua esistenza già duramente provati, furono sconvolti per l’ennesima prova a cui la vita lo sottopose: perse per il parto la sua giovane moglie, Virginia Travis, e il figlio.
Da qui in poi, si narra, le donne gli serviranno solo per farsi mantenere e per il sesso. Un modo crudele e cinico di vedere la vita che da lì in poi si fece oltremodo dissennata. Dicevamo della sua documentata scarsa abilità con la sei corde… ecco, in quel periodo RJ scomparve per un anno circa: narrano le cronache che al suo ritorno nel Mississippi diede sfoggio di un talento mai visto e una abilità incredibile. Cosa successe durante quell’anno lontano da tutto e da tutti? In che modo un chitarrista poco dotato e senza inventiva, divenne in pratica il bluesman più copiato e ammirato della storia della musica del Delta del Mississippi? Ci sono momenti e fatti che non possono essere spiegati razionalmente e, in questi casi, la gente preferisce affidarsi al soprannaturale, al mistero. Se aggiungiamo poi il fatto che la tradizione orale ingigantisce il tutto, ecco crearsi un amalgama di mistero e fatti reali che si fondono tramutandosi in leggenda, con la consapevolezza che il buon Robert cavalcò il tutto, rendendolo storia. Vedendolo suonare in quel modo la “Musica del Diavolo”, il pubblico iniziò a credere che solo mediante un patto con il Diavolo stesso avrebbe potuto in così poco tempo diventare un tale fenomeno.
Johnson confermò più volte, anche nei suoi testi in maniera molto furba, la storia, raccontando che in aperta campagna ad un crocevia di strade (il celeberrimo crossroads) una notte vendette la sua anima al demonio in cambio dell’abilità nel suonare la chitarra. Un patto che, secondo la tradizione popolare, venne infine mantenuto con la sua morte violenta e prematura. Qui termina la leggenda che tutti conoscono e che viene tramandata ancora da quelle parti. Si sa, il pubblico è attratto dai misteri e dalle storie di angeli e demoni, ma se non volessimo credere a queste storie della buonanotte, affascinanti sì ma ovviamente senza basi reali 
ci sarebbe un’altra storia, anche questa molto affascinante e con qualche base di verità storica ma anch’essa avvolta in un alone di mistero e magia che non abbandonerà mai la vita del grande Robert. Si racconta che durante questa sua assenza abbia conosciuto un maestro di blues in un locale dalle parti di Martinsville, tale Ike Zimmermann che lo prese in simpatia e lo invitò a casa sua – ci sono testimonianze di tutto questo tramite i famigliari di Ike – e gli insegnò tutto quello che sapeva sul blues e sull’arte di ammorbare le folle. L’alone di mistero rimane perché di questo Zimmermann, maestro blues, non c’è nulla di registrato e ci sono solo due foto (come di Johnson del resto). Zimmermann dette a RJ lezioni che venivano impartite di notte nel cimitero locale, dove nessuno si poteva lamentare del rumore.
Tra verità e leggenda, una cosa resta certa: il suo talento alla chitarra, il suo fingerpicking (senza plettro) che divenne riferimento per tutti gli amanti della sei corde. Mai si era vista una cose del genere, una tecnica favorita dalle sue dita lunghissime, a detta del mitico Keith Richards (membro fondatore dei Rolling Stones e folle amante della sua musica) “sembrava un gruppo di 2 o 3 chitarre mentre era solo lui” e i testi immaginifici e spettrali erano precursori di ogni cosa che sarebbe arrivata anni, decenni dopo. Il motivo per cui le sue leggende ci affascinano anche ora. Le registrazioni arrivate fino a noi sono solo 29, frutto di 5 sessioni di registrazione organizzate da Ernie Oartle, scopritore di talenti dell’ARC che mase rapito, come il pubblico, delle sue scorribande serali nei locali. Le prime tre si tennero in una camera del Gunter Hotel di San Antonio, Texas nel novembre 1936 e le ultime due a Dallas, Texas nel giugno del 1937 al terzo piano di un palazzo al 508 di Park Avenue. Dopo queste sessioni la vita dissennata e pericolosa di Robert Johnson continuò per tutto il Sud, e il suo talento arrivò alle fini orecchie di John Hammond, più che leggendario produttore e musicista di New York, che stava organizzando un concerto che avrebbe fatto storia della Carnegie Hall dal titolo “From Spirituals to Swing”. Lo sentì in quelle registrazioni e decise che doveva assolutamente fa parte dell’evento, previsto per la serata del 23 dicembre 1938, assolutamente. Purtroppo, dicevamo, la vita di Robert continuava a dipanarsi nel Sud, conducendolo al fatidico appuntamento con la riscossione del suo tributo al diavolo.
Nell’agosto del 1938, RJ soleva suonare spesso al Three Forks, un juke joint di Greenwood, Mississippi, assieme a Honeyboy Edwards. In questo locale soleva anche intrattenersi in maniera insistente con la moglie del proprietario, che pensò bene di fargliela pagare avvelenando il whiskey che gli aveva servito. Le cronache del tempo parlano di un uomo che morì in maniera atroce in tre giorni, finendo per ricordare i segugi demoniaci delle sue canzoni, gridando, ululando, fino al giungere della morte, che se lo prese il 16 agosto 1938. Una morte comunque avvolta di mistero e dubbi, visto che nessuno ne fu mai accusato. Il membro fondatore del Club 27 aveva posto le basi di un’eredità tragica legata alla musica, morendo a soli 27 anni in maniera tragica, come poi avvenne per altri toccati da un talento fuori dal comune: Jimi Hendrix, Jim Morrison, Brian Jones, Amy Winehouse… Lui fu il primo, come del resto fu il primo a suonare in quel modo, con il suo cantato lancinante in falsetto e i suoi testi spaventosi e magici: precursore in vita e dopo la morte. 
John Hammond quindi non riuscì mai a farlo suonare a New York ma risolse mettendo un grammofono sul palco e facendo ascoltare quelle registrazioni entusiasmando il pubblico a tal punto che lo spinsero a pubblicare il celeberrimo disco “King of the Delta Blues”, che mantenne per un po’ i riflettori su questo straordinario musicista, che ebbe la sua rinascita vera e propria con il boom del blues britannico degli anni 60 e diventando il padre putativo del rock moderno. Tutti si sono ispirati a lui nel bene e nel male: nella musica blues e rock, in ogni chitarrista c’è un po’ di lui: Jimmy Page, Eric Clapton, John Mayall, Keith Richards, Jimi Hendrix, Jeff Beck… e potremmo continuare con un elenco infinito aggiungendoci tutti coloro che sfociarono poi nel blues elettrico e moderno, primo fra tutti Muddy Waters.
Sono usciti tantissimi dischi o raccolte contenenti le sue canzoni ma attualmente la più completa su quelle cinque mitiche sessions, che ormai sono patrimonio dell’umanità, è il disco uscito per il centenario della nascita nel 2011 e cioè “The Centennial Collection: The Complete Recordings”. Le 29 canzoni e i vari takes ci restituiscono un uomo misterioso e geloso del suo talento, così geloso che suonava di spalle (anche durante quelle famose registrazioni) per non essere copiato o giudicato. Il più importante e talentuoso esponente della “Musica del Diavolo” (a cui ovviamente la sua anima appartiene in maniera eterna) è simbolo di dannazione e fama tramite le sue noteLe parole non sono mai esaustive anche se, in questo caso, alimentano uno stupendo e tragico mistero… e quindi vi consigliamo, se non lo conoscete, di recuperare il disco in questione e lasciarvi trasportare nei lontani anni 30, laggiù nel Mississippi, seduti al tavolo di un vecchio juke joint ad ascoltare un uomo di spalle, tra nuvole di fumo, che suona come fosse posseduto dal Diavolo e che incanta il pubblico proprio come colui a cui appartiene la sua anima immortale. Ci credete anche voi vero? Se la risposta dovesse essere negativa, converrete comunque su di una verità assoluta: la magia del suo lascito in note è immortale come la sua leggenda.

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