Rickie Lee Jones: “On Saturday Afternoons In 1963” (1979) – di Rosella Ricci del Manso

Estate. Caldo soffocante. Mare. Spiaggia. Metti la mascherina, togli la mascherina: dopo mesi di quella che in tanti hanno definito “prigionia” un tana libera tutti e via. No, non è proprio questa la stagione che fa per me. Non lo è mai stata. Mi viene in mente Emil Cioran quando affermava lapidario: “Di fronte a un paesaggio annientato dalla luce, rimanere sereno presuppone una tempra che non possiedo. Il sole è il mio fornitore di idee nere, e l’estate la stagione in cui ho sempre riconsiderato i miei rapporti con questo mondo e con me stesso, a gran danno dell’uno e dell’altro. Forse anche lui si sentiva una mosca bianca in uno sciame di mosche nere, forse anche lui soffriva di pressione bassa, lo svenimento dietro l’angolo e il corpo madido di sudore. Basta guardarlo, troppi capelli, insonnia e il cervello in fiamme, vallo a sapere… ma è certo che quanto me contava i giorni aspettando l’autunno e spalancando le finestre di notte scriveva. L’incubo della pagina bianca. Lo vivo esattamente in questo momento in cui confesso il mio assoluto vuoto di idee, una tabula rasa, un cestino della carta già pieno di fogli appallottolati e l’afa che manda al tappeto ogni incipit possa minimamente essere presentabile.Datemi uno sparring partner, un editor, un ghostwriter che scriva al mio posto.
Poi, dalla radio sommessamente accesa, il miracolo di una voce spezza questo senso di insoddisfazione… è Rickie Lee Jones? Sì, è proprio la sua, quel tono da bambina mai veramente cresciuta, quel pianoforte che dolcemente l’accompagna; il tempo si annulla e poco importa a chi sta trasmettendo che non abbia niente di estivo, che in questo marasma di canzonette usa e getta da divertimento in spiaggia sia un’anomalia e, alla stregua di una malattia incurabile che si chiama memoria e malinconia, ci ricordi quel che l’obbligo alla rincorsa della felicità ci impone di dimenticare. È un attimo. Chiudo gli occhi, mi lascio andare alle sensazioni e piove ora da un cielo grigio su una spiaggia spoglia. È così che immagino quei pomeriggi d’autunno sul calar della sera, quando si ascoltano dischi come questo. La voce di Rickie Lee Jones diviene allora una carezza. La senti scivolare piano sulla tua anima con la delicatezza di una mano bambina. Si mischia al silenzio e racconta una storia. La sua. La tua. La nostra. Comprendi quel suo voler dire: “La musica appartiene al lato emotivo ed interiore di ognuno di noi. E non m’importa se poi le canzoni non passano sulle radio per teenager. Ciò che conta nella musica è la qualità che si traduce in un’intensa componente emozionale. Non è necessario essere alla moda, perché la mia musica si rivolge al pubblico che è più in contatto con la propria anima. 
Eccoti ora, lontano
mille miglia, in una notte d’estate che lentamente si addormenta, presa per mano a ritrovarti in una istantanea ferma nel tempo. Rickie Lee abbracciata a Tom Waits fa l’amore con lui sul retro copertina di “Blue Valentines” (1978). Rickie Lee ragazza di provincia, capelli biondi e basco rosso. Quella che a detta di Tom gli fece pensare a una diva del cinema e gli accese la voglia di portarsela a letto. Salvo poi innamorarsene, perdutamente. E sognare di avere bambini e di rimanersene tutta la sera stravaccati insieme su un divano con una birra in mano a guardare qualche stupido programma alla TV. Mancò poco che succedesse davvero. “La prima volta che ho visto Rickie Lee, mi ha ricordato Jayne Mansfield. Ho pensato che fosse estremamente attraente, vale a dire che le mie prime reazioni sono state piuttosto primitive – persino primordiali. A volte sembra che siamo dei veri sognatori romantici che sono rimasti bloccati nel fuso orario sbagliato, quindi ci aggrappiamo l’uno all’altro e ci amiamo molto. La amo follemente a modo mio … ma lei mi spaventa a morte. È molto più grande di me in termini di saggezza di strada. A volte sembra antica come la terra, e altre volte è così piccola. Rickie Lee al Tropicana Motel, notti intere fra whiskey e Lucky Strike. Si parlava di poesia. Rickie Lee, Tom e quel balordo di un play boy di Chuck E. Weiss. Gli ultimi romantici.
Non erano
sentimentali, no. Quei tre avrebbero potuto dire, come Francis Scott FitzgeraldNon sono sentimentale… sono romantico. Il fatto è che i sentimentali credono che le cose durino… I romantici hanno una fiducia disperata che non durino. Perché non durano è vero, ma diventano racconto, musica, ricordo, come in questo disco, “Rickie Lee Jones(1979), che di quelle notti trattiene le emozioni e te le deposita nel cuore. “Ogni pena può essere sopportata se la si narra, o se ne fa una storia.” diceva Karen Blixen. E allora eccola quella strada verso il nulla in un paesaggio americano simile a un quadro di Edward Hopper, ecco la tua ultima occasione, la tua ultima possibilità, la tua ultima chance. “Your last chance to trust the man with the star“. La stella della Texaco che si mischia con la vita può esserci e non esserci mentre tu vai chiudendo gli occhi, facendoti cullare da una dolcezza che si trasforma in urlo appena accennato e poi di nuovo dolcezza e polvere di strada verso il nulla. Si torna al punto di partenza. Sei sempre tu, nella solitudine, quando gli amici sono andati via. Sei tu, ferma in un angolo, come una Lili Marleen appoggiata al lampione di una via semi illuminata di periferia e il marciapiede è sbrecciato, pieno di buche in cui inciampare
All the gang has gone home standing on the corner all alonecanta la voce, ed è proprio quella di quella bambina. O è la tua? Fra qualche ora sarà mattina. La bambina è rimasta sola, da qualche parte a un angolo di un boulevard of broken dreams semideserto, prima che il sole accecante sorga di nuovo, prima che il caldo le tolga il respiro, prima che passo dopo passo ritrovi la strada di casa. Prima che torni a sedersi sul letto di quel quadro di Hopper guardando fuori della finestra. Aspettando chissà cosa. Già donna. Sommersa da una marea di ricordi cede la diga e si spezzano gli argini del cuore mentre nella tua stanza raccogli con il palmo una lacrima e accarezzi la bambina che eri, quella che qualche volta torna a trovarti in certe notti così, senza riuscire mai a dirle veramente addio. Gli anni possono passare, sì. Come su quel viso e quei capelli ancora biondi che il basco rosso non copre più e il tempo ha legato indissolubilmente a una foto di copertina. Possono passare, sì. Come questa ennesima estate. Guardo fuori dalla finestra, un nuovo giorno è già qui.

The most as you’ll ever go / La strada più lunga che potrai mai fare
Is back where you used to know / è verso ciò che una volta sapevi bene
If grown-ups could laugh this slow / se gli adulti sapessero ancora ridere senza fretta
Where as you watch the hour snow / come quando passano le ore e sembrano neve che cade
Years may go by / gli anni potrebbero passare
So hold on to your special friend / Quindi tieniti stretta la tua amica speciale
Here, you’ll need something to keep her in / inventati qualcosa per trattenerla dentro
Now you stay inside this foolish grin … / ora conserva questo sorriso incosciente
Though any day your secrets end / anche se ogni giorno i tuoi segreti svaniscono
Then again / e di nuovo e ancora / Years may go by / gli anni possono passare
You saved your own special friend /Hai salvato la tua piccola amica speciale
‘Cause here you need something to hide her in /e ora ti serve un posto in cui nasconderla
And you stay inside that foolish grin / mantieni ancora quel sorriso incosciente
When everyday now secrets end / anche quando ogni giorno i segreti svaniscono
Oh and then again / oh e di nuovo e ancora /
Years may go by / gli anni possono passare.

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