Ridley Scott: “Blade Runner” (1982) – di Dario Lopez

Pur non potendo negare l’aura da film di culto che “Blade Runner” ancora oggi sprigiona con forza, non è difficile capire perché al momento della sua uscita nelle sale la pellicola abbia diviso critica e pubblico in fazioni opposte e avverse; a trentacinque anni di distanza non si è ancora giunti a una conclusione (impossibile da raggiungere) che possa definitivamente collocare “Blade Runner” tra i capolavori assoluti del Cinema o semplicemente nel reparto più ristretto del cult di genere, in questo caso fantascientifico o al limite neo-noir. I detrattori imputano al film di Ridley Scott principalmente carenza di ritmo, unita a una trama non troppo convincente e articolata (punto di vista tutto sommato rispettabile) e una predilezione per l’impianto visivo più che per quello narrativo, in fondo Scott arriva dalla fotografia e dalla pubblicità, e anche in questa osservazione potrebbe esserci del fondamento. Di contro i fan del film esaltano proprio la componente visiva, indubbiamente forte e vincente, unita alla profondità dei personaggi (se ne può discutere) e alle varie riflessioni esistenziali che il film può sollevare… anche questi aspetti indubbiamente interessanti e condivisibili. A parere (modesto) di chi scrive, come spesso accade, la verità sta nel mezzo, e tutti gli aspetti relativi al film venuti fuori da ampie analisi critiche sono parimenti accettabili. Il ritmo della narrazione è indubbiamente lento, potrebbe far storcere il naso a più di uno spettatore “moderno” o giovane, abituato magari a ben altro incedere… teniamo però conto che parliamo di un film che non supera le due ore: è pur vero che la soglia d’attenzione umana non è altissima ma dovremmo ancora essere capaci di concentrarci per un tempo tutto sommato contenuto, nonostante sullo schermo non si avvicendino a frequenza elevata scene di sesso, violenza, esplosioni, inseguimenti. Uomo, you can do it. Superato questo scoglio, passiamo alla trama. Vero anche qui che non c’è da gridare al miracolo, nulla di davvero particolare ma è anche vero che i personaggi, i replicanti nella fattispecie, sono affascinanti e sollevano dilemmi morali su argomenti quali autocoscienza dell’essere sintetico, intelligenze artificiali e compagnia cantante, temi oggi sempre più attuali e interessanti, lo facevano già nel 1982, caricando anche di una sorta di romanticismo personaggi che ancora si rivelano tutt’altro che fredde macchine e che, anche se poco tratteggiati, riescono a lasciare il segno in poche e riuscite sequenze… e penso soprattutto al Roy Batty interpretato da Rutger Hauer che sdogana nell’essere artificiale la compassione, il perdono, l’amicizia, il dolore e la rassegnazione. Il personaggio di Batty è stato additato da molti come figura metaforicamente cristologica, nel film alcuni simbolismi confermano questa ipotesi e in fin dei conti l’intuizione si potrebbe anche ritenere pertinente. Per rimanere sul pezzo: la citazione estrapolata dal contesto la conoscono anche i muri… inserite all’interno del film le parole pronunciate sul finale da Batty hanno effettivamente una carica emotiva molto forte, parole giustamente divenute eterne nell’ambito della storia del Cinema: “Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi… navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione… e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser… e tutti quei momenti andranno perduti nel tempo… come lacrime nella pioggia… è tempo di morire” e, chinato il capo spirò. Intanto una pioggia incessante cade sul capo biondissimo di Batty, sul suo volto e sul volto del suo antagonista, il cacciatore di replicanti Rick Deckart (Harrison Ford)… una colomba bianca spicca il volo, e non capiamo chi stia piangendo per chi, le lacrime si perdono davvero in una pioggia nitida della quale ci sembra di percepire ogni singola goccia, immagine perfetta. Effettivamente per le immagini, per la confezione, per i tagli di luce, per le scenografie, per il connubio perfetto tra le musiche e quel che scorre sullo schermo, “Blade Runner” può considerarsi un vero capolavoro; da questi punti di vista il lavoro fatto da Scott e dalla sua squadra è oggettivamente inattaccabile. Le panoramiche dall’alto sulla Los Angeles del 2019 rimandano a un futuro oscuro e cupo, tecnologizzato, scendendo verso il basso la visione della città è stupefacente tra veicoli volanti, immagini pubblicitarie iconiche (il volto della ragazza asiatica) e finanche un uso sapientissimo del product placement, credibile, anche bello e (immagino) remunerativo; tra loghi di Coca Cola, Atari e Budweiser. A livello della strada la città è sporca, ci mostra una società multiculturale a prevalenza asiatica, una città buia, illuminata solo dai neon delle attività commerciali, povera. Chi ha potuto è scappato sulle colonie fuori dalla Terra, luoghi dove si usano come forza lavoro i replicanti, uomini artificiali forti, resistenti e intelligenti, dalla vita però limitata nel tempo. I replicanti che evadono dalla strada per loro tracciata vengono ritirati (eliminati) dal corpo di polizia Blade Runner, del quale Rick Deckart è un ex esponente ora richiamato in attività proprio per fermare quattro di questi replicanti fuggiti e ormai autocoscienti. L’incontro tra occhio e orecchio crea un piacere duplice e allo stesso tempo unisono… la colonna sonora di Vangelis è impeccabile e dona una profondità aggiuntiva alle sensazioni provocate dalle immagini del film: connubio assolutamente prezioso. Splendida la fotografia nell’uso espressivo della luce e delle ombre. Quindi? Capolavoro? Film di culto? Non lo so e neanche importa… sicuramente un tassello importante per la fantascienza ma anche per il Cinema tutto. Pellicola indubbiamente da vedere e rivedere, magari rivalutare in attesa di dare un’occhiata al recente sequel, opera del regista Denis Villeneuve, da pochi giorni nelle sale. Stay tuned.

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