Robbie Robertson: “Sinematic” (2019) – di Maurizio Garatti

Quando ho letto, non ricordo dove, che Robbie Robertson era prossimo a pubblicare un nuovo album ho avuto un sussulto: lo aspetto da tempo, dal lontano 2011, che aveva visto “How to Become Clairvoyant” fare la sua comparsa nei negozi specializzati. Confesso che all’epoca non mi era piaciuto molto, salvo poi apprezzarlo con il passare del tempo e degli ascolti, per cui la notizia di un nuovo lavoro mi aveva reso euforico. Aggiungiamo a questo il fatto che “Sinematic” (Polyptych 2019) vede la collaborazione di gente del calibro di Van Morrison, Jim Keltner, Derek Trucks, Citizen Cope, J.S. Ondara, Laura Satterfield, Frederic Yonnet, Howie B. e Doyle Bramhall II… ecco che allora l’attesa diventa altresì spasmodica. Poi il tempo passa, e il disco finalmente arriva: lo scruti con reverente trepidazione, e lo affidi con gioia alle amorevoli cure del tuo impianto. E buum!!! Improvvisamente ti trovi a non capirci un cazzo. Calma, un momento… Ricominciamo.
Ascolti, riascolti e poi ascolti ancora. Le prime impressioni si smorzano, si attenuano; inizi ad apprezzare il suono che i solchi del vinile ti propone, ma Cristo Santo, è un colpo non da poco quello che Robbie ci propone: 13 canzoni, un’ora circa di musica, per mettersi alle spalle 50 anni di onorato servizio con The Band e tutto quello che ne consegue. Lo stupore è comunque reverenziale: il personaggio è tale che merita il massimo rispetto; ma resta il fatto che a fior di pelle il disco mi ha spiazzato. Il suono è spesso dark, intenso e roco, come uno stagno nero con le acque increspate da vibrazioni selettive, che portano in dono  similitudini con alcune cose di Nick Cave o al limite del primo Mark Lanegan. La voce è roca, la strumentazione usata in modo diverso da quanto ci si possa aspettare: il tutto appare come fuoriuscito da una sorta di maelstrom avvolto da fitte nebbie ingannevoli. Suoni affascinanti, a volte nascosti, a volte cristallini, a comporre un mosaico che smonta tutto ciò creato fino ad oggi per creare un nuovo orizzonte sonoro: emblematico, terribilmente affascinante. Ascolto dopo ascolto “Sinematic” cresce enormemente, e lo stupore lascia spazio alla certezza di essere al cospetto di un disco coraggioso e vitale.
Dopo il pezzo di apertura, I Hear Yout Pant Houses, nel quale Robbie si lascia accompagnare e guidare da quel volpone di Van Morrison, creando un brano che non si discosta molto dal resto del disco ma che comunque suona quasi classico… ecco iniziare la sarabanda di suoni complessi, sincopati, quasi ipnotici nel loro evolversi brano dopo brano. La splendida voce di Laura Satterfield crea un oasi di quiete, e ci regala un pezzo che farà molta strada: Walk in Beauty Way è elegante e decadente… continua a ricordarmi Mark Lanegan e i suoi lavori con Isobel Campbell. Affascinato proseguo l’ennesimo riascolto: particolari sempre più nitidi si affacciano alle orecchie ormai completamente in balia di questi suoni. La mente ripercorre immagini che hanno molti anni: “The Last Waltz” (1978) è sempre vivido, fiero e lucente, ma i contorni iniziano ad essere lambiti da filamenti ardimentosi che cercano di prendere il sopravvento: The Weight non teme rivali, e resta in compagnia di brani che hanno costruito il cuore pulsante del Rock, ma qui siamo distanti anni luce da quelle cadenze. Non c’è spazio per i ricordi, il presente colpisce come un maglio, duramente, e lascia il segno. 
“Sinematic” ha la forza di una montagna di granito, irta e difficile, ma che una volta scalata regala paesaggi mozzafiato. Ascoltare il conturbante e ipnotico insieme di note che rispondono al titolo di Shanghay Blues, con la voce trascinata di Robbie che canta come a volte faceva Tom Waits… è disarmante: non credo di potermi aspettare più nulla dopo questo. Cioè, riesco a malapena a capacitarmi della cosa: Robbie mi ha rivoltato come un calzino, togliendomi certezze che sembravano cementate sulla mia anima. Forse è proprio questo il senso della cosa: sentirsi giovani, inesperti e impreparati a quello che ci attende. Una esperienza esaltante. Arrivare a sentire Street Serenade, ennesimo capitolo di un disco che mi piace sempre più, e scoprire che questo suono era comunque già presente dentro di te, è una esperienza affascinante. In fondo Robertson esplora l’animo umano, ti porta a confrontarti con cose che non sapevi di conoscere. Se poi arrivi a Remembrance, che ha il pregio di chiudere un disco sontuoso, ti trovi al cospetto di cinque minuti di musica assoluta, con le chitarre che si fondono, giocano, si nascondono, creano illusioni e disillusioni: Robbie Robertson, Derek Trucks, e Doyle Bramhall II accendono la fantasia: se non riesci a sentirle, allora sei senza speranza. Diafano ed etereo, ma vivo e pulsante come poche cose, “Sinematic” traccia un nuovo solco nel personale percorso di Robbie, abile come non mai a convincerci a seguirlo in questa avventura della quale non conosciamo l’epilogo: a stento arriviamo a vederne l’inizio, ma è già una gran cosa, qualsiasi sia la destinazione.

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