Rival Sons: “Hollow Bones” (2016) – di Porter Stout

Suonano Rock e Hard-Blues dal 2008 e non sembrano avere l’intenzione di smettere. Anzi, alla luce di questo recentissimo lavoro danno l’impressione di voler alzare il tiro, offrendoci nove canzoni nuove di zecca di straordinaria intensità e compattezza. Molti tra coloro che ritengono il genere morto e sepolto già da  qualche decennio si faranno in quattro per sostenere, puntando il dito sul sound dalla Band mutuato da quelle storiche dei 60 e dei 70 (Cream, Zeppelin, Steppenwolf) che i Rival Sons ripropongono formule musicali derivative e antiquate. Niente di più giusto, niente di più sbagliato: a convincere, oltre al feeling innegabile con quegli anni, sono soprattutto la personalità, le capacità compositive e la carica interpretativa fuori dal comune che la Band californiana profonde generosamente a ogni nuova uscita.
A questo proposito, ritengo che gruppi come i Rival Sons siano oggi necessari più che mai perché, oltre a coltivare quel brutto vizio chiamato memoria, gettando un ponte ideale tra il periodo aureo del Rock e la contemporaneità, intervengono ad alzare un argine atto a contenere la tendenza attuale, che vede la sostanziale dittatura del mainstream con il benestare spesso entusiastico della maggior parte della critica ubriaca di hype, facili sensazionalismi dal fiato corto e micidiali crossover, dove il peggio va allegramente a braccetto con il ridicolo. 
Dopo questa premessa verrebbe da dare un 9 di pura simpatia a Jay Buchanan e compagni (stando a sentire gli addetti ai lavori di cui sopra, anacronistici panda in via d’estinzione) prescindendo dall’ascolto del nuovo disco. Anche perché basterebbero i tre full-lenght precedenti e pezzi come Play the Fool, Until the Sun Comes o Good Things per annoverare la Band di Los Angeles tra le più eccitanti di questo decennio. Naturalmente non c’è bisogno di tanta vicinanza e propensione per caldeggiare le qualità dei Rival Sons: “Hollow Bones” è un album vitalissimo, potente ed elettrico, trascinante nei brani più irruenti (Hollow Bones pt.1, Thundering Voices, Pretty Faces, Black Coffee) ed evocativo in quelli più rilassati (Tied Up, Fade Out, All That I Want) da ascoltare e riascoltare con la stessa urgenza di 40 e passa anni fa, quando il mondo andava in tutt’altra direzione e dischi del genere erano normale prassi da opporre alle mostruosità che anche all’epoca non mancavano.
La formazione è tra le più classiche come quando c’è da sudare sugli strumenti: una sezione ritmica instancabile con Dave Beste al basso e Mike Miley alla batteria, la chitarra tuttofare di Scott Holiday e la voce ipnotica, benedetta dagli Dei del Rock, del già citato Jay Buchanan, che dona alla Band una riconoscibilità istantanea. Dirige, nei suoi studi di Nashville, Dave Cobb amico di lunga data e geniale produttore di alcuni grandi del Rock e di Americana degli ultimi anni (Sturgill Simpson, Anderson East, Bonnie Bishop, giusto per fare qualche nome). Tra le altre prerogative della band californiana l’intensissima attività live in proprio e come supporto per mostri sacri quali Aerosmith, Deep Purple, Alice Cooper  e Black Sabbath. Infine, una curiosità: incidono fin dagli esordi con la Earache Records, una delle etichette simbolo del Metal estremo. La bizzarra collaborazione (davvero difficile immaginare i Rival Sons in un contesto Grindcore) sembra comunque funzionare molto bene, considerando che la visibilità della Band e i risultati commerciali sono in continua ascesa. Non rimane che augurare lunga vita  ai derivativi e antiquati Rival Sons e buon ascolto a chi non ne può più di respirare unicamente l’aria che tira.

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