Ride: “The Weather Diaries” (2017) – di Lorenzo Scala

La storia dei Ride è conflittuale e claudicante, pregna di un successo iniziale difficile da gestire e successive scelte sbagliate. Il loro primo album, “Nowhere” (1990),  è un corollario di  spunti creativi luminosi, lampi di shoegaze e dream pop con venature soniche per un’alchimia sonora seminale. I Ride possiedono infatti un’identità che verte sulla contaminazione di suoni solo in apparenza distanti, tenuti insieme da un filo rosso che va a legare passato e presente, melodia e rumore, immaginando così un suono futuro. Una musicalità che vede ospitare nella stessa festa i Sonic Youth e i Beatles, i Pixies e i My Bloody Valentine.
Sono molte le band che devono loro qualcosa, sono molti gli echi e le suggestioni che come onde sonore si riversano nei lavori recenti o meno, nel panorama alternativo e british pop. La creatività però ha bisogno di concime fertile, va nutrita con relazioni umane sinergiche e spesso l’ego dei membri di una band, o semplicemente visioni musicali divergenti, possono rendere confuso il percorso che si vuole intraprendere. Oltre a queste dinamiche relazionali bisogna tenere presente il periodo in cui un gruppo si muove… ci troviamo negli anni novanta e certe divagazioni shoegaze ancora non sono ben percepite da una massa più direzionata verso un mondo grunge granitico seppur vario. Ecco che la carriera dei Ride dopo quattro album in studio si eclissa avviluppandosi su se stessa ma, oggi è oggi e, a distanza di ventuno anni dall’ultimo lavoro in studio, “Tarantula” (1996), ci ritroviamo tra le mani questo nuovo “The Weather Diaries” che precede l’ultimo album,  “This Is Not a Safe Place” del 2019.
Andy Bell, Mark Gardener, Laurence Colbert e Steve Queralt si rimettono in gioco, dimostrandosi coerenti con la loro natura mai troppo uguale a se stessa, lucidi e determinati, ma anche lungimiranti nell’assoldare il produttore Erol Alkan, che ha saputo condire il suono dei quattro con spezie di synth analogici e un certo gusto retrofuturista. Ne esce fuori un lavoro onesto, pieno di spunti interessanti, che a confrontarsi con i fasti del passato non ci pensa proprio, e non per paura di uscirne con le ossa rotte, ma perché semplicemente se ne frega.
L’album si apre con la convincente e ammaliante Lannoy point e durante il primo ascolto una frase sboccia spontanea sulla tela astratta del nostro immaginario: delicata dolcezza di un colpo di fulmine. Un inizio tenue e di gran classe, con un testo permeato da un senso di serena arrendevolezza, un disfattismo compreso e anzi visto con una certa fiducia… “rotolo contro la marea, mi butto sulle ginocchia…saremo più saggi quando cadremo come i dinosauri, credo che i miei sentimenti siano un buon senso per ricominciare”. A seguire un’esplosione di luce filtrata da un enorme caleidoscopio… parliamo di Charm Assault, adrenalinica melodia incanalata in una solare psichedelia, orecchiabile e potente.
The Weather Diaries” parte con il botto, ma subito dopo tende a perdersi in tracce piuttosto deboli, anche se di piacevole ascolto. Intrecci sonori particolari non mancano, ma i brani stentano a lievitare del tutto. Nella seconda metà però i Ride tirano fuori qualche colpo di coda niente male: è il caso della doppietta Lateral Alice e Cali, la prima compatta e dall’incedere maestoso, secca e chirurgica, la seconda sbarazzina e seducente, con innesti di strofe parlate che la rendono ancora più intrigante. Nella parte finale il fulmine che ci ha colpiti all’inizio dell’album e rimasto sopito sotto canzoni non sempre messe a fuoco, torna a pulsare di luce nell’ascolto di White Sands, crepuscolare ed eclettica ballata che recita: “siamo morti almeno una volta per salvare la nostra terra… fai queste nostre ore migliori, il tempo non aspetta nessuno, ciò che rimane è nostro”. Quello che rimane i Ride se lo sono preso con onestà.

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