Robert Budreau: “Born to be blue” (2015) – di Lisa Costa

Il Jazz non è certo il genere musicale più immediato per un neofita. Non è nemmeno il più popolare (e dovrebbe esserlo) per com’è un perfetto equilibrio di tecnica e istinto. Difficile apprezzarlo fin nel dettaglio, capirlo, da neofiti, difficile raccontarlo senza sembrare banali. Qualcosa sta cambiando però, ed è grazie al cinema. Ci ha pensato Damien Chazelle con “Whiplash” prima, dove il jazz si insinuava a suon di batteria (e non solo) rimanendo però colonna sonora di un giovane volitivo e testardo; e con “La La Land” poi, calando l’asso di un Ryan Gosling che ti spiega perché il jazz è da amare e da conoscere; anche se il jazz di “La La Land” è quello più popolare che si piega al pop, al romanticismo più sognante, cosa che può essere un pregio, come un difetto per i puristi del genere. Il Jazz vero, quello che conta, quello che non si dimentica, è quello dei Grandi del Jazz“Born to be Blue” racconta la vita di una vera e propria leggenda Jazz: Chet BakerTrombettista, stimato da Charlie Parker (e pare non da Miles Davis per fatti lontani dalla musica) collaboratore di Dizzy Gillespie e altri grandi più e come lui. 
I riflettori sono prima di tutto per la sua vita tormentata, più che per la sua musica, un’esistenza che più volte l’ha portato anche in Italia: perfino nelle sue carceri (Chet Baker rimase 16 mesi in carcere a Lucca per possesso di droga). Cresciuto in una di quelle cittadine di campagna da cui si vuole solo fuggire, Chet tanto sa incantare con quella vena malinconica delle sue composizioni e delle sue interpretazioni, quanto non sa reggere delusioni, la gioia, l’equilibrio. 
Eroina si chiama la sua droga che non riesce ad abbandonare, al cui richiamo non sa resistere e che gli segna la vita. “Born to be Blue” parte dal momento della sua seconda rinascita, con quelli di Hollywood che gli danno una chance e lo fanno uscire dal carcere di Lucca. La speranza però ha vita breve: fuori da un locale, ad aspettarlo, una rissa, una vendetta; probabilmente gli scagnozzi di uno spacciatore con cui è in debito, non si saprà mai. Quel che è certo, è che gli rompono labbra, denti e mandibola. Chet non potrebbe suonare mai più ma si sa, i geni sono testardi, così testardi da allenarsi, da mettere da parte quell’istinto che li ha portati al successo, e ripartire da più in basso del fondo, verso la vetta conosciuta; e riscattarsi agli occhi degli altri Grandi del Jazz che ammira. “Born to be Blue”, per raccontare tutto questo, ci mette molta licenza poetica: Jane, collega prima in quel film (vero) mai girato sulla sua vita, fidanzata poi e madre di suo figlio è in realtà un mix delle donne vere avute da Chet; quelle che ha abbandonato e che lo hanno sostenuto ma che niente hanno potuto contro la sua dipendenza. Per questo anche gli eventi drammatici, anche le scelte fatali e decisive, devono essere prese con le pinze. Il finale no, quello fa un po’ pensare, con la droga scelta al posto della vita anzi, come compagna di vita, rispecchia una verità che ha portato Chet a lasciare gli Stati Uniti e, sotto l’effetto dell’eroina, comporre le sue opere migliori, le più mature. 
Difficile giudicare la sua scelta, giudicare un film che non tace su questa scelta e che rischia così di essere uno spot a favore dell’eroina: ma, ovviamente, non lo è di certo. “Born to be Blue” è il ritratto di un genio discontinuo, nato per essere blue, per essere malinconico come quella sua voce rotta e suadente, infranta. Ethan Hawke gli dà voce e corpo, soprattutto, calandosi in modo impressionante nella parte, lavorando sui gesti, sulla postura, sulla voce, appunto. Canta e suona (anche se le musiche utilizzate non sono quelle originali) con una malinconia che spiega quella vita, spiega il genio di Chet Baker.
“Born to be Blue” è un film strano, in cui si fatica ad entrare e che inganna con quel bianco e nero iniziale, andando avanti e indietro nel tempo, mescolando le carte ma lasciando l’impressione di non ingranare mai. Come se Robert Budreau non volesse fare il più classico dei film biografici, prendendo solo uno stralcio della vita di Chet per condensarlo arricchendolo ma senza ben sapere come tenere insieme il tutto. Per fortuna, ci pensa il magnetico Ethan Hawke con la sua interpretazione e con la musica che i brividi li fa venire anche a chi il Jazz non lo capisce fino in fondo ma può iniziare così ad apprezzarlo.

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