“Ricominciare da Zero” – di Cinzia Pagliara

“Penso che ogni giorno sia come una pesca miracolosa, e che è bello pescare sospesi su di una soffice nuvola rosa…” Quando ero piccolo mia madre cantava sempre, mentre preparava il pranzo. Ricordo il suo grembiule da cucina dai grandi fiori vivaci e con degli allegri volants sul bordo e mi pare di sentire il profumo delle polpette al sugo e delle patate al forno: si accendeva spesso il forno, così la casa si riscaldava, nei giorni freddi dell’inverno. Io ero contento con poco, i miei compagni a scuola mi prendevano in giro perché non capivo sempre quello che dovevo fare, anzi, non lo capivo quasi mai. Mi sembrava tutto difficile, tutto troppo lontano da me. Io stavo bene a casa, in cucina con il forno acceso e mia madre che cantava. “E poi, di colpo eccomi qua, sarei arrivato io, in vetta al sogno mio, come è lontano ieri …” Mi diceva così, e diceva che sì, sarei arrivato in vetta, magari piano piano, ma ci sarei arrivato. Ma ieri è lontano, irrimediabilmente. Non ricordo neanche bene come sia successo, chi sia andato via per primo, né come o quanto io abbia sofferto, io non so esprimermi bene e i sentimenti sono così difficile da descrivere. Solo la paura mi è sempre riuscita bene: ho subito imparato ad urlare, mamma me lo diceva sempre che bisogna chiedere aiuto e non bisogna vergognarsi, così io ho imparato a chiedere aiuto. A scuola è stato utile: urlavo quando mi pungevano con la punta del compasso, quando mi davano pugni sulla schiena, quando mi facevano cadere la merenda e la schiacciavano con i piedi. “Aiuto! Aiuto! Aiuto!” e Mario il bidello (che bella la parola bidello: era un’isola sicura) correva a salvarmi. Ma dopo la scuola non mi ha salvato più nessuno, ero solo. Ripensavo spesso alla cucina calda e cantavo con la voce di mia madre nella mente (a volte si cresce senza poter mai diventare grandi): “Quante volte ho guardato il cielo? Ma il mio destino è cieco e non lo sa…” Guardavo il cielo, da solo. Ero solo. Sempre solo. In mezzo a un mare di gente. Mi consolava pensare che almeno non dovevo andare più a scuola, mai più. Niente spinte, niente pugni, niente botte. Niente paura. Solo ma senza più paura. Ma poi erano arrivati loro, e io non capivo cosa volevano: io non ero in classe, ero a casa mia, anche se non c’erano più le polpette sul fuoco e nemmeno il grembiule con i fiori. Somigliavano ai miei compagni di classe, ma più cattivi, più spavaldi, più violenti. Allora io ho fatto quello che avevo imparato: ho urlato. “Aiuto. Aiuto. Aiuto”. Ma nessun bidello Mario è mai più venuto ad aiutarmi. Nessuno mi ha sentito, eppure urlavo, giuro, urlavo con tutta la forza che avevo. Urlavo restando immobile, perché io non sono bravo a muovermi, sono sempre un po’ confuso, sempre impacciato. Urlavo e loro ridevano. Io avevo paura: immobile urlavo, inghiottito dalla paura. Mamma cantava sempre canzoni un po’ tristi, forse perché aveva già capito come sarebbe andata a finire: “vivo, il mio alibi è che vivo, tentazioni e mai la volontà di finirla qua… vivo”. Ma non è vita se la paura non se ne va, se neanche chiuso al buio trovo pace, se urlo e non vengo ascoltato, se provo a scappare e non vengo visto. Sono invisibile e forse questo è essere già morto. Io non voglio andare a scuola, mamma. Io sono grande anche se non sono cresciuto mai, vorrei soltanto essere lasciato alla mia solitudine. Non ho mai potuto avere amici, ma non voglio più nemici. E siccome non serve urlare, io me ne vado. Però scrivo un biglietto con un bel disegno (io so disegnare bene, ho imparato sul tavolo della cucina, con il forno acceso nelle sere d’inverno): ci metto tanto rosso e tanto nero e su, in alto, un bell’azzurro come quello che vedevo fuori dalla finestra. E scriverò AIUTO. E spero che arrivi un bidello con qualunque nome a portare quei compagni di classe che non conosco dal preside. AIUTO. AIUTO. AIUTO. “Bella la vita, dicevi tu, è un po’ mignotta e va con tutti, sì però, però, però, proprio sul meglio, t’ha detto no“.

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