Rino Gaetano: “E la vecchia salta con l’asta” (1974) – di Bruno Santini

Quando, nel luglio del 1974, fu pubblicato “Ingresso Libero”, Rino Gaetano aveva poco meno che ventiquattro anni. 1974 che rappresenta, per il crotonese, una data importante: non solo la pubblicazione del suo primo album in studio, ma anche la prima a passare sotto il suo nome. I primi singoli pubblicati (I love you Maryanna / Jaqueline, nel primo 45 giri) circolarono sotto lo pseudonimo Kammamuri’s, che Rino Gaetano scelse ispirandosi a un personaggio di salgariana tradizione. Tornando a “Ingresso Libero”, l’album è l’unico di tutta la sua produzione a non avere title track; lo stile, la varietà e i temi propri del cantautore sono già ben definiti all’interno di quest’album, che spazia andando da temi “leggeri” (come la dolce Supponiamo un amore) a temi più “impegnati” (relativi all’uso di droghe e allucinogeni, presenti in A Khatmandu), attraverso la vera e propria citazione alla Locomotiva di Guccini (Agapito Malteni il ferroviere, che per protesta vorrebbe dirottare il suo treno). Centrale, all’interno dell’album, è però una traccia estranea ai temi sopracitati, sulla quale interpretazioni e analisi si sono moltiplicate: E la vecchia salta con l’asta.
Il brano, una storia “medievale” di un cavaliere alla ricerca del vero amore, si propone come una sorta di ballata giullaresca d’altri tempi che, attraverso il tema della queste” riflette il carattere autobiografico dell’autore: autobiografia che è sì, probabilmente, il viaggio alla ricerca di un qualcosa di non ben definito; ma allo stesso tempo una rappresentazione in musica della visione italica che era di Rino Gaetano quando, lo ripetiamo, era poco meno che ventiquatrenne… ma procediamo con ordine: i primi otto versi si impostano, idealmente, come doppia quartina: tralasciando il metro, che non è sempre lineare, la rima proposta è quella alternata, che si tramuta, poi, nei ventiquattro versi successivi, in rima baciata. Innanzitutto, quindi, una nota stilistica: in questo brano, così come in tanti altri della produzione successiva del calabrese, è presente un grande esercizio metrico; la resa ideale della forma, forse ancor più curata del contenuto criptico, denota una grande conoscenza stilistica da parte di Rino che dimostrerà, poi, in brani come Sei ottavi, di fare ancor meglio. La ballata, invece, intesa nel senso dylaniano del termine, sarà ripresa in celebri brani come Aida e, paradossalmente, sarà la forma che più si addice allo stile pop dell’autore.
Un appunto necessario riguarda anche il lessico utilizzato, che vede la presenza di un terminologia desueta (si veda “per divietar l’emottoico pianto”, sesto verso): ancora un esercizio di stile, in alcuni casi – oseremmo definirlo in questo modo – anche ampolloso. Un Rino Gaetano che fa sua la rimica, il barocco, l’erudizione dunque, assolutamente fuori dagli schemi se rapportato ad altri tipi di rappresentazioni. Dal punto di vista contenutistico, invece, si può notare il “buon vecchio Rino”, mai chiaro nei suoi significati: partendo dall’evidenza, la ripetizione del numero 3 e dei suoi multipli (anche il brano, che dura 3.31) rappresentano il primo bivio interpretativo dell’ascoltatore; Tre sono le fazioni (sinistra, destra, centro rappresentate dalle cortigiane e le damigiane). Tre è, anche, il numero massonico per eccellenza. Stando, dunque, a visioni del tutto ancestrali, la ripetizione ossessiva del 3 personificherebbe l’aderenza, iniziale, a logge massoniche romane da parte dello stesso Rino Gaetano. Il cavaliere, a questo punto e stando a quanto detto, chi è? È il protagonista della sua vicenda: prima attivo, data la ricerca della sua chimera, poi passivo, attraverso l’oblio della casta e la sua perdizione. Il cavaliere potrebbe essere Gaetano stesso, partito da Crotone alla ricerca di una chimera – musicalmente definibile, si suppone – mai trovata; potrebbe, più verosimilmente, rappresentare, il rivoluzionario e il suo ideale, giustificando dunque molti elementi del brano stesso: il rivoluzionario tipo che, alla “vigilia” della sua disfatta (o morte, che dir si voglia), si libera dalle amene grinfie delle tre cortigiane per andare alla ricerca del meglio. È la rivoluzione, individuale e degradante, immaginata dal crotonese: una rivoluzione che a nulla porta, che sfigura e conduce anche all’oblio della propria, iniziale, condizione.
La vecchia che salta con l’asta, altra rappresentazione idealistica, è il fine ultimo della ricerca. Un risultato, però, negativo: il cavaliere esce sconfitto dal suo vagare, nonostante l’intenzione fosse positiva. Di negativo, alla fine della ricerca, c’è il nulla: la solitudine, l’abbandono e l’oblio: le condizioni necessarie affinché una presenza sulla terra sia vana. Ma potrebbe, allo stesso modo, rappresentare la morte con la sua falce (l’asta), richiamando un tema che sarà, poi, proprio di Angelo Branduardi. Morte di fronte alla quale il cavaliere altro non è che un bambino che, addormentandosi (morendo, seguendo lo stesso filo logico), lascia alla vecchia il suo compito imperituro. Certo è che, cercando di trovare il significato esatto della canzone, si fa prima a trovare una miriade di elementi che rendono più difficoltosa la rappresentazione. Rino Gaetano, questo è chiaro, va difficilmente preso alla lettera: immaginare di farlo vorrebbe dire ammettere che esiste un “fratello figlio unico”. Il cantautore sa – e lo dimostra – giocare con le metafore e le allegorie. Se è certo che la metafora è chiara, diretta, così come il simbolo, per l’allegoria serve necessariamente il chiarimento dell’autore, poiché il riferimento non è mai diretto, ma talvolta distante due o tre tasselli irriconoscibili. In altre parole, tutte le interpretazioni sono valide, purché rimangano fedeli al contesto, e tutte possono non esserlo: tutte sono giuste e tutte, allo stesso tempo, sono sbagliate… però è intuibile che, essendo il cavaliere un uomo, incarna in pieno lo spirito umano, sia egli un rivoluzionario, un illuso o Rino stesso e, essendo umano, ogni umano ascoltatore può intenderlo così come meglio crede.

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